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Riformismo vs populismo: Macron cambia il sistema delle pensioni

di Vittorio Ferla

 

“Stasera prendo di fronte a voi l’impegno di dedicare tutte le mie energie per trasformare il nostro Paese, per renderlo più forte, più giusto, più umano. Le preoccupazioni non possono portare all’inerzia. Non possiamo rinunciare a cambiare, perché ciò significherebbe abbandonare quelli che il sistema ha già abbandonato e tradire i nostri figli che dovrebbero pagare il prezzo delle nostre rinunce. Ecco perché la riforma delle pensioni verrà attuata dal governo. Perché è un progetto di giustizia e progresso sociale”.

Nel discorso televisivo dell’ultima sera dell’anno rivolto ai cittadini francesi Emmanuel Macron non le ha mandate a dire. I dossier aperti all’Eliseo sono parecchi, ma il 2020 sarà prima di tutto l’anno della riforma delle pensioni. Una sfida cruciale che conta già una vittima: Jean-Paul Delevoye, l’uomo al quale Macron aveva affidato, due anni fa, la selezione dei neoparlamentari di En Marche e, l’anno scorso, le consultazioni sulle pensioni con i sindacati, ma anche il capro espiatorio costretto alle dimissioni dieci giorni dopo l’inizio degli scioperi a tappeto contro la riforma.

 

Le corporazioni contro la riforma

Con queste premesse, se la riforma passerà, sarà per Macron un successo straordinario. In caso contrario, potrebbe essere l’inizio della sua fine. L’opposizione interna lo ha capito e, dal 5 dicembre scorso, cerca di mettere in crisi il governo con una raffica di scioperi quasi ininterrotti: tra i protagonisti ci sono, per esempio, i macchinisti della Sncf, le ferrovie francesi, e i dipendenti della Ratp, che gestisce la mobilità pubblica a Parigi. Così, il Natale in Francia – già provata l’anno scorso dalle agitazione dei gilet gialli – non è stato segnato soltanto dallo champagne e dalle prelibatezze della tavola, ma anche dal blocco dei servizi pubblici e dei trasporti. Perfino le ballerine dell’Opéra sono scese in strada per protestare, raccogliendo la solidarietà dell’intellighenzia francese che ora accusa l’Esecutivo di fare strame della cultura con il taglio delle pensioni.

 

Le pensioni in Francia: un sistema che alimenta le diseguaglianze

In realtà, il regime pensionistico francese è una selva oscura di 42 sistemi pensionistici differenti, costruiti su misura per le diverse professioni interessate. Per accedere alla pensione vengono calcolate le annualità sulla base dei trimestri lavorati. Per decidere l’importo viene calcolata la media degli ultimi anni di retribuzione. L’età legale per andare in pensione nel sistema “generale” è di 62 anni. Tuttavia, i 41 regimi speciali hanno regole differenti: alcuni prevedono la pensione ai 53 (nel caso delle ballerine dell’Opéra l’età per la pensione è 42 anni!). Così strutturato, il sistema risulta iniquo in quanto privilegia alcuni lavoratori: quelli che appartengono a categorie ‘speciali’, quelli che guadagnano di più negli ultimi anni della propria carriera e i dipendenti pubblici che percepiscono bonus in aggiunta allo stipendio. In questa giungla normativa alcune corporazioni sono favorite fino ai rischi del rapporto clientelare. In più, con l’inteccio dei vari regimi pensionistici può accadere che il singolo pensionato francese riceva in media 2,5 pensioni.

Questo sistema così opaco e confuso crea incomprensione nei cittadini e, soprattutto, nasconde clamorose diseguaglianze di trattamento. La riforma delle pensioni rappresenta dunque per Macron “un progetto di giustizia e progresso sociale perché garantisce l’universalità”. C’è poi un altro obiettivo oltre l’equità: utilizzare meglio le risorse disponibili per correggere gli squilibri di sistema ed evitare l’esplosione del debito pubblico. “L’aumento dell’aspettativa di vita collegato alla diminuzione delle nascite – spiega Paolo Balduzzi, ricercatore di Scienza delle finanze dell’Università Cattolica di Milano – comporta un generale invecchiamento della popolazione. Il tasso di fertilità in Francia (1,85 figli per donna) è ormai inferiore al livello minimo per garantire un equilibrio tra lavoratori attivi e pensionati. Così, l’indice di dipendenza, vale a dire il rapporto tra chi ha più di 65 anni e chi si trova tra i 20 e i 64 anni, passerà in Francia dal 37% del 2020 al 54,5% (la media nei Paesi Ocse è oggi del 31%). Di fronte a queste cifre è impossibile non intervenire”.

 

I contenuti della riforma Macron

Cosa propone il presidente francese per raggiungere i suoi obiettivi? “In primo luogo – spiega Nicolò Bertoncello, ricercatore di lavoce.info con un master in public policy ottenuto proprio in Francia – si tratta di creare un regime pensionistico unico per tutte le professioni. Un sistema a punti, collegato a ogni euro guadagnato durante l’attività lavorativa, deciderà l’importo della pensione ricevuta”.

Macron ha promesso di non voler cambiare l’età pensionabile, “ma – continua Bertoncello – propone di introdurre un’età “pivot” pari a 64 anni, collegata ad un meccanismo di premi e penalità: per ogni anno di pensione anticipata ci sarà una penalità del 5% sull’ammontare ricevuto; viceversa chi decide di andare in pensione più tardi ottiene un bonus sempre del 5%. In questo modo verrebbero meglio tutelati quei lavoratori che non riescono ad avere una carriera continuativa. Un’attenzione particolare è rivolta alle madri e alle badanti: alle prime, per esempio, andrebbe un bonus per la pensione a partire dal primo figlio, e non dal terzo, come è oggi”.

 

Equità contro rendite, riformismo contro populismo

Che cosa spaventa allora i sindacati? Presto detto: il nuovo sistema di conversione delle ore in punti potrebbe portare a un’effettiva diminuzione delle pensioni delle categorie tradizionalmente protette. Per questo Macron batte sul tasto della maggiore equità: “vogliamo che tutti possano beneficiare di una pensione dignitosa, in particolare chi è stato dimenticato nell’attuale sistema: prima di tutto le donne le cui pensioni sono quasi due volte inferiori a quelle degli uomini. E poi i professionisti con carriere frammentate (commercianti, artigiani, agricoltori) e quei milioni di francesi, infine, che oggi sono costretti a lavorare oltre i 64 anni per avere la pensione completa”.

Inoltre, come spiega ancora Balduzzi, “nei Paesi che invecchiano si dovrà andare in pensione più tardi oppure bisognerà accontentarsi di pensioni più basse, pena il crollo del sistema e la dissoluzione dei contributi e dei diritti che fanno capo ai lavoratori più giovani”. Ecco perché, conclude Balduzzi, “oggi è il caso di schierarsi a favore della riforma Macron, mantenendo dritta la barra del riformismo contro il populismo”. Insomma, dopo i gilet gialli, per Monsieur le Président comincia un altro anno di fuoco.

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