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Università versus difesa, l’ideologia cieca e il tradimento dell’accademia

Alberto Bianchi giovedì 4 Dicembre 2025
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di Alberto Bianchi

C’è una linea sottile tra autonomia accademica e cieca ideologia. Alcuni atenei italiani, capeggiati dall’Università di Bologna, hanno deciso di recedere dai protocolli di collaborazione con le Forze armate e con Leonardo. Una scelta che mette a rischio 28 accordi ancora attivi e decine di intese strategiche. Non è un dettaglio burocratico: è un colpo diretto alla credibilità della ricerca italiana e alla sicurezza nazionale, nonché un grave colpo alla necessità di costruire in Italia una solida e popolare “etica militare democratica”, intesa come rispetto, riconoscimento e gratitudine da parte delle forze politiche, dei cittadini e delle istituzioni accademiche verso le Forze armate, in una cornice pluralista e civile.

Un rifiuto che sa di pregiudizio

Non siamo di fronte a un dibattito sereno sul ruolo della Difesa nella società. Siamo di fronte a un atto di ostilità pregiudiziale, che trasforma l’università in un’arena ideologica. Il messaggio è chiaro: la Difesa, le Forze armate, i giovani che hanno intrapreso la carriera nei centri di ricerca militare strategica e tecnologico-industriale o nei servizi operativi non sono degni di dialogo. L’impresa “Leonardo” non è degna di collaborazione. Una posizione che non solo è miope, ma anche profondamente contraddittoria.

Gli stessi atenei che stringono accordi con multinazionali private in settori controversi – dall’energia al farmaceutico – decidono di demonizzare le Forze armate, come se la sicurezza del Paese fosse un tema “scomodo” da rimuovere.

Ricerca e studenti sacrificati sull’altare dell’ideologia

Innovazione tradita: i protocolli con la Difesa hanno generato progetti in aerospazio, cybersecurity, materiali avanzati e intelligenza artificiale. Rinunciare significa tagliare le gambe a interi filoni di ricerca.

Opportunità negate: Leonardo e altri soggetti e imprese del comparto difesa offrono sbocchi professionali qualificati a migliaia di giovani. Spezzare questi legami significa chiudere porte e carriere.

Sicurezza ignorata: le Forze armate non sono un corpo estraneo, ma il pilastro che garantisce libertà e stabilità. Escluderle dal dialogo accademico è un insulto al loro ruolo.

Sarebbe un danno irreparabile

La rottura di questi accordi non colpisce solo la Difesa. Colpisce la reputazione internazionale delle università italiane, che rischiano di apparire isolate e marginali in un mondo dove ricerca e sicurezza sono sempre più interconnesse. È un autogol che disperde risorse pubbliche e vanifica anni di lavoro congiunto.

I riformisti, per una sinistra di governo, devono essere i protagonisti primi di un’azione di denuncia forte da parte della politica.

Questo rifiuto non è un atto di coraggio, ma di chiusura ideologica. È la resa di un mondo accademico che confonde indipendenza con disimpegno e che preferisce la sterile purezza ideologica alla responsabilità verso studenti, ricerca e Paese. Chiudere le porte alla Difesa significa chiudere le porte al futuro.

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