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Comunità, un concetto che va maneggiato con cura

Giuseppe De Lucia Lumeno lunedì 29 febbraio 2016
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Ci sono concetti che vanno maneggiati con cura. Nascono in una temperie culturale storicamente determinata e poi, per quella non sincronia tra cultura e struttura che sempre si determina in ogni costrutto sociale, sia in senso antropologico, sia in senso marxista, sfuggono di mano a tutti coloro che ne vorrebbero conservare l’originario valore e acquistano altra forma e altro significato: sono lo spiritello faustiano che sfugge dalla bottiglia e vola su su, sino a disperdersi nel cielo semantico acquisendo tutt’altro significato conservando l’uguale significante.

Così è accaduto del concetto di comunità, a partire dal saggio seminale di Tonnies (gemenschaft und geselschaft … ): ben poco di quell’originaria riflessione si è conservata intatta. E pure era straordinariamente moderna e antiveggente perché, come molte altre sotto diversi lidi intellettuali-basti pensare alla riflessione sugli ordinamenti giuridici di fatto di Santi Romano nella mediterranea Italia, per esempio- nasceva per spiegare la natura e l’irreversibilità del principio di associazione nella modernità. Modernità che, invece, molti pensavano dovesse essere tutta determinata dal monismo individualistico e dalla società fondata sui ruoli: che avrebbe distrutto la comunità, che veniva così definendosi, sulla scorta anche di Summer Maine (“from status to contract”), come tipica soltanto della società segmentata.

Un fondamento teorico tutt’affatto diverso da quello, appunto, di un Summer Maine che ipostatizzava, in una sorta di evoluzionismo spenceriano, un destino segnato da un cammino ininterrotto verso una sorta di obbligazione antropologica prima che giuridica (come invece ancor oggi, a causa dei deboli interpreti che quel pensatore potente ha avuto, si pensa erroneamente), fondata sullo scambio e il suo valore in qualsivoglia azione, chè tutte le azioni divenivano economiche. Era, quindi, la compulsività delle volizioni a trasformarsi: da costrutti simbolici esse divenivano transazioni inderogabili tra individui, invece che relazioni tra persone. Ma la comunità, in effetti, non si contrapponeva e non si contrappone storicamente al contratto-così come il mercato non si contrapponeva e non si contrappone alla società secondo scansioni storiche a somma zero, come erroneamente preconizzava Polany. Lo status si ricrea nella società e tra le pieghe enormi lasciate nel tessuto sociale dai punti e croce del contratto: lo status e quindi la comunità sempre si riattualizzava e si rinverdiva, anzi era un “sempre verde” che solo gli occhiali tolemaici dell’ ideologia neoclassica impediva e impedisce di vedere nel cannocchiale galileiano dell’ economia morale. Durkheim, come sempre, aveva di già tutto compreso: era la divisone sociale del lavoro a consentire questa convivenza coevolutiva tra contratto e status: comunità nella società.

Era quella divisione sociale, del resto, la sola forza che poteva unire persona e ruolo; ecco l’ arcano: è la persona … Costituendosi in relazione con l’altro e in una prospettiva teleologica, la persona ha bisogno della società e convive nella e con la differenziazione anziché con la segmentazione. E’ l’ipostatizzazione liberale e neo classica che vede solo l’individuo robinsoniano che impedisce di comprendere la com-presenza anziché l’alterità … La sola forza che poteva unire ruolo e società e comunità e società, era la persona. Buber l’aveva compreso misticamente e cabalisticamente, sulla scorta di un ebraismo esoterico che Adriano Olivetti implementerà nella sua santità moderna e redentrice attraverso l’impresa e il sociale civilizzato dal lavoro liberato dall’alienazione e dalla ideologia dello sfruttamento. Tutto, ancora era di già in Tonnies, con il suo stupore nel vedere gli operai fondare cooperative e non lasciarsi irretire dall’ assistenzialismo bismarkiano e i poveri divenire i primi nella lotta contro la marginalità e l’ autogoverno. In quel meraviglioso libro seminale la società non solo non distruggeva la comunità, ma si rafforzava grazie a essa. Dopo avremmo scoperto, con Hirsch, che il mercato senza sostegno morale non solo non si sviluppa, ma neppure inizia a esistere. L’ordito profondo e fortissimo, colorato e cangiante con le forme della vita associata, erano quindi le relazioni personale e di gruppo. Simmel ne aveva visto l’inverarsi addirittura nella circolazione del denaro, comprendendo che quella forza che pareva solo distruttiva, era, invece, aggregativa se liberava energie invece che annichilirle, se univa anziché dividere grazie ai gradi di libertà per le costruzioni sociali che da esso potevano scaturire.

