LibertàEguale

Berlusconi, una stagione del nostro Paese

di Ranieri Bizzarri

 

Ciao, Silvio.

Non so nemmeno perché mi sono messo a scrivere questa specie di ricordo personale di Silvio Berlusconi. Forse perché, essendo nato nel 1973, la sua presenza indiretta – come imprenditore e politico – è stata estremamente rilevante nella mia vita. O forse perché ero un ragazzo degli anni 80 che ammirava la spregiudicatezza laica del Partito Socialista craxiano e il benessere che sembrava ormai permeare il Paese. E di quegli anni mi piacevano anche la rottura degli idoli tristi a partire da quel Partito Comunista cui aderivano i miei genitori e che mi sembrava un fossile insopportabile. Eppure non sono riuscito mai – sono le contraddizioni della giovinezza – a rompere intellettualmente del tutto con una storia di decenni segnata dal coraggio partigiano e dall’anelito sincero a cambiare il mondo dei comunisti. E oggi gioco ancora a fare il destro della sinistra.

Berlusconi, di quel mondo degli anni ottanta, è stato l’unico vero erede. Non l’ho mai votato, ma ho sempre pensato che era una garanzia, come il famoso fucile appeso alla porta di cui parla Orwell. Una garanzia democratica contro l’involuzione manettara e moralista, contro il talebanismo politico e financo la cultura del politicamente corretto. Non mi hanno mai convinto le chiamate alla guerra contro l’eversore delle istituzioni, anche se naturalmente non ho una buona opinione del Berlusconi politico. Non ha fatto molto di quella rivoluzione che aveva promesso.

Ora che ho superato i cinquanta, e posso riflettere con maturità su una stagione che ha attraversato il mio Paese, vedo i limiti del mio ricordo. E le immagini che conservo. Mio padre che – affranto – la sera del 18 aprile 1994 mi dice “io non ho vinto mai”. Berlusconi che festeggia il Milan stellare e liquida sprezzante Luigi Spaventa, suo avversario nel collegio uninominale (il coraggio dei dirigenti di sinistra si vedeva anche allora), come uno che non ha mai vinto “coppe dei campioni”. Berlusconi che, il venerdì prima delle elezioni del 2013, mi appare l’unico comprensibile tra i tre leader in gioco (gli altri sono Bersani e Monti). Berlusconi che sabota la riforma istituzionale del governo Renzi. Berlusconi che in campagna elettorale interviene una notte a “Uomini e Camion”, trasmissione notturna di Radio1.

Ma forse l’unica immagine che mi sarebbe piaciuto raccontargli, lo avessi conosciuto di persona, è quella che si forma nella mia mente quando sento una strofa di una canzone degli Squallor, eroi epici a loro modo della mia giovinezza che fu in quegli anni felici e inconsapevoli. La canzone “Usa for Italy” surrealmente chiede a Michael Jackson e altre celebrità di fare un disco per raccogliere fondi per l’Italia, analogamente a quanto fatto per la fame in Africa. Insomma, una profezia dell’approccio originario del M5S col PNRR. Ma gli Squallor erano geniali, a differenza dei grillini, e il testo chiosa: “Concludendo Mike/Dillo pure a Berlusconi/Facci fare dei milioni come a J.R.”.

Per chi non lo sapesse, J. R. era il protagonista di Dallas, uno sceneggiato amatissimo trasmesso da Canale 5. Un riccastro egocentrico e spregiudicato, ma che alla fine si scopre avere un carattere più complesso e interessante, e anche riscontri positivi. E il cerchio si chiude.

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