LibertàEguale

Comincia la scuola. E manca sempre qualcosa

di Giovanni Cominelli

 

No, neppure quest’anno l’anno scolastico inizia regolarmente. Manca sempre qualcosa.

 

Mancano insegnanti. L’irregolarità diventata regolare

Anzi qualcuno. Più di qualcuno: mancano migliaia di insegnanti in classe, in un giorno tra il 5 settembre e il 18 settembre, quando, lungo il lungo Stivale, i nostri ragazzi ritornano in classe per iniziare l’anno scolastico 2019-2020.

Cambi di governi, di cicli storici, di epoche, è caduto il Muro di Berlino… ma l’irregolarità è divenuta regolare come l’arrivo delle stagioni. L’Amministrazione ministeriale non ne è mai venuta a capo, i Ministri neppure. Tutti si sono rassegnati. Che cosa si può mai fare contro un fenomeno “naturale”?

Secondo i sindacati quest’anno saranno ingaggiati tra i 150 mila e i 170 mila precari sulle circa 800 mila cattedre. In tutte le principali città del Nord mancano migliaia di insegnanti. A Milano e dintorni almeno 15mila, soprattutto in Matematica e nelle Materie scientifiche. A Bergamo risultano scoperte 1.422 cattedre. D’altronde, anche l’effetto “quota cento” fa sentire i suoi effetti.

Poiché i “nordici” non apprezzano le professioni statali e considerano quella docente come la professione meno attrattiva, finora sono subentrati “i meridionali”. I quali però hanno incominciato a lamentarsi, al tempo della Buona scuola, che Renzi li voleva deportare al Nord – questo grido di dolore ha portato al M5S il 41% dei voti degli insegnanti, secondo l’Istituto Cattaneo di Bologna – ma poi hanno dovuto prendere atto realisticamente che gli studenti al Sud stanno diminuendo di numero e che quelli del Nord non possono essere “deportati” sotto la casa dei loro potenziali docenti meridionali.

Perciò “tocca” agli insegnanti del Sud muoversi. Ma hanno anche molte ragioni di lamentarsi. Chi insegna nei grandi centri urbani risulta sottopagato, perché il costo della vita è più alto. Se affitta un appartamento, spende tra il 30% e il 40% di stipendio. Qui le responsabilità sono, in primo luogo, dei sindacati stessi. Il modello contrattuale centralizzato, strumento di potere e di controllo dei gruppi dirigenti nazionali, determina i livelli retributivi a prescindere dal costo della vita dei differenti territori. Non esiste né una contrattazione integrativa aziendale né una contrattazione territoriale. L’effetto di questo egualitarismo perverso sono le gabbie salariali “al contrario”, con salari reali più bassi al Nord e più alti al Sud. Difendendo questo modello, le organizzazioni sindacali di categoria dichiarano di voler difendere l’unità della scuola italiana, confondendo in malafede l’omogeneità dei programmi didattici con quella del meccanismo retributivo, che invece dovrebbe essere diversificato proprio per garantire l’equità delle retribuzioni.

 

La stessa Amministrazione “produce” il precariato

In realtà, il fenomeno del precariato non è affatto né naturale né imprevedibile né contingente. E’ la stessa Amministrazione che lo produce o, per peggio dire, lo sottoproduce.

Semplicemente, essa non è in grado di svolgere i compiti primari di ogni amministrazione statale: riempire le funzioni e i posti vacanti con persone in carne e ossa. Perciò ricorre a personale avventizio e precario, che si accumula lungo i decenni. Il sistema genera, dall’interno, una sorta di Lumpenproletariat intellettuale, assunto all’inizio o anche e soprattutto durante l’anno scolastico – per riempire i vuoti lasciati dai pensionamenti, dalle malattie, dalle sempre più rare gravidanze – e regolarmente licenziato a fine anno.
E i concorsi? Non sono in grado di riempire i vuoti dei ranghi, sia perché non vengono regolarmente indetti dall’Amministrazione sia perché non sono in grado di rispondere immediatamente alle urgenze quotidiane. Un’Amministrazione burocratica rigidissima e ipercentralista non riesce a rispondere alle domande del sistema educativo nazionale. Pertanto è diventata il suo letto di Procuste.

