LibertàEguale

La questione meridionale è questione italiana

Pubblichiamo l’intervento di Leonardo Impegno alla XVI Assemblea annuale di Libertàeguale

 

Voglio cominciare questo mio intervento evocando quanto detto da Matteo Renzi, allorché, nominato Presidente del Consiglio, approcciò il tema del Mezzogiorno. “Ciò che serve all’Italia serve al Mezzogiorno”, disse. E’ così, certo. Ma la frase, se possibile, va modificata: “ciò che serve all’Italia serve ancor di più al Mezzogiorno”! E la questione meridionale è la questione italiana. Questo è il dato di partenza, è inutile girarci intorno. E’ inutile aggirare il tema. Lo abbiamo fatto per oltre 20 anni, spesso assecondando deviazioni inspiegabili rispetto al tracciato, chiaro e uniforme, che i padri fondatori della democrazia italiana e i leader storici della sinistra, riformista e radicale, avevano chiaramente individuato.

L’Italia non ha alcuna valenza politica senza il Mezzogiorno.  La questione settentrionale, come è stata vista dalla Lega, è stato un comodo espediente per eludere il problema. Ma il gioco ora è terminato. È il momento  di  porre in campo misure poderose e definitive, come ha sempre sostenuto Morando, a favore del Sud.  Partendo da due considerazioni di ordine politico. Il Pd è l’unico partito nazionale, come di recente ha ribadito Renzi, che ha posto, dal governo ai gruppi parlamentari, il Sud al centro dell’agenda degli ultimi mesi. Il secondo. L’occasione che abbiamo davanti è storica e irripetibile! Per la prima volta, governo centrale e governi delle regioni meridionali battono la stessa bandiera, quella del Pd! Può crearsi una sinergia produttiva senza precedenti. Sempre che l’unità d’intenti prevalga e il profilo riformista si imponga con determinazione!

Se le regioni del Sud si mostrano unite solo per protestare contro le trivellazioni, non si va da nessuna parte…. Di contro, se prevale la logica del No, dell’ancestrale richiamo della sterile contrapposizione, della difesa degli antichi dogmi, il cammino sarà breve. E le classi dirigenti meridionali porteranno sulle spalle il peso dell’ennesimo fallimento. Guardiamo avanti, allora, partendo da un dato banale. Il Sud sconta un divario strutturale con il Centro Nord che deve essere ridotto. Chi e come debba farlo è il punto centrale. Sul chi, è evidente che nuove politiche debbano essere gestite da nuovi protagonisti. Formare nuove classi dirigenti competenti è compito dei partiti e Renzi, comunque la si veda, ha impresso un segnale forte verso il ricambio. Spetta poi alle articolazioni dei movimenti politici sul territorio promuovere gli strumenti, le opportunità, le modalità ed una cultura che consenta il rinnovamento degli uomini. Ma questo è un profilo del dibattito pubblico che va affrontato, anzitutto, dai partiti.  Sul come, invece, i termini della questione sono ormai abbastanza chiari. Pochi punti a riassumerli.

In epoca di salutare spending review, cominciata da Carlo Cottarelli e portata avanti da Yoram Gutgeld, non è più possibile l’abnorme crescita della spesa pubblica. La riduzione delle centrali di spesa, da oltre 30.000 a circa 30, è a portata di mano e riguarderà anche gli enti locali. Il processo può essere completato entro l’anno e partire nel 2016. Sarà importante seguirlo ed incoraggiarlo. Questo è l’impegno del Pd e dei suoi deputati meridionali ma non c’è dubbio che colpirà chi è più dipendente dalla spesa pubblica: il Sud. Inoltre, alla necessità, ormai ovvia, di razionalizzazione ed ottimizzazione dei fondi europei, deve accompagnarsi una decisa e radicale politica delle infrastrutture necessarie a rendere il Mezzogiorno una comunità più civile.  Infrastrutture materiali, ovvero, e banalmente, dalla Salerno-Reggio Calabria, all’alta velocità e all’alta capacità. Infrastrutture immateriali, e penso, ovviamente, alla diffusione generalizzata al Sud della banda larga e ultralarga. Ancora. E’ fondamentale il tema della leva fiscale. Il viceministro Morando ha già avanzato meritoriamente l’ipotesi di riservare la decontribuzione, per i datori di lavoro, sui contratti a tempo indeterminato al Sud e il ministro Padoan ha rilanciato lo strumento del credito d’imposta per le aziende che investono nel Mezzogiorno. Ottime iniziative, che i parlamentari meridionali del Pd devono sostenere, incoraggiare, supportare con tutte le proprie forze. La ripresa nel Mezzogiorno non può concretizzarsi senza una ripresa dell’edilizia. Bene gli incentivi fiscali sulla ristrutturazione degli immobili ed i bonus sulla innovazione energetica negli edifici, che andrebbero potenziati e rinvigoriti. Ma occorre altro. Occorrono strumenti che consentano il recupero e la riqualificazione di intere città o di parti di città. Sotto l’indirizzo ed il controllo pubblico, è necessario dotarsi di una moderna pianificazione strategica che consenta di coinvolgere sempre più i privati nel recupero di specifiche zone urbane. È, perciò, necessario mettere in campo nuove politiche che consentano il recupero della produttività, l’accorpamento e la crescita dimensionale delle imprese, l’aumento della capitalizzazione delle aziende, l’incremento della domanda di servizi finanziari, l’emersione delle attività irregolari.

