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Separazione delle carriere: perché diciamo “No”. Lettera aperta di Parrini e Verini

Redazione venerdì 5 Dicembre 2025
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di Walter Verini e Dario Parrini

Cari amici di Libertà Eguale,

aderiamo da sempre alla Associazione, condividendone l’ispirazione di sinistra riformista, tante sue battaglie.

i convegni di Orvieto sono un appuntamento di rilievo e interesse, per chi crede in una sinistra che non tema i cambiamenti, che non li guardi dal buco della serratura, ma abbia l’ambizione e il coraggio di studiarli, comprenderli, guidarli lungo una direzione – appunto – di due parole che dicono molto: Libertà Eguale.

Premessa doverosa, questa, perché sentIamo casa nostra l’Associazione, nutrendo stima antica e profonda per diversi dei fondatori e animatori (da Petruccioli, uno dei protagonisti della svolta di Occhetto a Morando, Tonini, protagonisti della gestazione e della nascita del PD accompagnando il Lingotto di Veltroni e la nascita del partito a vocazione maggioritaria, in grande di parlare a tutto il Paese). 

Per questo esprimiamo dissenso serio per la posizione che l’Associazione, tramite suoi esponenti di primo piano (alcuni dei citati sopra, più Stefano Ceccanti) hanno espresso sul tema della separazione delle carriere, in vista del referendum.

Dissenso serio, per il merito delle posizioni e anche per l’attivismo”, con il quale si promuovono iniziative per il SI, quasi surclassando  per impegno e determinazione quelle del ministro Nordio e della destra.

Se vincessero i SI, non sarebbe una vittoria del “SI di sinistra”,  ma di questa destra.

Ma non è questo il punto principale del nostro dissenso.

Nel merito noi pensiamo alcune cose che necessariamente ricordiamo per titoli.

Una moderna cultura della giurisdizione può trarre giovamento dalla circolazione di funzioni e ruoli dei magistrati.  Un magistrato che ha svolto funzioni requirenti svolgerà meglio quelle giudicanti e viceversa. Con maggiore equilibrio e consapevolezza di interpretazione. Sono posizioni, queste, sostenute anche da componenti autorevoli e consapevoli dell’Avvocatura. 

Un corpo separato di PM – con un suo autoreferenziale CSM – sarà vocato solo all’accusa, alla esclusiva ricerca di prove a carico (oggi compito di un Procuratore è quello di cercare tutti gli elementi – a carico e a discarico – in grado di portare ad una richiesta di rinvio a giudizio – se c’è previsione più che ragionevole di condanna – o alla  archiviazione. Chi, oggi, denuncia lo “strapotere dei Pubblici Ministeri”, con questa riforma lo genererà davvero.  A indebolirsi, così, rischiano di essere diritti e garanzie di indagati e imputati. Altro che “garantismo”. 

Del resto, è stato proprio un noto campione di garantismo come il Sottosegretario Del Mastro Delle Vedove a paventare nuovi PM fuori controllo, che “prima di divorare i politici andranno a divorare i giudici”, aggiungendo “..c’è un rischio nel doppio CSM. O si va fino in fondo e si porta i Pm sotto l’esecutivo…oppure gli si toglie il potere di impulso delle indagini. Ma dare un CSM ai Pm è un errore”. Non è una voce dal sen fuggita. E’ un rischio perché, anche se la Costituzione garantisce separazione dei poteri, è proprio questa ad essere sotto attacco da parte della destra. 

Il sorteggio, poi, non è solo discutibile, ma appare inaccettabile. Tra l’altro è riservato ai togati, mentre se ne prevede una forma più che “temperata” per i membri laici, che di fatto continueranno ad essere scelti dalla politica. Le degenerazioni correntizie hanno fortemente delegittimato la Magistratura. Molto negativa, deleteria è la presenza e la pratica di correnti finalizzate a carrierismo, nomine a pacchetto, etc che ha fatto perdere qualche credibilità alla Magistratura.  Altra cosa, invece, sono le aree culturali, vitali per un permanente confronto giuridico sulla permanente modernizzazione della cultura giurisdizionale. Ma il sorteggio è ulteriormente delegittimante, minando in radice quella necessità di “autorigenerazione” auspicata con forza, per ben due volte, dal Presidente Mattarella, in occasione di due delicatissime sedute dell’organo di autogoverno alle quali volle essere presente come Presidente. Ma in fondo è anche questo del sorteggio un modo per colpire la credibilità della Magistratura. 

La stessa definizione dell’Alta Corte, per composizione, contiene aspetti inaccettabili. Per la composizione innanzitutto e per non riguardare solo le seconde istanze. 

In questa riforma non c’è, insomma una separazione delle carriere, ma una separazione delle magistrature, con le gravi conseguenze e rischi che si porta dietro. 

Non ci sembra rilevante l’argomento di un appiattimento dei giudici sui Pm. Lo dicono i fatti. Quasi la metà delle richieste della magistratura requirente non vengono accolte dai giudici. Quasi la metà dei giudizi d’appello riformano quelli di primo grado e il 50% dei giudizi finisce con un proscioglimento. 

C’è un punto, poi. Oggi a legislazione vigente (riforma “Cartabia”) è consentito ai magistrati un solo passaggio di funzione nella carriera. Per noi è insufficiente, per i motivi di utilità di circolazione di esperienze richiamati prima. Ma questo è. E i passaggi di funzione sono neanche una trentina l’anno. Su quasi 9500 magistrati. E gran parte di questi circa trenta sono giovani magistrati che sono stati costretti a scegliere dopo il tirocinio una sede (magari lontanissima da casa), e una funzione disponibile (magari non rispondente alla propria vocazione) e che dopo il primo incarico scelgono di avvicinarsi alla famiglia e scegliere una funzione più consona alle loro aspirazioni. 

