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di Umberto Minopoli

 

Questo congresso del Pd era nato su due idee (sciagurate): farla finita col renzismo; lavorare ad un nuovo bipolarismo, contro le“destre” e per un polo di “sinistra” con i 5 Stelle. Per questo scese in campo Zingaretti.

Ora entrambe queste velleità sono al macero: Renzi (con le sue idee) non scompare; i Cinque Stelle sono diventati, alla prova del governo, impresentabili e molto più pericolosi di Salvini. Nessuno, tranne Emiliano, nel Pd, può oggi parlare dei 5 stelle, come alleato futuro, senza vergognarsi.

Il congresso del Pd, a questo punto, è diventato una bolgia. Senza contenuti. Sei o sette candidati alla segreteria. Fanno, i dirigenti del Pd, tutti, grandi appelli all’unità: un mantra. Il più ipocrita di tutti. Perché poi, per eleggere il segretario, si dividono in sette. Fanno discorsi (Martina) sul “noi che deve prevalere sull’io” e poi scadono, invece, nel puro solipsismo: una folla di candidati (alcuni senza arte né parte) che trasportano nessuna idea e solo le loro piccole ambizioni. Almeno Renzi voleva cambiare l’Italia. Questi vanno, si dice a Napoli, per la pagnotta.

I candidati nascono non da programmi (come si potrebbero avere 7 programmi?) ma da manovrette: si creano alleanze interne, cordate, catene incomprensibili, passaggi di campo, combriccole improvvisate (penose le giravolte di ex sostenitori di Renzi) con una logica correntizia e personalistica che avrebbe fatto impallidire la vecchia Dc. Paragone, mi scuso, irriverente (per la vecchia Dc). Dove sta la politica in questa frantumazione personalistica e correntizia del Pd?

L’Italia rischia il disastro in Europa, il governo traballa, la società ribolle di indignazione e paura dei guasti del populismo. E questi si divertono a moltiplicarsi, come i pani e i pesci, come candidati segretari. Parlano solo a se stessi e ai ristrettì gruppi della loro burocrazia di partito, mentre la richiesta di opposizione e di alternativa ai gialloverdi va crescendo. Inadeguati!

Tanti di noi si erano iscritti al Pd con Renzi, nel 2016, perché aveva messo in campo un modello opposto di partito: con una leadership che esprimeva una idea di politica di governo, una piattaforma di riforme, concrete e riconoscibili, principi, prospettive, indirizzi. Non retorica e slogan demagogici e passatisti, come fanno questi.

Dopo Renzi occorrerebbe al Pd, come segretario, una figura politica. All’altezza dell’idea di leadership di governo che Renzi ha rappresentato. E a cui persino i precedenti segretari del Pd, prima di Renzi, alludevano. Non a caso nello Statuto del Pd, il segretario è il candidato Premier. Una allusione ad un partito moderno. E di governo. In cui il segretario parla al paese. Non ai militanti.

Ora torniamo, invece, alla introversione: alla giostra dei funzionari che si candidano a frotte. E parlano solo ai (pochi) iscritti.

Mi pare evidente che sono in tanti a candidarsi per una sola ragione: i burocrati vogliono (lo impone lo statuto del Pd) che il segretario non esca dalle Primarie (con sette candidati nessuno prenderà il 51%) e che venga eletto in Assemblea. Perché? Perché così il segretario sarà un prodotto, senza autorevolezza, dei giochi di corrente, prigioniero dei caminetti di corrente e delle manovre dei capetti, del potere della piccola burocrazia interna di un partito che sta scherzando col fuoco: la sua estinzione.

Sosterrò Minniti. E oggi più di ieri. Con una sola ragione. È l’unico dei candidati, dopo Renzi, che (per la sua storia ed esperienza) è una figura più di governo che di partito. Un uomo dello Stato. E oggi, con i populisti sfascisti al governo, occorrono politici di Stato. Non mediocri burocrati, repliche dello standing di Di Maio e Salvini, che si baloccano col piccolo potere interno, senza idee, percepibili e concrete. Che farebbero del Pd una scatola vuota. E al vento. Forza Marco.

 

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