Il Mezzogiorno è un insieme di cose, positive e negative, e noi abbiamo il compito di far emergere il meglio, per ridare fiducia e speranza.

Ma non  si può affrontare il tema del Mezzogiorno senza  prendere di petto tre temi specifici:

  1. Il governo deve risolvere il problema della migrazione di capitale umano qualificato, poiché la dimensione del fallimento del Mezzogiorno si legge soprattutto attraverso un dato: tra il 2001 e il 2013 sono emigrati, dal Sud verso il Centro-Nord, quasi un milione e 600.000 meridionali! A fronte di un rientro di 851.000 persone, segnando così un saldo migratorio netto negativo di 708mila unità!! Di questa perdita di popolazione, ben il 70%, pari a 494.000 persone, ha riguardato i giovani, di cui poco meno del 40% (ossia 188mila giovani) sono laureati!!
  2. Il governo dovrebbe affrontare il drammatico tema degli over 55 che, al Mezzogiorno, hanno patito più di ogni altra categoria gli effetti della crisi economica. In tal senso, da meridionale, da napoletano, mi sento di sostenere pienamente quanto affermato da Tito Boeri, presidente dell’Inps. Boeri vorrebbe istituire un reddito di inclusione sociale per gli over 55 più poveri che abbiano perso il lavoro in questi anni. Questa misura parlerebbe per il 50% al Mezzogiorno e, al di là di una cinica riflessione sul possibile rilancio dei consumi che essa indurrebbe, sarebbe assolutamente necessaria per aggredire il disagio sociale nel Mezzogiorno!
  3. Infine, credo che la campagna che sta portando alla riforma del Rc Auto dimostri la necessità di intervenire su quei costi che rendono il sud poco competitivo. (http://www.qdnapoli.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1321:un-esempio-di-riformismo&catid=22&Itemid=116)

Questo è ciò, che a mio avviso, serve. Un sistema integrato di politiche in grado riportare il sud al ruolo che gli compete.

Siamo qui per parlare della necessità di riformare il Pd e la sua cultura politica ed io credo che il lavoro di riforma del PD, al Sud, debba partire dalla necessità di rompere il perverso rapporto consenso/rappresentanza che ha permesso, nell’arco di buona parte dell’età repubblicana, di far assorbire al pubblico impiego, alle società partecipate e a quelle private, ma strettamente collegate con la politica, la costante richiesta di occupazione dei cittadini e tutto questo ha condizionato (e condiziona) in maniera pressante il Pd, gli eletti e l’elettorato.

Il partito al Sud? È fragilissimo ed è attaccato a vecchi schemi e liturgie.

La maggiore apertura e dinamicità si è avuta con le primarie (non ridete ma è così). Io credo che bisogna ripartire dalla costituzione della community degli elettori delle primarie, e di chi ha donato il 2×1000, ed investire in una grande campagna di formazione politica che, magari, parta dal Sud. Abbiamo voluto una legge elettorale che dia lo spazio al partito nella selezione della classe dirigente, adesso mettiamo mano alla selezione!