Del resto la quintessenza del contratto simbolico -la moneta- libera dalla pochezza del baratto e moltiplica la forza simbolica che pure in questo esiste, senza che nulla si perda della bellezza della relazione personale, come ci dimostra, per esempio, l’ esperienza della banca cooperativa e la fiducia che consente a essa di crearsi e diffondersi. Ecco, dunque, emergere un concetto fondamentale: una comunità che poteva convivere nella società e di essa e non solo da essa alimentarsi; la segmentazione, in effetti, era ricreata dalla stessa differenziazione: ecco l’ arcano, ecco il segreto. Già il grande Le Play, nei suoi saggi seminali sulla famiglia- con Chiajanov- aveva compreso che non dovevamo arrestarci intellettualmente alla famiglia come società naturale, ma comprenderne lo svilupparsi attorno al distacco dalla biologicità per giungere all’economico e quindi al suo avvilupparsi in un differenziazione squisitamente sociale per riattualizzare una struttura altamente segmentata, come è tipica -oggi come un tempo- della famiglia che agisce come unità economica, oggi tanto presente nella riflessione degli economisti e dei politici. L’ oikos diviene in tal modo un percorso neo comunitario di cui si discetta oggidì senza nulla comprendere, in una esemplare manifestazione della grandezza hegeliana della rilevanza, nella continuità dello spirito assoluto, del pensiero senza concetto…

Del resto, nella famiglia come unità economica (se la si assume sino in fondo, concettualmente come paradigma di un’ azione economica dotata di fondamenta morali) è contenuto un valore intellettuale esplosivo: la santa barbara dell’ideologismo neoclassico e transazional-utilitaristico può esplodere in ogni momento, ma i guardiani della stessa santa barbara neppure lo sanno (meglio per loro!). La relazione sociale è, quindi, il segreto. Ma la relazione non è solo quella face to face: è in primo luogo simbolica e rimemorante, affabulatoria nel pensiero pensato. Ecco Leo Spitzer che ci fa comprendere la grandezza del costrutto simbolico della comunità di famiglia, di vicinato, di nazionalità raccogliendo, da filologo romanzo illuminato dall’amore, le lettere dei soldati austriaci durante la prima guerra mondiale: lettere alle famiglie, ai cari che attendono e sperano, che pregano e soffrono.

In effetti il cammino di Leo Spitzer è esemplare: iniziava con la Prima Guerra Mondiale a innalzarsi una nuova concezione della comunità, quella simbolica della memoria collettiva à la Halbaswch. Di lì un filone d’acqua sorgente che sarebbe giunto sino alle foci di un fiume carsico: quello della memoria conservata grazie alla raccolta dell’oralità dell’auto-anamnesi. Del resto, la comunità che lo scambio epistolare rivelava, avrà poi il suo monumento nelle lettere dei contadini polacchi: Il contadino polacco in Europa e in America di Thomas e Zanicskj è una lettura non solo affascinante, ma anche preveggente: anticipa ciò che accadrà negli anni terribili delle dittature e della fuga dalla Germania nazista del fior fiore dell’ intelligenza mondiale incarnata dal pensiero ebraico: la concezione della comunità si trasferirà oltre l’ oceano, dall’Europa al Nord America e lì inizierà una nuova vita. E così potremo, da allora, concepirla come una nuvola simbolica che travalica ogni fisicità e diviene costrutto dell’anima. Archetipo junghiano a fronte del primitivismo biologico freudiano. La lingua, Leo Spitzer docet, iniziava in tal modo, con le lettere e la storia epistolare (Mattenklot ce lo insegnerà con la Sua maestria inestinguibile che va oltre la morte), la lingua diverrà l’emblema di una comunità dello spirito per ciascheduno, per ognuno che voglia praticarla come linguaggio e interpretarla come parlato. Uno strumento per rinverdire la comunità oltre gli oceani, amministrando a distanza, con il ricordo e il linguaggio epistolare, beni di famiglia e di vicinato, strategie matrimoniali e destini giovanili, partecipazioni a scelte extrafamigliari e nazionali … Del resto Parson e Riesman, e qui saremo già oltre la scuola sociologica di Chicago che fece tracimare il concetto di comunità nella ricerca demografica e quantitativa in una paralisi teorica da cui siamo fortunatamente fuoriusciti vittoriosamente, Parson e Riesman ci daranno di questa comunità un ritratto affascinate e dilaniato dall’angoscia della modernità; Riesman ci narrerà della solitudine tra e della folla e quindi della perdita della comunità che scaglia l’anima nell’anomia, mentre Parson, con il concetto di latenza e di coesione strutturale simbolica che fonda l’auto-attribuzione culturale della collocazione del soggetto nella stratificazione sociale, ci indicherà la via di un nuovo pensiero durkheimiano che sopravviverà a ogni tendenza conflittuale e scismatica che pervaderà la nostra contemporaneità. In definitiva, nella latenza come nella fuoriuscita dall’anomia, si riallacciano e si rafforzano legami secolari grazie a una porsi in relazione che travalica confini di ogni sorta: una comunità che si vive nella e per la lontananza e che può divenire nostalgia e comunità di destino. Riacquistando il suo vero e profondo significato esistenziale.

 

Segretario Generale dell’Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

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