di Alberto Colombelli
“Voi siete l’America. Senza vincoli di abitudini e convenzioni. Senza l’intralcio di ciò che è, e pronti a cogliere ciò che dovrebbe essere. Ovunque in questo Paese, ci sono primi passi da compiere, nuove strade da percorrere, nuovi ponti da attraversare. L’America non è il progetto di una singola persona. La parola più potente nella nostra democrazia è la parola ‘Noi! Noi, il Popolo’. ‘Noi vinceremo!’ ‘Sì, possiamo farcela!’. Questa parola non appartiene a nessuno. Appartiene a tutti. Oh, che compito glorioso ci è stato affidato, cercare continuamente di migliorare questa nostra grande nazione.” (Presidente Barack Obama, Discorso del 7 marzo 2015, durante il 50° Anniversario del Bloody Sunday a Selma, Alabama)
Alla vigilia di Natale l’installazione di questo testo denominato “You Are America” è iniziata in cima all’edificio in corso di realizzazione a Chicago dove sta sorgendo l’Obama Presidential Center, il museo presidenziale dedicato al 44° Presidente degli Stati Uniti d’America.
Visibili dalle strade circostanti fino a chilometri oltre il South Side di Chicago, estratti del discorso del Presidente Obama in occasione del 50° Anniversario del Bloody Sunday, la Domenica di Sangue, a Selma, in Alabama, hanno così iniziato ad apparire proprio all’alba di questo Natale all’esterno del museo presso l’Obama Presidential Center.
Saranno un promemoria di speranza e possibilità: “You Are America”.
Saranno un invito a sfruttare l’energia di questa comunità, per elevare le voci di persone comuni, e per far sì che la storia di questo Centro sia quella in cui residenti e visitatori di tutto il mondo possano partecipare al “glorioso compito” del cambiamento.
L’inaugurazione ufficiale del Barack Obama Presidential Center nel Jackson Park di Chicago è prevista per giugno 2026: i lavori di costruzione del campus, che comprende un museo, una biblioteca, giardini e spazi comunitari, sono quasi ultimati, realizzando la visione di fungere da centro per l’impegno civico e lo sviluppo della leadership.
Darà ancora più incisiva attuazione al progetto iniziato con l’Obama Foundation, l’organizzazione con cui il Presidente Obama al termine del suo mandato ha cercato di contribuire alla realizzazione di una rete internazionale tra i futuri leader mondiali di una nuova generazione di giovani impegnati per la propria comunità e capaci di fare insieme la differenza a livello globale.
È un messaggio importante di fronte a una realtà attuale che appare sempre più descritta come aver ormai smantellato ogni valore, ideale e istituzione su cui era stato costruito l’ordine globale dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Tutto viene rappresentato come se si sia ormai abdicato a favore di un nuovo modello che fa della prevaricazione, della brutalità, della politica della forza, degli interessi di ristrette oligarchie di potere e soprattutto della totale assenza di empatia i valori fondanti.
Come se decenni di conquiste politiche, sociali e civili realizzate faticosamente sulle macerie di avvenimenti storici tra i più drammatici della storia dell’umanità siano stati già definitivamente cancellati dal risultato di singole tornate elettorali in cui, in quella che dovrebbe essere una normale alternanza democratica, ha questa volta prevalso chi è disposto a forzare i pesi e i contrappesi di costituzioni liberali per affermare proprie aspirazioni di un’egemonia priva di controllo, superando un giorno dopo l’altro linee rosse che fino a poco tempo fa apparivano invalicabili.
Rassegnarsi ad accettare una realtà come questa – rinunciando improvvisamente a pensare ad un futuro in cui democrazia liberale e stato di diritto debbano essere protetti e rilanciati ogni giorno, in cui multilateralismo e pluralismo democratico possano continuare ad essere i fondamenti su cui costruire società più eque e più giuste – appare un’opzione a cui non ci si può permettere di arrendersi, tanto meno così facilmente.
Serve passione, visione e perseveranza.
Serve coraggio:
“Quando in futuro l’Alta Corte della Storia si riunirà per giudicare ognuno di noi, ci domanderemo: ‘Siamo stati veramente uomini di coraggio, con il coraggio di affrontare i nemici e il coraggio di affrontare, se necessario, anche gli alleati?’” (Presidente eletto John F. Kennedy, discorso al Parlamento del Massachusetts prima dell’Insediamento, 9 gennaio 1961)
Oggi più che mai serve ricordare che, come sempre, il cambiamento non può che partire e dipendere da ciascuno di noi.
