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Più Europa, più sociale

Francesco Paolini venerdì 16 settembre 2016
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“Permane la disuguaglianza. L’Europa non è sufficientemente sociale. Dobbiamo cambiarla.” Potrebbero sembrare parole da “sinistra radicale”, se non fosse noto che sono, invece, quelle pronunciate il 14 settembre scorso dinanzi al Parlamento europeo da Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione.

 Juncker ha ragione. Per raccogliere l’accorato appello sarebbe, dunque, utile pensare ad uno strumento che contribuisca a costruire un’Europa più “politica” e a costo possibilmente zero. In realtà, un’idea c’è. L’ha lanciata poco prima dell’estate il presidente dell’Inps, Tito Boeri, e assume la forma del “European social security number” (ESSN). Ad ogni cittadino di ciascun paese membro dell’Ue è assegnato un codice strutturato nel medesimo modo e al quale corrispondono i dati inerenti la posizione contributiva e assistenziale.

 Le esternalità (gli effetti diretti e indiretti) sono rilevanti. Innanzitutto il percorso professionale di ciascun lavoratore europeo diventa “tracciabile” in qualunque paese membro si trovi. Favorendo, di fatto, la mobilità e una più efficace integrazione del mercato del lavoro nell’UE.

E’, inoltre, possibile verificare in tempo reale l’eventuale percezione di qualsivoglia sussidio. Ponendo, così, un freno al “welfare shopping”, con cui si definisce la posizione dei percettori di un sussidio in un paese membro pur lavorando in un altro. E, soprattutto, posando una pietra sul percorso dell’armonizzazione dei sistemi di sicurezza sociale.

Per rendere il progetto attuabile, si potrebbe cominciare con una sperimentazione limitata ad alcuni Paesi, progressivamente estendibile a tutti i membri dell’Ue. Un secondo step potrebbe riguardare l’integrazione con i dati fiscali e sanitari.

In tal modo prenderebbe avvio la costruzione di un mercato del lavoro europeo. Verso un’Europa più “sociale”, quindi più solida. Favorire la mobilità europea dei lavoratori è, infatti, un ingrediente significativo nella ricetta per tornare a crescere. Tenendo sempre a mente che una delle difficoltà dell’Italia non è tanto quella collegata ai “cervelli in fuga”, quanto piuttosto la capacità di attrarre professionisti altamente qualificati da altri Paesi.

 

 

 

Giornalista ed esperto di politiche del lavoro, attualmente è consulente per il Formez

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