LibertàEguale

Pd: le tre cose che veramente ci dividono

di Marco Campione

 

Ho letto con interesse l’articolo di Minopoli per Libertà Eguale nel quale (mi si scuserà la semplificazione) sostanzialmente si dice che il congresso del PD si è incanalato su una strada deleteria; prigioniero delle correnti -ha scritto con ragione- e non è un difetto da poco: è esattamente la negazione delle ragioni per cui abbiamo fatto il PD. Minopoli ha concluso annunciando il suo sostegno a Marco Minniti, perché è l’unico dei candidati “che (per la sua storia ed esperienza) è una figura più di governo che di partito, un uomo dello Stato”.

Mi spiace ma a me non basta.

Minniti va benissimo, sia chiaro, ma il compito di noi liberal-democratici non può limitarsi a sostenere un candidato. Il nostro compito deve essere soprattutto quello di convincere che abbia senso votare alle primarie. E le argomentazioni di Minopoli non fanno altro che confermarmi che non è votando il più serio tra i candidati che risolveremo i problemi che con tanta lucidità anche lui ha segnalato. Non mi si può dire che il congresso è la negazione del PD e non essere conseguenti: se il PD è a rischio, o si fa in modo di usare il congresso per “salvarlo”, oppure saremo stati complici della sua implosione.

 

Ha ancora senso il PD?

Non prendiamoci in giro: non sono poche le persone che hanno dubbi sul fatto che il PD abbia ancora “senso”. E non sarà dar loro un candidato più che credibile come Minniti a convincerli.

Mai come in questa fase, infatti, i dubbiosi appartengono a chi si richiama allo “spirito primigenio” del PD.

Ricordo un momento simile, nel 2009, quando un gruppo di democratici (per lo più trentenni, i giornali li chiamavano “piombini”, visto che si riunirono per la prima volta nella città toscana), militanti che avevano creduto nella irreversibilità della scelta di Veltroni e che, dopo la pessima esperienza della segreteria Franceschini, vedevano il rischio della restaurazione.

Pochi mesi dopo erano quasi tutti alla prima Leopolda. E per loro (ma anche per moltissimi iscritti a Libertà Eguale, pur provenendo da storie politiche e generazioni molto diverse) Renzi ha rappresentato prima di tutto lo svolgimento in prosa della poesia dei fondatori e un argine contro la temuta restaurazione. Ma se quel disorientamento nel 2009 poteva essere in qualche modo fisiologico (eravamo all’inizio della storia del PD), adesso la crisi è più pericolosa se a dieci anni dalla fondazione tornano dubbi “esistenziali”.

Il congresso che si sta aprendo non dovrebbe ignorare questo clima di incertezza e sfiducia. E invece prevale la rimozione. 

Ci sono tante parole ambigue nel nostro dibattito. La prima è unità. Stare insieme è importante, ma se “stare insieme” diventa un richiamo generico al “volemose bene” è il modo migliore per non stare insieme. La continua litigiosità, il fuoco amico, l’immondo spettacolo che diamo di noi stessi all’esterno, hanno rianimato un fuoco che covava sotto la cenere, mai sopito: la paura di pesare il consenso delle proprie idee. La paura di dividersi, contarsi, scegliere. Fa sorridere poi osservare come gli stessi che si richiamano all’unità sono spesso quelli che denunciano l’evoluzione verso il partito personale. Vogliono un partito degli iscritti, ma evidentemente di iscritti che non si confrontano mai nel merito delle grandi questioni che li dividono. Io questa la chiamo ipocrisia.

 

Le tre linee di frattura che dividono il PD

Perché il confronto anche aspro sia produttivo e la divisione non sia fine a sei stessa, dobbiamo però chiarirci su cosa ci divide e rendere questo dibattito intellegibile a chi lo osserva da fuori. Personalmente vedo tre linee di frattura.

 

1.

La prima è quale PD: lo vogliamo ancora costruire un partito aperto, contendibile e “senza correnti”? Vogliamo ancora il PD del Lingotto? Alcuni pensano non serva più (alcuni in realtà hanno sempre pensato non servisse e oggi finalmente possono smettere di fingere), che sia da rottamare assieme alla vocazione maggioritaria, che a sua volta -dicono- non ha senso in un sistema sostanzialmente proporzionale. Che abbaglio! Le due forze attualmente al governo sono entrambe a vocazione maggioritaria. E la loro alleanza entrerà in crisi se e solo se le due “vocazioni” finiranno con il configgere.

 

2.

La seconda cosa che ci divide è il giudizio che diamo delle riforme fatte dai nostri governi. Le valutiamo non necessarie o non sufficienti? Questa è la domanda. Ed è collegata ad un’altra parola abusata, autocritica. Essere disposti all’autocritica è importante, ma se non dici mai per cosa, il richiamo all’autocritica diventa una meschina captatio benevolentiae o -peggio – un rito di espiazione per non si sa bene quali peccati, un flagellarsi incomprensibile. La parola autocritica è neutra e in quanto tale anch’essa ambigua.