“Ogni volta che una persona difende un ideale, agisce per migliorare il destino degli altri, o lotta contro un’ingiustizia, trasmette una piccola onda di speranza.” (Senatore Robert F. Kennedy, Democratic National Convention, 27 agosto 1964)
C’è oggi un’assertività sempre più diffusa ed incombente che non riguarda solo le autocrazie illiberali più potenti ma che ha investito anche democrazie occidentali desiderose di risolvere ogni questione rilevante sul piano internazionale su logiche di puro interesse economico, facendo propri metodi che pensavamo non ci appartenessero più e con i quali ora siamo costretti a riconfrontarci quotidianamente.
Così torna a prevalere la tendenza a favorire posizioni che, presentate come radicali, si rivelano in realtà estreme ed alla costante ricerca dell’individuazione di un nemico rispetto a quelle fondate sulla mediazione, sulla diplomazia e su progressi graduali da ottenersi nel rispetto di tutti.
“Quello che è discutibile, ciò che è pericoloso degli estremisti non è il loro essere estremi, ma la loro intolleranza. Il male non è ciò che dicono sulla loro causa, ma quello che dicono sui loro avversari.” (Robert F. Kennedy)
Così, mentre si parla di trovare soluzioni a drammatici conflitti, in realtà si verifica a livello globale una progressiva estensione di rivendicazioni territoriali che riguardano ormai anche Paesi occidentali.
Così, mentre si parla di riforme, in realtà si propongono soluzioni che, nel metodo, sacrificano la democrazia e, nel merito, non risolvono le questioni chiave della nostra società.
Passare in rassegna le questioni più rilevanti sul piano internazionale o anche su quello nazionale per cercare di definire cosa ci attende nel nuovo anno appare un esercizio sterile o che poco aggiunge rispetto a quello che già si sente, se anche noi ci rassegniamo a farlo con gli occhi di chi oggi detiene un potere che tende a rappresentare come assoluto e a tempo indeterminato.
Serve invece leggere il nostro tempo non come ormai definitivamente compromesso dalla volontà di ristretti gruppi di potere, ma, come riaffermato dalle parole che Barack Obama sta in queste ore riproponendo al mondo, come ancora nelle nostre mani.
Possiamo, insieme, essere artefici del nostro futuro, è una responsabilità prima di tutto verso noi stessi, ricordandoci che un altro mondo è sempre e ancora possibile.
“È diffusa l’opinione che in questo mondo non vi siano più figure eroiche. Il cinismo e la disperazione ci fanno credere che il coraggio morale si sia spento. Non è così. Ci sono persone tra noi che ancora possiedono quel valore.” (Kerry Kennedy, Presidente Robert and Ethel Kennedy Center for Human Rights)
Proprio mentre scrivevo queste righe una canzone mi si è riproposta, di solito non cito testi musicali, ma questa volta mi sembra più che una coincidenza, un messaggio evidente che così qui non posso non condividere:
“Mentre il mondo cade a pezzi
Io compongo nuovi spazi e desideri che
Appartengono anche a te
Mentre il mondo cade a pezzi
Mi allontano dagli eccessi e dalle cattive abitudini
Tornerò all’origine
E torno a te, che sei per me l’essenziale”
(estratto de ‘L’essenziale’, brano di Marco Mengoni, 2013)
Continuiamo a tenere accesa, insieme, la speranza nel nostro futuro.
Il miglior augurio per il nostro prossimo anno insieme parte proprio da quelle parole di speranza che si stanno installando e stanno risorgendo in queste ore a Chicago.

Consulente d’impresa, esperto in Corporate Banking. Già delegato dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico, è attivo nell’Associazione europeista Freedem e nell’Associazione InNova Bergamo. Ha contribuito al progetto transnazionale di candidatura UNESCO delle ‘Opere di difesa veneziane tra il XV e il XVII secolo’. Diplomato ISPI in Affari europei. Componente del Comitato scientifico di Libertà Eguale. E’ impegnato nella costruzione di una proposta di alleanza tra tutti gli europeisti riformatori.