di Roberta Elmadhi
La riforma che può segnare un prima e un dopo nella giustizia italiana
“La legge è uguale per tutti” è la formula che apre ogni aula di giustizia italiana. È una promessa solenne di imparzialità, terzietà, fiducia nello Stato di diritto. Ma una promessa istituzionale vive solo se è sostenuta da assetti organizzativi coerenti. Quando l’architettura del sistema non distingue fino in fondo tra chi accusa e chi giudica, quella promessa rischia di apparire ai cittadini più come un principio astratto che come una realtà pienamente garantita. La separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente non è quindi una battaglia identitaria né uno scontro tra poteri: è una questione di credibilità del sistema giudiziario, di qualità della giurisdizione, di fiducia pubblica. In definitiva, è una questione di eguaglianza davanti alla legge.
Il tema non nasce oggi. Da decenni ritorna nel dibattito istituzionale, segno che non si tratta di una questione marginale ma di un nodo strutturale mai risolto. Se una riforma resta al centro della discussione per così tanto tempo, significa che intercetta un problema reale. Nel frattempo, la società è cambiata: sono aumentate le aspettative di trasparenza, è cresciuta la domanda di accountability, l’opinione pubblica è più attenta alla qualità della giustizia, il contesto europeo ed internazionale valorizza sempre più la chiarezza dei ruoli e delle responsabilità. Continuare a rinviare una riforma strutturale rischia di produrre immobilismo proprio mentre i cittadini chiedono evoluzione e affidabilità democratica.
La separazione delle carriere non è una riforma tra le altre. È una riforma abilitante, la “riforma delle riforme” — e per chi crede nel riformismo come energia di cambiamento, questo è motivo di autentico entusiasmo. Perché le riforme vere non nascono per dividere, ma per far crescere le istituzioni, renderle più giuste, più trasparenti, più all’altezza del loro compito democratico. È il riformismo che guarda lontano, che non teme di rinnovare per rafforzare, che sa che ogni passo avanti nella qualità della giustizia è un passo avanti nella qualità della democrazia. Il riformismo riconosce che senza una distinzione strutturale tra giudice e pubblico ministero, molte altre innovazioni restano deboli o parziali: la governance delle nomine continua a muoversi in circuiti promiscui, la trasparenza fatica a essere sostanziale, l’accountability rischia di diventare ambigua, la cultura professionale resta indifferenziata. Separare le carriere significa chiarire ruoli, responsabilità e criteri di valutazione; significa allineare l’organizzazione della giustizia alla logica del giusto processo, in cui accusa e giudizio devono essere distinti non solo funzionalmente ma anche istituzionalmente. È una riforma di architettura, non di dettaglio, e proprio per questo segna un prima e un dopo.
C’è poi un punto spesso taciuto ma decisivo: la separazione delle carriere può contribuire a rendere la giustizia più libera da dinamiche correntizie interne. Quando i percorsi di carriera sono unitari, le reti relazionali attraversano funzioni diverse e possono influenzare le dinamiche di avanzamento. La distinzione dei percorsi riduce queste sovrapposizioni, limita le zone grigie e rafforza l’idea che le progressioni dipendano dalla funzione esercitata e dal merito, non dalle appartenenze. In questo senso, la separazione delle carriere non divide i magistrati: li rende più eguali, perché sottopone tutti a criteri coerenti con il ruolo svolto e riduce le asimmetrie generate da circuiti informali di influenza. L’eguaglianza tra magistrati, prima ancora che tra cittadini, è condizione di credibilità dell’intero sistema.
Un sistema giudiziario vive non solo di norme ma di cultura professionale. Quando le carriere sono unitarie, si sviluppa inevitabilmente una cultura comune che può attenuare la distinzione tra chi accusa e chi giudica. La separazione favorisce invece identità professionali chiare, etiche di ruolo differenziate, maggiore consapevolezza della terzietà del giudice e della funzione propria del pubblico ministero. Questo non indebolisce la magistratura: ne rafforza la legittimazione democratica e la riconoscibilità istituzionale. Una giurisdizione forte è una giurisdizione chiaramente distinguibile nei suoi ruoli.
In questo quadro, il referendum sulla separazione delle carriere del 22-23 marzo 2026 sarà un referendum di grande successo democratico. Rappresenterà l’occasione per affidare ai cittadini una scelta sull’assetto della giustizia, cioè su uno dei pilastri dello Stato di diritto. Un simile passaggio sarebbe un segnale di maturità democratica, partecipazione consapevole, volontà di modernizzazione istituzionale. Quando una riforma incide sull’equilibrio tra poteri e sulla fiducia nella giustizia, il coinvolgimento popolare non è un pericolo: è una risorsa preziosa!
Dire davvero “uguale per tutti” significa costruire un sistema in cui i ruoli sono chiari, le responsabilità definite, le decisioni leggibili, la terzietà non solo proclamata ma visibile. La separazione delle carriere non risolve ogni problema della giustizia italiana, ma crea le condizioni perché le altre riforme funzionino. È una concreta attuazione dello Stato di diritto: rende coerente la promessa costituzionale con l’organizzazione reale. Se la giustizia è uno dei pilastri della democrazia, allora la sua architettura istituzionale non è neutra. Il successo di questo referendum rappresenta una riforma iniziatica, quasi un atto di rinascita istituzionale: l’inizio di un cammino che può generare molte altre riforme giuste, restituendo fiducia e verità al sistema giudiziario. E il tempo dell’attesa è già durato troppo…

Roberta Elmadhi è una giovane europeista e riformista, laureata in Scienze Politiche con specializzazione in sviluppo economico e integrazione del mercato unico europeo presso l’Università di Bologna. Esperta in governance multilivello, semplificazione e progettazione europea, lavora alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e collabora con l’Università di Bologna come assistente.