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Le banche popolari si basano sul principio della solidarietà

Giuseppe De Lucia Lumeno mercoledì 3 Maggio 2017
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E’ un frate cappuccino, Ludovic de Basse, che nel 1878, ad Angers nella Loira, fonda quella che viene considerata la prima banca popolare francese, la Banque des Travailleurs Chrétiens. A questa ne seguiranno tante altre, diciassette delle quali ad opera dello stesso de Basse in tutto il territorio francese. Il frate, successivamente, a Parigi, fonderà anche il Crédit Mutuel ed Populaire con una propria pubblicazione periodica, il Bulletin du Centre Fédératif du Crèdit Populair

Dopo quasi 40 anni dalla nascita di quella prima banca, il 13 marzo del 1917, con l’approvazione della legge Clèmentel, dopo una lunga e faticosa discussione, le banche popolari vengono istituzionalizzate anche in Francia. Una ricorrenza che riguarda direttamente l’Italia. Il nostro Paese, infatti, ebbe un ruolo fondamentale nel favorire, prima, la nascita e lo sviluppo delle banche popolari francesi e, poi, il loro riconoscimento nell’ordinamento giuridico statale. Centrale fu, anche in questo caso, come in tutte le vicende che hanno riguardato il nascente credito popolare e non solo in Europa, l’attività di Luigi Luzzatti. Lo statista ma anche politico, economista e giurista, che fu uno dei principali esponenti dell’Italia liberale tra il XIX e il XX secolo, fu un protagonista delle istituzioni e della vita politica e sociale non solo dell’Italia. Il suo interesse per seguire “ovunque gli sforzi del progresso umano” – come scrisse di lui Eugène Rostand, uno dei più eminenti Presidenti del Centro federativo francese del Credito popolare – ha connotato tutto il suo percorso di ricerca, di studio e di attività e gli ha permesso di essere considerato un padre anche del sistema creditizio popolare di quel Paese tanto da essere acclamato Presidente d’onore in tutti i Congressi del Credito popolare francese.   

I più importanti principi sui quali nascono e si diffondono le banche popolari francesi sono comuni a quelli che si diffondevano, negli stessi anni, in Italia e in Germania. Solidarietà che deve sostituire l’intervento statale. Concessione di credito poco oneroso alle classi popolari. Iniziativa “dal basso” e quindi di natura privata per respingere, così, l’intervento dello Stato considerato ostacolo alla libertà individuale a al fare impresa. Soci che hanno il controllo diretto dei bilanci delle singole banche. Quote di partecipazione che possono essere di valore “non ingente” per garantire la partecipazione a coloro che non possono investire molto e di valore “più elevato” per garantire il capitale. Regola di “una testa, un voto” quale unico modo utile e democratico a regolare le assemblee dei soci. Fondi disponibili utilizzabili per le attività sociali e per l’educazione finanziaria di soci e clienti.

Le prime banche popolari, in Francia come in Italia, nascono e si diffondono per risolvere il problema dell’impossibilità di accesso al credito da parte di piccoli commercianti, artigiani e piccoli agricoltori. Si tratta di uno sviluppo libero e democratico che si inserisce in un più ampio processo di diffusione della cooperazione che, in molte e diverse forme, prova a dare risposte concrete ed immediate ai bisogni delle classi sociali popolari sempre più schiacciate, in quel passaggio storico, tra un capitalismo allo stato nascente e come tale vorace e aggressivo e pericolose idee collettiviste che tentavano di annientare la libertà di intrapresa economica e che, in Francia, il regime autoritario di Napoleone III, con un fare demagogico e filantropico, non era riuscito ad arginare in maniera rilevante. Il Credito popolare rappresenta da subito una valida via di uscita, nell’economia, da quella pericolosa tenaglia. Diventa un modello utile per educare le masse dei lavoratori, sollecitarle al risparmio. Diventa uno strumento per coinvolgere direttamente piccoli artigiani, commercianti e agricoltori nell’attività produttiva e nello sviluppo economico.

Ripercorrere quelle storie quasi parallele può essere oggi giusto ed efficace. Riscoprendo le radici comuni del credito popolare in Europa, si rende evidente, per l’economia reale e per la tenuta sociale dell’intero continente, l’attualità e la necessità delle banche popolari. In un mondo, anche se profondamente cambiato, quel modello risponde ancora efficacemente a problemi ed esigenze analoghi a quelli di cento anni fa.

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