Volete l’autocritica? Non essere andati fino in fondo con la promessa di modernizzazione del paese. Non aver fatto i conti con i corpi intermedi e non averli sfidati a diventare parte di quel processo. Un esempio? La carriera per i docenti: era nella prima bozza di Buona Scuola e si è scelto di non inserirla nella norma che abbiamo portato in Parlamento. Questa sì che sarebbe una bella autocritica! Comprensibile, sfidante, divisiva certo, ma su un punto che ci connoterebbe. E oggi avremmo qualcosa da dire a tutti i docenti italiani, anche quelli contrari alla carriera, che però reclamano un riconoscimento non solo economico della loro professionalità. Riforme non necessarie o non sufficienti?  Rispondere a questa domanda è il preciso dovere di chi fa politica con competenza e passione. L’alternativa sono i cialtroni. E non illudiamoci che se questi cialtroni cadranno gli elettori si rivolgeranno a noi, se prima non passeremo dalle forche caudine della politica. Cercheranno altri cialtroni.

 

3.

La terza cosa linea di frattura è la valutazione su chi vogliamo rappresentare; quali – parola antica, ma fondamentale – interessi vogliamo rappresentare. Ricolfi dieci anni fa parlò della necessità di “un partito di uomini del nord e uomini del sud che riconosca che la frattura oggi non è tra nord e sud, nemmeno tra destra e sinistra, ma tra i tanti produttori che lavorano duro e rispettano la legge e i troppi parassiti che dissipano le risorse comuni e disprezzano le regole del gioco”. Il PD di Veltroni e di Renzi hanno cercato una via per rappresentare queste persone. Anche Bersani ci ha provato, prima di perdersi per inseguire il fantasma di una sinistra che non c’è più (nessuno lo ricorda, ma l’inizio della fine del suo riformismo non è la “non vittoria” alle elezioni, ma l’appoggio ai referendum sull’acqua, quando ha sconfessato se stesso, la sua storia, le sue scelte da ministro).

Anche il discorso sul cosiddetto partito del nord e del sud a mio avviso deve essere declinato in questa ottica. Ecco perché preferisco sostenere che non serva il partito DEL nord e DEL sud, ma un partito AL nord e uno AL sud. Anche qui un esempio per spiegarmi. Tra le piazze di queste settimane, quella di Torino, di Roma, di molte città del centronord contro la Legge Pillon, ne manca una. Avete visto al sud e al nord piazze per protestare contro il fatto che il reddito di cittadinanza si sia trasformato in un sussidio per pochi, per giunta misero e mal congegnato? Avete visto nel sud piazze riunite per pretendere legalità, infrastrutture, lavoro? Perché quelle piazze mancano all’appello? Non ho la risposta purtroppo, ma non vedo nemmeno qualcuno che si faccia la domanda. Un PD al sud forse non saprebbe rispondere a questa domanda oggi, ma per lo meno comincerebbe a porsela. 

 

Radicalità e riformismo

I due migliori risultati del PD sono stati alle politiche del 2008 (perdemmo, ma raccogliendo più di 12 milioni di voti) e alle europee del 2014 (circa 11 milioni di voti). Cosa hanno in comune i risultati del 2008 e del 2014? Radicalità e riformismo. Questo ha unito il PD di Veltroni e quello di Renzi. Veltroni prima e Renzi poi hanno rappresentato una risposta per ciascuna delle linee di frattura che ho sommariamente descritto: per la crisi di senso che ha colpito il PD degli albori, per chi chiede riforme coraggiose, capaci di modernizzare il paese, per quei “produttori” del nord e del sud che chiedono solo di mettere i “parassiti” ai margini.

Minniti saprà rappresentare una autonoma e originale risposta a quelle stesse domande? 

Trovo che la sua candidatura sia quella che legge più onestamente la stagione riformista conclusasi il 4 dicembre 2016 (la data non è un lapsus!) ed è dunque l’unico in grado di ripartire, se non da un riformismo post ideologico (vera cifra del veltronismo e del renzismo), quanto meno da un riformismo “contemporaneo” e a vocazione maggioritaria.

Il compito di noi riformisti è aiutarlo a riuscire nell’intento, non sostenerlo acriticamente.

In gioco non c’è il successo alle primarie (quelle si possono anche perdere), ma evitare al PD di perdersi.

 

2 Commenti

  1. Angelo giovedì 29 Novembre 2018

    Ciao, quello che posso dire è che non bisogna rivangare il passato, ma proporsi e fare buona politica per il futuro:intendo dare e creare lavoro per i giovani,(non solo slogan) pensare all’ambiente, strutturare le nostre città in modo diverso ecc.

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  2. Angelo giovedì 29 Novembre 2018

    Condivido in gran parte quello che hai scritto, pero non sono d’accordo sull’autocritica ma non rivolta alla politica ideale sia di Veltroni che di Renzi, ma alla politica anzi alla non politica, o meglio, alla assenza della nostra vecchia classe politica e dirigente compresi quelli di sinistra di questo paese alle istanze che venivano dalla nostra società negli ultimi 30/40 anni.

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