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Una coalizione di “Riformisti clandestini”

Luigi Covatta lunedì 5 ottobre 2015
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Pubblichiamo l’intervento di Luigi Covatta alla XVI Assemblea annuale di Libertàeguale

In un articolo sul Corriere più volte citato nel dibattito Michele Salvati si chiedeva perché Renzi, oltre a vincere, non riesce a convincere. Prima però bisognerebbe chiedersi perché Renzi riesce a vincere: e la risposta è perché opera nel vuoto della politica. Perché ha per avversari principali un blog e un algoritmo (a meno che non vogliamo prendere sul serio le opposizioni interne che minacciano sfracelli per un listino piuttosto che un listone).

Renzi vince, cioè, perché non si deve confrontare con “classi dirigenti adeguate”: quelle che – secondo Raffaele Mattioli citato da Salvati – sono l’interfaccia indispensabile per trasformare un abile uomo politico in grande statista. E questo vale sia per l’azione del suo governo che per la vita del suo partito.

Cominciamo dal partito. Il Pd oggi si caratterizza in tre figure: quella di “partito della nazione” (nel contesto di una interpretazione un po’ generosa della “vocazione maggioritaria”); quella di partito che rivendica il primato della politica sul sociale (nel contesto di una sommaria interpretazione della “società della disintermediazione”); quella di “partito degli elettori” (nel contesto della critica diffusa del modello novecentesco di partito).

Tuttavia il Pd si è adeguato a questi contesti per adattamento opportunistico all’ambiente (Gramsci avrebbe detto con una “rivoluzione passiva”). Si è trovato ad essere partito della nazione soprattutto perché si è squagliato il centrodestra. Ha potuto umiliare i sindacati grazie alla loro inconcludenza. Ha dovuto inventare le primarie per non restare soffocato dalla lottizzazione delle cariche tra Ds e Margherita. Ma non ha elaborato nulla né sulla nazione, né sui corpi intermedi, né sulla forma partito. Intendiamoci: non che quelli che c’erano prima del Pd avessero elaborato qualcosa. La verità è che tutto il sistema politico della seconda Repubblica si è formato per rivoluzione passiva, confidando che bastasse rimuovere la conventio ad excludendum per avere un sistema bipolare bell’e fatto, dal momento che era essa a far sì che la dialettica fra maggioranza e opposizione non coincidesse con quella fra destra e sinistra.

Anche questo, fra l’altro, sarebbe un tema da approfondire. A sinistra la conventio faceva comodo sia al Psi che al Pci, perché all’uno garantiva il potere e all’altro il consenso. Funzionava meno per la destra, che non a caso finì per avere una rappresentanza autonoma (e vincente) grazie al gioco di prestigio di Berlusconi in equilibrio fra Bossi e Fini: ma solo perchè una Dc che aveva “guardato a sinistra” per trent’anni non seppe (o non volle)  rappresentarla.

L’errore però fu di immaginare che il superamento della conventio avrebbe funzionato ex opere operato, sanando a sinistra la scissione fra potere e consenso e a destra quella fra consenso e identità. Ed anche per questo il sistema politico della seconda Repubblica non è mai riuscito a portare a termine un processo costituente degno di questo nome. Quando fallì la bicamerale D’Alema, Mauro Calise (La Costituzione silenziosa) disse che non si fanno grandi costituzioni senza grandi partiti, perché solo attraverso la vocazione universalistica dei partiti si possono enucleare quei principi generali che sono propri delle costituzioni.

In quell’occasione Calise paventò anche che, senza partiti,  la globalizzazione avrebbe favorito una regressione corporativa della democrazia, stretta  fra l’aggressività delle corporations multinazionali ed il populismo delle corporazioni nazionali. E con ciò Calise non solo indicava una nuova linea di frattura che si intrecciava con quello che distingue la destra dalla sinistra, ma inquadrava in una cornice sistemica il fenomeno leghista, elemento non secondario della crisi del bipolarismo italiano (perché il maggioritario in un paese spaccato da faglie prepolitiche non funziona). Sono cose su cui riflettere, specialmente ora che le molte “anomalie italiane” cominciano a non essere più tali nel resto d’Europa. Tanto che rischia di avere ragione ancora Renzi quando, di fronte alla crisi dei migranti, evoca un bipolarismo diverso da quello che distingue la destra dalla sinistra: quello che distingue gli uomini dalle bestie. Sarà sicuramente stata un’iperbole: ma le iperboli spesso descrivono la realtà meglio di tanti ragionamenti complicati.

C’è materia, quindi, per aprire una riflessione anche sul futuro del bipolarismo: e lo dice uno che ora (indegnamente) dirige una rivista che parlava di democrazia competitiva già negli anni ’70. Per cui non mi sembra il caso di attendere con fiducia la convergenza astrale di cui ha parlato nel suo intervento Petruccioli. Anzi, visto che Andrea Romano ha citato Lenin, consentite a me di citare Mao: la confusione sotto il cielo è grande. Proprio per questo, però, per noi la situazione dovrebbe essere eccellente.

Rientra nella nostra ragione sociale, infatti, elaborare qualcosa sulla nazione, sui corpi intermedi, e sulla forma partito. Ma tocca soprattutto a noi fare emergere quelle “classi dirigenti adeguate” senza le quali un politico non diventa uno statista. E tocca a noi anche riproporre quella “narrativa” sulle continuità e le discontinuità del riformismo italiano di cui parlava Salvati nell’articolo citato.

Perché, per esempio, quando si deplora – come ha giustamente fatto Ceccanti – il permanere del “complesso del tiranno”, non si deve dimenticare che sono ancora vivi (e abbastanza vegeti) quelli che – a cominciare da me –accusarono Craxi di cesarismo perché aveva preteso di essere eletto direttamente dal Congresso, e quelli che lo accusarono di decisionismo autoritario quando firmò un decreto dopo 220 ore di trattative. Questa, quindi, è secondo me la sfida con cui deve misurarsi la nostra associazione. Magari applicando a se stessa il test per le start up proposto da Bitonti.

Di che cosa ha bisogno oggi il mercato politico? Certamente non di un’altra corrente interna al Pd. E neanche di una setta dei veri credenti nelle virtù taumaturgiche dell’ingegneria elettorale. Ha bisogno invece che si coalizzino tutti quelli che, come ha detto Pileri poco fa, si sentono “riformisti clandestini” rispetto al Pd; e tutti quelli che, come me, sono renziani all’insaputa  di Renzi. E questo deve essere l’orizzonte in cui si muove Libertàeguale.

Direttore di Mondoperaio, è vicepresidente di Libertàeguale. Dal 1979 al 1994 è stato parlamentare per il partito socialista, del quale nel 1992 è stato vicepresidente della “Commissione parlamentare per le riforme istituzionali”. Dal 1986 al 1989 è stato sottosegretario alla Pubblica istruzione, nei governi Craxi, Goria e De Mita. Dal 1989 al 1992 è stato sottosegretario ai beni culturali in due governi Andreotti.

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