Di tutte queste cose avremmo voluto discutere in Parlamento, ma la destra al Governo lo ha impedito. Fu Nordio, dopo il Consiglio dei Ministri, a dire che la “riforma” approvata sarebbe stata  “blindata”. Nessuno (nessuno) degli emendamenti delle opposizioni è stato accolto e alla stessa rappresentanza parlamentare dei gruppi di maggioranza è stato impedito di presentarli. Blindata! Una riforma costituzionale!

Accennate solo alcune considerazioni di merito, che secondo noi rendono inaccettabile la riforma e giusta l’indicazione del NO al referendum, vogliamo sottolineare alcune considerazioni di valore più politico-istituzionale.

Non siamo a un convegno dedicato alla cultura della giurisdizione. Se fossimo in quella sede, tutte le argomentazioni del NO e quelle del SI potrebbero dare vita ad un confronto utile e di livello.

Non è così. Noi riteniamo che le destre, in diverse parti del mondo, offrano proprie risposte alla crisi della democrazia, che peraltro oggi riguarda Paesi che comprendono solo l’8% della popolazione mondiale. Tra questi Paesi sono ancora compresi gli Stati Uniti, dove Trump e le tecnocrazie stanno demolendo tutti i presidi della democrazia liberale. Sono ispirazioni comuni, quelle delle destre , con risposte che presentano varianti nazionali.

In Italia, non è il caso di gridare al fascismo. Sarebbe una visione estremistica e minoritaria. Tuttavia non può non apparire visibile come ci siano azioni e atti che portano non a riforme per allargare e rafforzare una democrazia in affanno e sotto attacco che secondo noi deve essere “decidente”,  ma a un restringimento della stessa.

Qualche esempio.

Con la loro riforma del Premierato (non sarebbe un fuor d’opera discutere di queste cose, ma loro lo impediscono in radice) puntano ad un indebolimento del ruolo del Parlamento e delle prerogative di garanzia del Presidente della Repubblica. Dovrebbe essere il contrario: rafforzando i poteri del Presidente del Consiglio si dovrebbero rafforzare anche i pesi ed i contrappesi di due organi costituzionali come Presidente della Repubblica e Parlamento.

L’indebolimento del Parlamento è praticato quotidianamente. Alla disdicevole pratica dell’apposizione intensiva della fiducia ( che caratterizzava anche diversi precedenti Governi e maggioranze ma non in questa misura così patologica) si sono aggiunte vicende incredibili: la decisione di “scippare” al Parlamento un DDL (Sicurezza) su cui il Senato stava intensamente lavorando da mesi per trasformarlo improvvisamente in Decreto immediatamente in vigore, è stata di una eccezionale gravità.

Con la riforma della Corte dei Conti, con la delegittimazione quotidiana di organi giurisdizionali sovranazionali, la destra italiana dimostra una vera e propria idiosincrasia verso un democratico e trasparente sistema di controlli, alla base di ogni sano principio di trasparenza.

Lo stesso vale per una sistematica ostilità praticata verso direttive, atti, indicazioni di diversi organi dell’Unione Europea, che – con questa maggioranza – l’Italia non recepisce o, nel recepirli, li depotenzia.

C’è, in questo quadro, anche una vera e propria ostilità – quotidiana – espressa e praticata verso il giornalismo d’inchiesta. E’ un tema importante: certe trasmissioni, certe inchieste, certe modalità di informare possono certamente essere criticate. Possono essere urticanti. Ma in una democrazia sana contropoteri come l’informazione sono fondamentali, perché salutari. Per questa destra, che pure è quotidiana fabbricante di gogne mediatiche, non è così.

I forti rischi di attacchi all’indipendenza della Magistratura e alla separazione dei poteri, insiti nella riforma, si inquadrano in questa cornice, ne fanno parte integrante.

Oltre quelli di merito, ci sono secondo noi anche questi aspetti più politici, di quadro,  che portano ad impegnarsi per il NO al refrendum.

E – infine – c’è un punto fondamentale che esplicitiamo in poche parole. Drammatica situazione delle carceri; cronica lunghezza irragionevole della durata dei processi; mancanze pesanti negli organici dei magistrati, del personale di cancelleria, di altre figure degli uffici giudiziari; mancata piena stabilizzazione  dei precari degli Uffici per il Processo; incertezza sul futuro di quelli dei progetti PNRR e degli addetti ai “data entry”;  ritardi sulla digitalizzazione e l’applicazione del  processo telematico…..Potremmo continuare. Questa legislatura avrebbe potuto essere quella nella quale Parlamento e Governo avrebbero potuto lavorare per applicare le tre riforme fatte durante il Governo Draghi (Ordinamentale, Civile, Penale). La cui approvazione pressoché unanime (meno FDI) aveva posto fine alla guerra dei trent’anni tra Politica e Magistratura. Erano, dopo troppi anni,  riforme di sistema, non a favore o contro qualcuno. Avremmo dovuto dare loro gambe e risorse per camminare. Avrebbero dovuto essere sperimentate (avevano certamente molti limiti, anche per le necessità di approvarle rapidamente per non perdere fondi PNRR). Sperimentarle sul campo e decidere insieme “tagliandi” e cambiamenti da apporre.

Governo e maggioranza hanno scelto la strada opposta, riaprendo lo scontro con la Magistratura (ha ragione Violante quando teme un referendum “contro” la Magistratura: devastante!). 

Il populismo penale da palinsesto tv che ogni giorno ci viene propinato, da Garlasco in giù, è una goccia pericolosa, che scava la pietra fragile della democrazia.

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