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Roma, le elezioni e la scena indipendente

 

Roma è tra le città europee più fertili artisticamente, anche grazie all’alto numero di teatri grandi e piccoli, associazioni, centri sociali,  che la popolano mentre nell’intera Regione Lazio il settore costituisce il 70% delle imprese culturali nazionali. Eppure, quello della scena, e dell’arte contemporanea in genere, è tra i settori più trascurati dalle giunte comunali che spesso hanno preferito dare spazio (e soldi) ai grandi eventi invece di valorizzare l’esistente. Un altro modo di abbandonare a se stessi giovani e non più giovani talenti, addetti ai lavori ecc.

La mancanza di una politica culturale a lungo termine, che non riguardi solo i beni culturali, è stata oggetto di interminabili dibattiti, da ultimo “Cultura è Capitale”, organizzato dal Rialto, che si è svolto il 22 maggio scorso all’Ex Dogana per lanciare l’idea di un Rinascimento, “da associare come punto di ri-partenza alle prossime elezioni”, mettendo insieme il grande bagaglio della capitale, architettura, cinema, artigianato di qualità, patrimonio archeologico e individuando un denominatore comune. La scena contemporanea che si definisce indipendente non chiede finanziamenti ma agibilità, chiede di poter utilizzare spazi in disuso e di rivedere normative ormai desuete (come si può leggere nella Piattaforma Rialto 2020).

Una ricchezza del tutto trascurata quella romana, anche nel corso del dibattito elettorale, sulla quale basterebbe dire (tanto per farci un’idea) che non esiste un monitoraggio ufficiale delle sale e delle realtà teatrali,  a differenza di città come Milano sul cui sito comunale è a disposizione tutto il materiale sulle sue 88 sale (di cui 70 private). E’ quindi pressoché impossibile amministrare qualcosa che non si conosce e non si monitora.

Quello della capitale è un panorama frastagliato fatto di sale pubbliche, sale private, spazi occupati. Su questi ultimi, ormai rimasti in pochi, va detto che hanno spesso supplito a quella che doveva essere una funzione pubblica fungendo da luoghi di aggregazione, incubatori artistici, sale prove gratuite. Va anche detto che spesso essi sono in grado di finanziarsi da soli. Quindi sul perché privarne la città regna il mistero.

Il modello romano si basa su un mix di fondi privati (sponsor, lavoro volontaristico) e fondi pubblici, questi ultimi possono essere finanziamenti nazionali, elargiti a poche compagnie e teatri, o locali. Nel secondo caso Roma capitale adotta i documenti annuali sulle attività di promozione culturale e di spettacolo programmate e li trasmette alla Regione che ne verifica la coerenza con i bandi, (nel 2013 il totale erogato in tutta la regione è stato di 2.311.000,00 diviso tra 233 soggetti). In  particolare la Regione divide in quattro macro aree: rassegne e festival, attività di produzione, officine culturali e teatro sociale, sostegno alle piccole e medie imprese del settore cultura. Ma, evidentemente, non basta se le sale continuano chiudere o a dover accorpare i cartelloni (come avvenuto negli anni scorsi con il Teatro Argot e Teatro dell’Orologio) o comunque a sopravvivere a stento.

Non si tratta tuttavia di mancanza di fondi ma di cercare un modello culturale differente.

Alcuni anni fa due diverse visioni del teatro vennero incarnate in un “epico” scontro tra Alessandro Baricco ed Eugenio Scalfari attraverso alcuni articoli su Repubblica prima e poi in un vero e proprio duello verbale al Teatro Eliseo di Roma. Essi incarnavano due modelli contrastanti sostenendo il primo la necessità di uscire da una visione assistenzialistica del teatro e affidarsi solo alla risposta del botteghino, il secondo di rimanere in un’ orbita di intervento finalizzato alla qualità e alla ricerca.  Scontro che perdura tutt’oggi tra le due diverse anime dello spettacolo dal vivo anche se in effetti tentativi virtuosi di assorbirli entrambi ve ne sono stati. Un esempio ne è il Romaeuropa festival che unisce sponsor privati (Tim) e fondi pubblici, un modello che ha retto finché  i tagli ai finanziamenti non sono diventati troppo pesanti, sebbene la Legge di Stabilità abbia stabilizzato l’ Art Bonus al 65% per le erogazioni a favore della cultura.

Ma la specificità romana, che va salvaguardata, è quella delle piccole strutture con la loro offerta variegata, i quali di certo non attraggono investitori privati. Per uscirne, oltre a una migliore comunicazione tra i diversi settori della cultura, serve concentrarsi non tanto e non solo sull’erogazione di risorse ma su come attrarre finanziamenti. Nel modello rientrano una visione di lungo periodo, investimento sul capitale umano, integrazione tra filiere produttive e settore cultura. Quello che manca, per ora, alla capitale italiana.

Essa potrebbe invece, puntando al recupero e riutilizzo di spazi anche industriali, ricompattare le diverse realtà esistenti, offrire a chi ne usufruisce spazi polifunzionali che mettano  insieme, spettacolo dal vivo, audiovisivo, spazi prove. La creazione di progetti più forti potrebbe essere un modo per attrarre sponsor privati, consentire una condivisione delle spese, studiando ad esempio la possibilità di inserire le biblioteche di Roma attualmente disperse per la capitale con sedi spesso piccole e poco funzionali e conseguente spreco di risorse.

Si pensi a progetti virtuosi che andrebbero stabilizzati come Outdoor, sostenuto da Comune di Roma e Regione Lazio e affidato a Nufactory, nell’ex Caserma di via Guido Reni. Un progetto che è riuscito a far convergere su di sé una serie di sponsor, nato dalla volontà di rigenerare uno spazio dismesso attraverso iniziative culturali, e non solo, con un’offerta varia per soddisfare un pubblico sempre più trasversale.

A questo scopo il recupero dell’architettura industriale per la creazione di spazi culturali che doveva restituire a Roma e a tutto il paese un’aura di modernità, lungi dal metterla al passo con le grandi capitali europee rischia di rimanere un’operazione di pura facciata. Spazi già agibili restano chiusi mentre realtà sempre più attive restano senza casa.