Dopo alcuni anni di accumulo del precariato, le pressioni dei sindacati e delle forze politiche loro collegate costringono il Ministro di turno a decretare una sanatoria.

La quale è solennemente dichiarata ultima. Tuttavia, se consideriamo la storia della politica scolastica degli ultimi decenni, le sanatorie non sono mai state ultime. Sono sempre state penultime. E lo sarà anche quella che sta arrivando. L’11 giugno scorso il Ministro Bussetti e le organizzazioni sindacali Flc-Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda hanno siglato un accordo per l’istituzione di un PAS – Percorso Abilitante Speciale – e di un Concorso straordinario docenti per il reclutamento dei precari.

Il Decreto ministeriale del 1° agosto autorizza l’assunzione di 53.627 docenti per la scuola di infanzia, primaria, secondaria di I e II grado, in vista dell’anno scolastico 2019-20. Le assunzioni sono suddivise, attingendo per il 50% alle GaE – le Graduatorie ad Esaurimento – (che sono state chiuse nel 2008, ma la cui coda è prevista esaurirsi in 70 anni!) e per il 50% alle GdM – le Graduatorie di Merito –  generate dai Concorsi del 2016 e del 2018.

Parallelamente al PAS-sanatoria, sempre “entro il 2019”, partirà un Concorso facilitato per docenti precari, che tra il 2011 e il 2019 abbiano svolto lezioni per un anno e mezzo. La platea fin qui individuata e potenziale è di 24 mila insegnanti supplenti – ma le candidature attese sono almeno il doppio – circa la metà dei posti accessibili a concorso. La prova prevede, per tutti, uno scritto da realizzare al computer con risposte a crocetta e un orale “senza valutazione”. Che potrà solo migliorare la posizione in graduatoria, non potrà impedirne l’accesso. Chiunque lo affronti, sarà promosso. Alla fine del concorso-sanatoria, i candidati otterranno l’abilitazione all’insegnamento. Questo blocco di precari entrerà nella graduatoria di merito specifica, in base al punteggio ottenuto nella prova scritta. I “sanati” potranno quindi – di fronte a un posto disponibile – iniziare l’anno di prova in classe e avviarsi al ruolo definitivo.

 

Il meccanismo perverso. E il possibile metodo alternativo, molto semplice

Per i 53.627 che saranno assunti per viam breviorem, ne restano in giro, persi negli interstizi del sistema, almeno altri 100 mila, a detta dei sindacati. Tra un paio d’anni avranno assunto forza politica e sindacale sufficiente per richiedere un’altra sanatoria. Ma, dopo un altro paio d’anni…

E’ evidente che il meccanismo è perverso. I concorsi, quand’anche regolari e biennali, organizzati dal Centro ministeriale, sono fallimentari in ordine al fine principale: quello dell’assunzione. Sono inefficienti, inefficaci, qualche volta inquinabili, sempre esposti a ricorsi paralizzanti.

Eppure, c’è un modo molto semplice, che vale per ogni posto di lavoro. Chi deve assumere gli insegnanti? La Scuola autonoma stessa, sotto la propria esclusiva responsabilità. L’assunzione del docente deve essere fatta dalla scuola autonoma, che istituisce una Commissione permanente per le assunzioni, composta dal Dirigente, un paio di insegnanti tutor e mentor, da un genitore e da uno studente, nel caso delle scuole superiori. Ogni volta che si liberi un posto, la Scuola rende immediatamente pubblica la disponibilità del posto, mentre la Commissione, presieduta dal Dirigente scolastico, procede immediatamente a verificare l’idoneità dei candidati al posto con una prova scritta, che accerti il possesso delle competenze linguistiche e di quelle disciplinari specifiche – prova che si rende necessaria, data la scarsa credibilità dei titoli rilasciati dalle Università – e con un decisivo colloquio personale. Una volta assunto in prova, al candidato serviranno due anni di praticantato presso la scuola, prima che scatti l’assunzione definitiva. La scuola autonoma assume, la scuola autonoma licenzia. C’è “un inconveniente” di questa soluzione: che qualcuno deve assumersi delle responsabilità. Ma da queste intendono stare alla larga gli elettori, i partiti, gli eletti nonché i dirigenti, i docenti e, beninteso, gli apparati amministrativi. Gli effetti di tale approccio sul degrado del sistema educativo nazionale  sono lì da vedere.

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