di Alberto Bianchi
Le parole di Maurizio Landini sul sorteggio per il Csm – pronunciate a margine di un’iniziativa a sostegno del No al referendum sulla riforma della giustizia, organizzata a Napoli da Fp (Funzione pubblica Cgil) – non sono una critica: sono un cortocircuito logico travestito da indignazione. La sua provocazione – “Perché non sorteggiamo i parlamentari? Perché non sorteggiamo i sindaci?” – non è un argomento, è un espediente retorico che confonde piani istituzionali radicalmente diversi. E quando si confondono i piani, o non si capisce la materia o non la si vuole capire.
Il punto è semplice, e proprio per questo la sua distorsione è grave: le istituzioni rappresentative si fondano sul voto, gli organi di autogoverno sulla garanzia di indipendenza e imparzialità. I parlamentari esercitano una funzione politica, i membri del Csm una funzione tecnica di governo interno della magistratura. I primi rispondono agli elettori, i secondi rispondono alla Costituzione. Mettere sullo stesso piano elezione e selezione significa negare la differenza tra rappresentanza e funzione, tra mandato politico e responsabilità ordinamentale.
Il sorteggio non è un feticcio né una panacea: è una proposta — discutibile, migliorabile, criticabile — per spezzare un meccanismo correntizio che ha prodotto degenerazioni sotto gli occhi di tutti. Ridurlo a una barzelletta da comizio è un modo per evitare il merito. È più facile gridare allo scandalo che affrontare la realtà: la magistratura ha un problema di autoreferenzialità e di lottizzazione interna, e fingere che non esista non è difesa della democrazia, è negazione della realtà.
E qui sta il punto più debole della sortita di Landini: evocare il “rischio per le istituzioni democratiche” senza distinguere tra ciò che è democratico perché eletto e ciò che è democratico perché indipendente. La democrazia non è un monolite indistinto; è un sistema di pesi e contrappesi, di poteri che si legittimano in modi diversi. Pretendere che tutto funzioni come un’assemblea elettiva significa non capire la natura stessa dello Stato costituzionale.
La sua provocazione sui parlamentari e sui sindaci, poi, è rivelatrice: è l’argomento di chi non vuole discutere, non di chi vuole capire. È un artificio che serve a screditare la proposta trascinandola nel grottesco, non a valutarne la razionalità. È la scorciatoia di chi preferisce l’applauso immediato alla fatica dell’analisi.
Chi ha davvero a cuore la qualità delle istituzioni non confonde i livelli, non mescola funzioni, non usa la democrazia come un passe-partout retorico. La difende distinguendo, non appiattendo. La rafforza chiarendo, non urlando. La onora riconoscendo che non tutto ciò che non è elettivo è antidemocratico, e che talvolta proprio la distanza dal voto è ciò che garantisce l’imparzialità.
Le parole di Landini, invece, cancellano queste distinzioni con un colpo di spugna. E non per distrazione: per convenienza. La sua è una scelta deliberata di politicizzare il referendum, trasformarlo in un terreno di scontro identitario, in un Sì o No al governo, sottraendolo al confronto serio sulle ragioni e sui limiti della proposta. È molto più semplice evocare un presunto attacco alla democrazia – attacco che non c’è nella proposta di riforma sottoposta al voto referendario – che discutere nel merito di come si selezionano i membri di un organo di autogoverno. Ma questa scorciatoia retorica ha un prezzo: distorce il dibattito, confonde i cittadini e svuota la discussione dei contenuti reali. Ed è proprio qui che risiede la responsabilità più grave di Landini: nel piegare il confronto democratico a una narrazione che evita accuratamente il merito dei problemi.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.