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Surrogacy: una questione da affrontare senza anatemi

  Bisogna che gli scandali avvengano, è stato detto. E anche lo scandalo improvvisamente scoppiato sulla questione della maternità surrogata – o, spregiativamente, utero in affitto – forse si rivelerà utile. Al momento risulta evidente la difficoltà di condurre un dibattito aperto e seriamente argomentato su temi così scottanti. Da una parte e dall’altra si contrappongono certezze apodittiche, accuse infondate, intolleranza e scomuniche. Opposti radicalismi, e opposti corporativismi, si scontrano senza risparmio di colpi. Non è una questione di buone maniere, figurarsi; è che in questo modo non si arriva da nessuna parte; e si rischia invece, forse non volendo, di far saltare la legge sulle unioni civili che è in discussione al Senato. Allora proviamo a identificare, se non le soluzioni, almeno i problemi.

Primo problema: la maternità surrogata è davvero sempre e soltanto uno sfruttamento economico di donne povere e una riduzione del bambino a merce? Si basa su questa convinzione l’appello di Snoq, che chiede di dichiarare illegale la maternità surrogata in tutta Europa e di metterla al bando in tutto il mondo. In questa pratica la donna tornerebbe ad essere un oggetto a disposizione, non più del patriarca ma del mercato. Si tratterebbe quindi sempre di sfruttamento del corpo delle donne povere e perciò non in grado di decidere liberamente. Non viene nemmeno presa in considerazione l’ipotesi che una donna decida di intraprendere una gravidanza per altri non per denaro, ma per solidarietà. Eppure questa forma, detta altruistica, esiste, e in alcuni paesi europei ha un regime giuridico  proprio (http://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/etudes/join/2013/474403/IPOL-JURI_ET(2013)474403(SUM01)_IT.pdf).

Ora, siamo tutte e tutti d’accordo contro lo sfruttamento. E’ difficile però che possa essere considerata come una povera donna sfruttata la casalinga californiana o canadese che si impegna in una attività di surrogacy. Focalizzarsi esclusivamente sullo sfruttamento è una posizione debole: di fronte ai casi in cui non c’è scambio mercantile ma solidarietà, oppure nei casi in cui lo scambio c’è ma non si vedono i tratti dello sfruttamento, chi è contrario alla maternità surrogata resta paradossalmente senza argomenti per contrastarla.

Secondo problema: come si pensa di realizzare la messa al bando invocata? In Europa non c’è un quadro unitario e, cosa ancora più importante, non ci sono le basi giuridiche per cercare di costruirlo, perché nel diritto di famiglia gli stati membri hanno larga autonomia: del resto basti pensare alle differenze nel regime della procreazione assistita. Figurarsi se si può pensare a una armonizzazione globale! Dunque, poiché come è noto la maternità surrogata viene fatta oltre le frontiere, “mettere al bando” questa pratica è una figura retorica; in termini reali significa una cosa sola: negare ai bambini incolpevoli nati in questo modo uno statuto giuridico, una discendenza, e perfino la cittadinanza. Cioè tornare alla discriminazione dei nati in base alla forma del loro concepimento, cosa che ripugna ormai alla nostra coscienza giuridica e morale. Non sarebbe più realistico, più efficace, e più giusto, mentre si argomenta contro la maternità surrogata, favorire una regolazione che protegga la madre gestazionale, anzitutto – come già in molti paesi –  riconoscendole il diritto di recedere dall’accordo?

Terzo problema: si va verso la contrapposizione tra le rivendicazioni degli omosessuali e il valore della maternità? Se guardiamo al dibattito nel suo insieme è innegabile che ci sia un’attenzione alle coppie gay, che è del tutto sproporzionata rispetto alla loro incidenza nel fenomeno. La verità è che sono soprattutto le coppie eterosessuali a farvi ricorso, e d’altra parte le coppie omosessuali comprendono anche le lesbiche, che certo non ne hanno bisogno. Si dice che il desiderio di paternità o di maternità non può diventare tout-court un diritto. Siamo d’accordo: ma come e dove si mette l’asticella del diritto? L’impressione è che sotto questa polemica ci sia un nodo molto preciso, che è la concezione della differenza sessuale. Le rivendicazioni paritarie dei gay, e a monte la stessa richiesta di riconoscimento delle coppie omosessuali, vengono viste come un attacco alla differenza sessuale. Su questo terreno alcune femministe si ritrovano sulle posizioni che sono da sempre quelle cattoliche. Evitare la contrapposizione è possibile, ma bisognerebbe saper dire la differenza sessuale al di fuori di una accezione chiusa e gergale; bisognerebbe saper vedere il limite che essa pone – siamo donne e non uomini; siamo uomini e non donne – come una risorsa e non come una barriera. Bisognerebbe saper dire la maternità in modo non mistico o metafisico, ma consapevole delle sue trasformazioni, come ha invitato a fare Bia Sarasini. Ma per questo non servono certo i divieti né gli anatemi.