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Davigo e il giustizialismo vintage

Camilla Povia sabato 23 aprile 2016
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Un giorno apri il Corriere della Sera e pensi di avere di nuovo nove anni. È il 1992, siamo in piena inchiesta “Mani pulite”, la magistratura e la politica non sono mai state così in guerra tra loro. E invece no, l’intervista a Piercamillo Davigo è proprio del 22 aprile 2016. La rileggi più volte, il presidente dell’Anm non può aver detto che “I politici rubano come prima ma hanno smesso di vergognarsi”. Poi apri Twitter e la tua timeline parla soltanto di #Davigo e allora ti convinci che è tutto vero.

Chi è stato adolescente negli anni novanta e ha votato per la prima volta alle elezioni politiche del 2001, è cresciuto a pane e Berlusconi e con l’incubo della frattura tra due poteri, quello giudiziario e quello esecutivo. Abbiamo avuto governi che sono caduti a seguito di informazioni che filtravano dalle inchieste, magistrati che si sono candidati dopo aver indagato per anni i vizi della politica, politici che si credevano così potenti da sfidare apertamente e quotidianamente la magistratura. Il caos, sotto il cielo della politica degli ultimi vent’anni, ha regnato sovrano.
E quando pensi che finalmente quel momento della storia sia terminato proprio perché è terminato un ciclo politico e l’Italia sta diventando un paese normale, Piercamillo Davigo ti dice che non hai capito nulla. Ti fa vedere il potere giudiziario che punta il dito contro la politica, facendo di tutta l’erba un fascio, affermando che i politici sono tutti corrotti, che ci vorrebbe un tribunale del popolo pronto a giudicare chiunque. Ti rigetta nell’atmosfera asfittica degli anni in cui Silvio Berlusconi chiamava la magistratura “il peggior cancro della nostra storia”.
Poi dopo qualche anno, qualche governo tecnico e fiumi di populismo 2.0, ritrovi lo stesso clima da Torquemada. Solo che questa volte le parti sono ribaltate, Berlusconi è impelagato in uno psicodramma sulla candidatura di Bertolaso a Roma ed è passato il tempo in cui arringava le folle contro i magistrati. Adesso le folle vengono arringate in prima persona dai magistrati. Quando un potere delegittima un altro l’unico effetto prevedibile è quello di creare opposte tifoserie,  in un clima di sterile competizione. Peccato che, come diceva Pietro Nenni, nella gara a fare i puri, troverai sempre qualcuno più puro che ti epura.
Ma, mentre rileggi l’intervista per l’ennesima volta (sperando che sia come una foto di Snapchat che scompare dopo ventiquattro ore), ti torna in mente Piercamillo Davigo invitato alla “notte dell’onestà” organizzata dal Movimento 5 Stelle nel 2015. E allora tutto torna, non è il 1992 per fortuna, sono però gli anni in cui ti dicono che di notte tutti i gatti sono neri e il luccichio delle manette è l’unica cosa che splende, insieme al populismo di chi le agita sorridendo sornione. Dobbiamo sperare che l’intervista a Davigo non sia il termometro dei prossimi mesi che ci separano dal referendum di ottobre. Perché, a giudicare dalle premesse, non saranno tanto belli.

 

Giornalista, si occupa di comunicazione politica e lavora all’Ufficio stampa del Gruppo del Partito democratico al Senato. Ha collaborato con La Repubblica nella redazione di Bari. Twitter: @camillapovia

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