LibertàEguale

Altro che cene. Stiamo uniti contro i gialloverdi

di Marco Di Maio

 

Mettersi nei panni dei propri interlocutori è sempre una buona norma; ma quando si è impegnati in ruoli pubblici, politici o istituzionali, è un obbligo a cui non si può venire meno. Soprattutto in un Paese il cui governo sta bloccando investimenti pubblici, provocando la fuga di investitori esteri e perdita di posti di lavori, giocando sulla salute dei cittadini sui vaccini, isolando l’Italia a livello europeo e internazionale, arrivando addirittura ad alludere all’ipotesi di chiudere il parlamento perché tanto non serve (a proposito: non hanno niente da dire quelli che il 4 dicembre 2016 votarono no al grido di “deriva autoritaria”?).

Proviamo a chiederci allora: cosa può pensare un elettore medio del Partito democratico o insoddisfatto per l’azione della maggioranza gialloverde, di fronte alle convulsioni della principale – e per certi versi unica – forza di opposizione parlamentare attorno a cene e controcene?

E’ una domanda retorica, evidentemente, perché chiunque comprende che un’organizzazione che fa parlare di sé per gli equivoci nati da un invito a cena fatto via Twitter (una telefonata senza o un gruppo su Whatsapp avrebbero fatto meno clamore ma sarebbero state più utili, se questo era l’obiettivo) a cui si replica con un controinvito a categoria sociali indistinte, ha bisogno di fermarsi, tirare una riga e ripartire. Mettendo al centro le ragioni della propria esistenza e del proprio impegno, altro che scioglimento, scissioni e altre stravaganze.

Il Partito democratico oggi ha un compito: che non è quello di essere partito di opposizione. Il suo compito è quello di essere il catalizzatori di tutti coloro che non si riconoscono nelle scelte del governo Conte; non solo di chi è (o è stato) elettore di centrosinistra, ma della vasta platea di italiani che non credono alle favolette di Salvini, Di Maio, Toninelli e Conte.

Serve, dunque, lavorare dentro e fuori la politica, nelle istituzioni e nella società italiana per aggregare attorno al Pd la forza necessaria per rappresentare un’alternativa credibile agli amici di Orban.

La manifestazione del 30 settembre ha senso se sarà un momento di rilancio della nostra azione, se verrà vissuta come l’occasione per rafforzare l’argine al “cialtronismo” che ci governa e ad avviare una nuova stagione di mobilitazione in ogni territorio.

Dovrà essere l’occasione per cominciare a far vivere nella società italiana le nostre battaglie: ad esempio quella contro l’eliminazione dell’obbligo sui vaccini o quella contro il blocco dei finanziamenti per città e periferie che ci ha visti protagonisti di un’opposizione solida e determinata, supportata dall’azione dei nostri sindaci e del partito sui territori.

La manifestazione di piazza del Popolo sarà un successo se da lì in avanti sapremo far parlare di noi per le nostre idee e le nostre proposte, più che per i tweet di dirigenti più o meno autorevoli; se dai giorni successivi torneremo a fare banchetti e volantinaggi nelle strade e nelle piazze senza dover attendere la prossima campagna elettorale; se sapremo concentrarci sul far emergere le contraddizioni della maggioranza gialloverde pronta a tutelare le aziende di Berlusconi (con buona pace degli elettori del Movimento 5 stelle) pur di piazzare il proprio uomo alla presidenza della Rai. Insomma, se capiremo una volta per tutte che gli avversari sono fuori dal nostro partito.

Esiste un’Italia che non crede alla propaganda di Salvini e Di Maio e c’è un’altra Italia che presto o tardi ne rimarrà delusa; a noi spetta il compito di offrire a queste persone non la data del congresso (che comunque va svolto al più presto, senza ulteriori rinvii), ma un’alternativa credibile perché capace di parlare alla loro quotidianità, alle loro angosce, al loro bisogno di protezione. In poche parole alla loro domanda di futuro.

 

(Articolo già pubblicato su Democratica, quotidiano del Pd)

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