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Trump è un imperialista (ma l’asse delle potenze autoritarie fa meno paura)

Alessandro Maran giovedì 8 Gennaio 2026
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di Alessandro Maran

 

Ieri, su Le Monde, Nicolas Chapuis ha posto la domanda cruciale: “L’imperialismo sfrenato del presidente americano e del suo consigliere Stephen Miller, che prende di mira anche Cuba, Colombia, Messico e soprattutto la Groenlandia, è ormai la strategia ufficiale del Paese?” (https://www.lemonde.fr/…/aux-etats-unis-l-imperialisme…).
Dopo l’audace cattura da parte dell’amministrazione del dittatore venezuelano Nicolás Maduro, e le minacce e allusioni a possibili azioni militari in Colombia, Cuba, Messico e Groenlandia, molti si chiedono se il presidente Donald Trump interverrà altrove e se l’imperialismo americano sia ormai una caratteristica distintiva dell’ordine globale. L’ex primo ministro svedese Carl Bildt scrive per l’European Council on Foreign Relation (ECFR) che Trump ora sembra apprezzare l’azione militare “quasi” quanto “i suoi amati dazi. Con ogni probabilità, non finisce qui” (https://ecfr.eu/…/trump-strikes-venezuela-three…/).
Tutto sembra possibile. Il caporedattore di Foreign Policy, Ravi Agrawal, ha sostenuto che se la sua azione in Venezuela si rivelerà vincente è probabile che Trump intervenga altrove. Al contrario, una situazione di stallo in stile iracheno diminuirà qualsiasi appetito imperialista. Anche la politica interna avrà un ruolo. Stando ai sondaggi effettuati prima del raid, il colpo di mano di Trump in Venezuela si preannuncia impopolare tra gli americani. Una vasta parte dell’opinione pubblica americana e della comunità ispanica guarda con scetticismo o aperta opposizione all’intervento. Ora gli interrogativi riguardano la coalizione MAGA di Trump, a cui era stata promessa la fine dei coinvolgimenti militari all’estero. Disapproverà la nuova avventura all’estero? O la base di Trump si schiererà al suo fianco, come spesso accade? Aaron Blake della CNN osserva: “Il primo sondaggio di qualità sull’operazione [in Venezuela] – pubblicato lunedì dal Washington Post – suggerisce che i repubblicani si sono schierati dalla parte di Trump. Ma questo non significa che sia popolare. Il sondaggio mostra che il 40% degli americani approva l’invio dell’esercito da parte dell’amministrazione per catturare Maduro, rispetto al 42% che è contrario” (https://edition.cnn.com/…/trump-venezuela-politics…). Tra tutti gli intervistati, un sondaggio Reuters/Ipsos condotto domenica e lunedì (https://www.ipsos.com/…/ct/news/documents/2026-01/Reuters Ipsos Venezuela Maduro Capture Survey January 4-5 2026.pdf) ha mostrato una ripartizione quasi uguale tra sostenitori, contrari e “indecisi”. Le opinioni erano polarizzate a seconda del partito: il 65% dei repubblicani sosteneva il raid mentre il 65% dei democratici si opponeva (va detto che l’opinione pubblica era ancora in fase di formazione, poiché meno della metà ha dichiarato a Reuters/Ipsos di aver sentito “molto” parlare dell’operazione militare).
Per Russia e Cina, il raid in Venezuela presenta luci e ombre. Il precedente di grandi potenze che fanno ciò che vogliono nelle proprie zone d’influenza rafforza sicuramente la tesi di Mosca a favore del predominio in Ucraina e quella di Pechino nei confronti di Taiwan. Detto questo, Trump ora appare molto più aggressivo e meno prevedibile, il che rappresenta una sfida impegnativa per i rivali dell’America. “La Cina non si è astenuta dall’attaccare Taiwan perché aspettava che gli Stati Uniti creassero un precedente da poter seguire”, scrive David Sacks per il blog Asia Unbound del Council on Foreign Relations (https://www.cfr.org/…/trumps-strikes-venezuela-will-not…). Se la lezione del Venezuela è semplicemente che gli Stati Uniti ora sono molto più aggressivi, ciò aumenterà i costi militari che hanno impedito a Pechino di agire.
Per la Russia, il ragionamento è simile. Il precedente venezuelano sembra incoraggiante per il presidente russo Vladimir Putin e per i suoi obiettivi imperialistici. Allo stesso tempo, la cattura da parte degli Stati Uniti di un alleato russo fa apparire la Russia molto debole come protettore, e non è chiaro quanto il precedente possa valere. “Putin segue da anni il modello secondo cui ‘la forza fa il diritto'”, scrive Eva Hartog su POLITICO. “Ciò che è imbarazzante è che non ha avuto lo stesso successo di Trump” (https://www.politico.eu/…/donald-trump-venezuela…/). Persino le stravaganti affermazioni di Trump sulla conquista della Groenlandia sono problematiche, dal punto di vista russo. Putin desidera da tempo creare una frattura nell’alleanza della NATO, e la Groenlandia ora sembra rappresentare quella frattura. Tuttavia, come riporta il redattore del Fareed’s Global Briefing Chris Good, secondo Hanna Notte, esperta di Eurasia del Middlebury Institute, la Russia ha diverse preoccupazioni strategiche nell’Artico, e una Groenlandia più militarizzata e controllata dagli Stati Uniti non avvantaggia Mosca nella sua competizione basata sull’hard power nell’estremo nord. Oltretutto, molti strateghi russi sono sempre stati scettici sull’impegno americano nei confronti del diritto internazionale, ritenendo piuttosto che gli Stati Uniti cerchino semplicemente l’egemonia globale. Da questa prospettiva, è sempre stato improbabile che Washington desse a Putin ciò che desiderava – abbandonare l’Ucraina, ritirarsi dall’Europa orientale – non perché gli Stati Uniti sostengano il diritto internazionale o amino l’Europa, ma perché hanno fame di potere. In quest’ottica, sottolinea Notte, il raid di Trump in Venezuela e le sue trattative imperialistiche risulteranno meno vantaggiose per il Cremlino.
Quindi, sebbene Trump abbia stravolto i precedenti del passato, non è chiaro quale nuovo assetto intenda definire: un ritorno all’era degli imperi o semplicemente l’ascesa del proprio impero. Nel frattempo, l'”asse” delle potenze autoritarie Russia, Cina, Iran, Corea del Nord e Venezuela appare ora meno temibile e, di fatto, meno verosimile, come scrive Adam Gallagher per la World Politics Review (https://www.worldpoliticsreview.com/russia-china…/).

La vignetta è di Bill Bramhall.

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