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Italicum, giù il velo su bugie e bluff. Sette obiezioni che non reggono

Stefano Ceccanti mercoledì 29 aprile 2015
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NON è bastata la saggia ma inequivoca presa di posizione del Presidente emerito Napolitano nei giorni scorsi sull’importanza di chiudere la partita della legge elettorale durata troppo a lungo. Precisamente da quando tutti i dirigenti delle forze politiche di centrosinistra e di centrodestra si recarono da lui quasi in ginocchio a chiedergli la disponibilità a una rielezione per sbloccare una situazione avvitata su se stessa. Non è bastato neanche il fatto che l’Italia sia da un anno e mezzo l’unico Paese democratico in cui è in vigore una legge elettorale non votata dal Parlamento, ma solo un moncherino sopravvissuto a una sentenza della Corte. Per molti il motto sembra essere ancora quello di una specie di Andreotti della Quarta Repubblica francese, Henri Queille, secondo il quale bisognava differire la soluzione dei problemi finché essi avessero perso la loro importanza. Come se non fosse evidente, dal punto di vista politico, che l’inabissamento del testo in votazione alla Camera equivarrebbe inevitabilmente al voto con la legge ritagliata emergenzialmente dalla Corte e, quindi, il ricorso stabile a grandi coalizioni eterogenee

FATTA questa premessa è comunque giusto esaminare una ad una le obiezioni principali che vengono esposte, come se di esse effettivamente si parlasse e non di questo oggettivo bivio politico della legislatura.

1. Una riforma ordinamentale deve essere condivisa in modo che non sia rimessa in discussione da future alternanze.

Giusto, ma qui la contesa non è il contenuto: basterebbe rileggere le dichiarazioni in Senato degli esponenti di Forza Italia che l’hanno votata. Il ritiro del consenso è legato a una ritorsione per l’elezione di Mattarella. Se la maggioranza rinunciasse, ammetterebbe di aver avuto torto a scegliere Mattarella.

2. Il protagonista delle riforme ordinamentali deve essere il Parlamento.

Ciò non esclude affatto un ruolo attivo del Governo e della sua maggioranza: i nostri esecutivi, sin da quello Spadolini di inizio anni ’80, hanno sempre avuto in programma riforme istituzionali e, spesso, anche un Ministro. Le riforme non maturano se sono figlie di nessuno come dimostra l’unico caso di un Governo che si è affidato ai partiti, quello di Monti.

3. L’attivismo del Governo deve almeno fermarsi di fronte alla fiducia, che sarebbe stata posta solo da Mussolini e da De Gasperi.

Premesso che equiparare Mussolini a De Gasperi è un’operazione che nessuno dovrebbe tentare, non si vede perché un Governo, se decide, non possa avvisare i parlamentari che quella legge è così importante da non voler restare in carica se bocciata. Tanto più su una materia dove esso, a causa di una contraddizione del Regolamento della Camera, potrebbe essere battuto a scrutinio segreto, senza un’assunzione di responsabilità. Da notare poi che per un motivo opposto, la fiducia fu messa quattro volte dal Governo Andreotti contro l’elezione diretta del sindaco. Prima, in termini politici, la caduta del Governo fu annunciata da De Mita e Craxi nel 1988 addirittura in caso di bocciatura della riforma dei Regolamenti delle Camere.

4. Il Governo, però, in questo modo lede le prerogative del Capo dello Stato, facendo capire che ne conseguirebbe uno scioglimento anticipato.

Ricorrere alla questione di fiducia come legittima difesa contro il voto segreto non lede nessuno: se il Governo cade, il Presidente valuterà se esiste un’altra maggioranza capace di dare la fiducia. Ovviamente, sul piano politico, anche il partito di maggioranza relativa, come tutti, può assumersi la responsabilità di dire che non ritiene praticabile la nascita di altri esecutivi e che considera conclusa la legislatura.

5. I parlamentari però non sono tenuti ad alcuna disciplina di partito perché c’è un divieto di mandato imperativo.

Il divieto garantisce che nessun parlamentare perda il suo seggio in caso di dissenso, ma aderendo a un Gruppo sarebbe tenuto a un obbligo di lealtà che è anche codificato nei Regolamenti di ciascun Gruppo.

6. Almeno però nei casi in cui una legge sia incostituzionale non si è tenuti alla disciplina.

Premesso che sulla costituzionalità valuta prima il Capo dello Stato quando firma e poi la Corte, le due proposte alternative della minoranza Pd dimostrano che la critica non è questa: in alternativa ai capilista bloccati si propongono listini bloccati e in alternativa al premio solo alla lista si vuole aggiungere anche la coalizione.

7. Si introduce un’elezione diretta del Premier scardinando il parlamentarismo.

Si introduce una legittimazione diretta, un’investitura popolare che poi passa per le procedure fiduciarie. Ovunque nelle democrazie parlamentari ci può essere un vincitore chiaro che emerge dal voto. Anzi, molto meglio dove c’è, dove il cittadino è arbitro del Governo.

(l’articolo originale è qui)

Vicepresidente di Libertà Eguale e Deputato del Partito Democratico, eletto nel collegio di Pisa e Livorno. Professore di diritto costituzionale comparato all’Università La Sapienza di Roma.
Già presidente nazionale della Fuci, si è occupato di forme di governo e libertà religiosa. Tra i suoi ultimi libri: “La transizione è (quasi) finita. Come risolvere nel 2016 i problemi aperti 70 anni prima” (2016).