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Una legge sulle lobby alla base della democrazia

Riccardo Barone martedì 8 Dicembre 2015
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lobbying_thumb-300x225 (1) Nel 2014 abbiamo festeggiato, con vino, spumante e marce giornalistiche e trionfali, la fine del finanziamento pubblico, così come lo abbiamo conosciuto durante la “Seconda Repubblica”, probabilmente, pur condividendo la novità in prima persona, non ci siamo interrogati allora, e continuiamo a non farlo, su come coprire gli ingenti e sottovalutati costi derivanti dall’attività politica.

All’improvviso abbiamo pensato che le campagne elettorali fossero gratis o che tutti i politici fossero ricchi, o peggio, abbiamo deciso di confinare la politica all’interno di un élite facoltosa. Non si può essere di questo avviso: tutti devono poter far politica e devono avere la possibilità di concorrere alle elezioni, soprattutto tutti devono essere messi nelle condizioni economiche di poter concorrere alla pari e di poter vincere o perdere in base ad interessi e proposte che intendono mettere in campo. Il sostegno alla politica quindi deve diventare il secondo pilastro della riforma del finanziamento pubblico e, soprattutto, dovremmo cominciare a riflettere sul sostegno alle attività di un singolo politico e non solo dei partiti. Nel panorama italiano, difatti, laddove nemmeno le primarie sono istituzionalizzate, non si può affidare alla struttura partito la scelta di chi sia “più meritevole” di esser finanziato. La scelta dei candidati vincenti verrebbe ancora una volta affidata alla coscienza di pochi, pochissimi soggetti, in barba alla democrazia che tanto decantiamo.

Come è evidente, la questione è piuttosto estesa ma, il mio auspicio è che l’anno che verrà, il 2016, sia quello giusto per regalare all’Italia la prima legge sulle lobby, magari all’interno dell’auspicabile legge sulla regolamentazione dei Partiti e delle Fondazioni politiche, normare i fenomeni di pressione sui politici è non solo il vero argine alla corruzione (con buona pace delle norme repressive) ma, nel resto dell’occidente, è alla base della democrazia.

Il tema, a mio avviso, non è solo quello di far entrare nelle istituzioni i lobbisti accreditati e di mapparne la trasparenza ma superare le barriere ideologiche e distinguere i rapporti politica-imprese, che tendono verso i reati, dai rapporti di sostegno, anche economico, a politiche, che con atti legali, sostengono sistemi di imprese. È necessario, in definitiva, rompere due tabù:

1) essere portatori di interessi particolari non confligge necessariamente con l’interesse generale (ad esempio, quando la FIAT spingeva sulla politica italiana per il completamento della rete autostradale non stava facendo un torto all’interesse generale)

2) la razionalizzazione dei fondi pubblici è il “bene assoluto”, per ora, sta solo consegnando la scena a politici (o ad aspiranti tali) già dotati di mezzi economici o sostenuti da quel che resta degli apparati di partito, e questo non è un bene.

Se vogliamo l’America (presidenzialismo, collegi uninominali, partito di Governo) dobbiamo comprendere fino in fondo il funzionamento dell’intero sistema politico statunitense.

Se intendiamo regolare le lobby, infine, evitiamo leggi “terzomondiste”, come quella della regione Toscana, che consente la registrazione di aziende e organizzazioni la cui struttura interna sia basata su principi democratici. Tale misura, secondo il Rapporto di Transparency International, ha portato all’esclusione della maggior parte delle aziende e di tutti i veri portatori di interessi, non possiamo più permettercelo.

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