“Ciò che Trump desidera più di ogni altra cosa è il successo, non un disastro, soprattutto con le elezioni di medio termine di novembre alle porte”, scrive Kim Ghattas, giornalista navigata esperta del Medio Oriente, per il
Financial Times. “Questo spiega perché si è tirato indietro dall’attaccare l’Iran a gennaio, quando è diventato chiaro che, nonostante le proteste di massa, il regime non era vicino al collasso e gli Stati Uniti non disponevano sul posto di strumenti di difesa fondamentali”. Eventuali accordi diplomatici si concentrerebbero probabilmente su concessioni iraniane riguardanti l’arricchimento nucleare, le ispezioni o altre questioni come l’arsenale missilistico o il sostegno ai proxy regionali, in cambio dell’allentamento delle sanzioni statunitensi. Ghattas ritiene che le possibilità di un accordo siano “scarse, ma non impossibili”, dato il coinvolgimento, questa volta, di attori regionali chiave. “Stiamo assistendo al distillato di 47 anni di lezioni apprese sia alla Casa Bianca che in Israele su come spremere, intimidire, coinvolgere e persino coccolare il regime iraniano, a volte tutto contemporaneamente”, scrive Ghattas (
https://www.ft.com/…/052be4f5-1a2f-40ea-ac5d-6e2b65ad8db5).