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Da Sc al Pd: quattro ragioni a favore e una contro

Pietro Ichino giovedì 12 febbraio 2015
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1. Prima di noi, questa scelta l’hanno compiuta gli elettori di SC nel maggio scorso, quando nove su dieci di loro hanno votato per il PD di Renzi, che con una professionalità politica e una potenza di fuoco incomparabilmente maggiori aveva occupato tutto lo spazio politico del partito di Monti e dava maggiori garanzie di attuazione di gran parte del suo programma.

2. Obiezione dei fautori del rilancio di Scelta Civica: “vedrai che Renzi non ce la farà nel suo progetto, in quello che noi chiamiamo la strategia europea dell’Italia; e quando fallirà, a quel punto recupereremo lo spazio elettorale che abbiamo perso”. Dunque dovremmo sperare che il Governo Renzi fallisca? No, noi apparteniamo a quelli che sperano che ce la faccia, anche perché temiamo che l’Italia non disponga di prove d’appello. Ma allora, perché quelli che credono in questa strategia non dovrebbero unirsi e lavorare insieme per questo obiettivo? Dov’è la linea di divisione che lo impedisce?

3. L’appello che Renzi ci ha rivolto risponde proprio a quest’ultima domanda: “nel PD le idee liberal-democratiche che costituiscono il patrimonio di Scelta Civica hanno pieno diritto di cittadinanza”. A questo punto, tutti noi di SC e più in generale tutti coloro che come noi si riconoscono negli ideali del liberalismo democratico devono chiedersi laicamente: qual è lo strumento migliore per far camminare la strategia europea dell’Italia? Essa ha maggiore chance di affermarsi se costituiamo un partit(in)o che coltivi la nostra identità politico-culturale, o se accogliamo l’invito che il PD ci rivolge a mettere in comune idee e progetti, a confrontarci su di essi con i suoi iscritti e militanti, dei quali moltissimi sono sulla nostra stessa lunghezza d’onda?

4. Il nostro sistema politico sta finalmente evolvendo verso un bipolarismo moderno caratterizzato dalla competizione diretta tra i due partiti maggiori, giocata sulla conquista del centro. Una cosa diversissima dal bipolarismo del 2013 (Bersani-Vendola contro Berlusconi-Maroni) tutto giocato sulla conquista dei voti sulle ali, che proprio con l’iniziativa di SC due anni fa abbiamo contribuito a scardinare. In questo nuovo scenario, nel quale la contesa si gioca al centro dello schieramento non c’è posto per un partito liberal-democratico terzo, anche perché entrambi i poli maggiori finiscono necessariamente col confrontarsi sul terreno stesso della politica liberal-democratica.

5. Detto tutto questo, e detto anche che per me questo passaggio è un ritorno alla casa che otto anni fa ho contribuito a fondare, devo dire che c’è tuttavia per me una ragione contraria al compierlo, che ho durato qualche fatica a superare. L’esperienza più bella e straordinaria che ho vissuto nei due anni dell’avventura di SC è consistita nell’incontrare tante persone con radici politiche e culturali diversissime dalle mie, persone cioè che si considerano da sempre “di destra”, con le quali sono entrato facilmente in piena sintonia su tutti i capitoli principali della nostra “strategia europea”, e particolarmente su quelli dei quali è più incisivo il contenuto di soppressione delle posizioni di rendita, di promozione della contendibilità di ogni funzione in tutti i campi: dal fisco alle amministrazioni pubbliche, dal mercato del lavoro alla scuola. Persone con le quali è stato possibile entrare in comunicazione e collaborare strettamente solo perché mi ero spogliato della “casacca” del partito di sinistra; ma con le quali, nondimeno, la sintonia si estendeva anche ai contenuti dei nostri progetti che possiamo classificare “di sinistra”, se con questo termine si indica la tensione all’uguaglianza delle dotazioni di partenza e alla parità delle opportunità per tutti. Il mio timore, in questo “ritorno a casa”, è di perdere con una parte di loro la sintonia creatasi in questi due anni. Spero che il nuovo PD sia capace di liberarsi delle incrostazioni del passato che costituiscono un impedimento alla cooperazione con queste persone. Sono tante; e la strategia europea dell’Italia ha bisogno anche di loro.

Già senatore del Partito democratico e membro della Commissione Lavoro, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Ordinario di Diritto del lavoro all’Università statale di Milano, già dirigente sindacale della Cgil, ha diretto la Rivista italiana di diritto del lavoro e collabora con il Corriere della Sera. Twitter: @PietroIchino

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