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L’ora di Draghi: rialzati Italia

Amedeo Lepore mercoledì 3 Febbraio 2021
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di Amedeo Lepore

Secondo un recente rapporto della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), i flussi degli investimenti diretti esteri sono caduti in Gran Bretagna, Italia e Russia molto più intensamente che nelle altre principali economie. Mentre, in un altro documento della Banca Europea per gli Investimenti (EIB Investment Report 2020/2021: Building a smart and green Europe in the COVID-19 era), emerge che – in termini di domanda di prodotti o servizi, disponibilità di competenze, costi energetici, accesso alle infrastrutture digitali, regolamentazione del mercato del lavoro, normativa delle imprese e tassazione, dotazione di infrastrutture di trasporto, strumenti di finanziamento, incertezza per il futuro – l’Italia è tra i Paesi che presentano maggiori ostacoli agli investimenti.

Basterebbero questi due dati per comprendere la complessità della situazione economica e l’estrema difficoltà delle prospettive, in assenza di una presa di coscienza e di un profondo rivolgimento delle strategie di intervento. La crisi politica, frutto di un sempre più evidente ritardo rispetto alle necessità di aggancio agli indirizzi di ripresa europei (oltre che di una sempre più forte frammentazione e dissolvenza dei partiti), si è aggiunta ai duri colpi della pandemia e alle debolezze sistemiche preesistenti.

In una visione di lungo periodo, il declino italiano, iniziato nell’epoca delle crisi petrolifere e aggravato da un’incapacità di cogliere le esigenze di modernizzazione del modello di crescita, non ha conosciuto che brevi inversioni di tendenza fino a oggi. Il contesto internazionale non è rimasto fermo, soprattutto nell’ultima fase. Con il fenomeno di disaccoppiamento tra Stati Uniti e Cina, il cambio di leadership occidentali (Joe Biden e Ursula von der Leyen) e la riorganizzazione delle catene globali del valore, compare, anche nella persistenza del coronavirus, una nuova dinamica del mondo, che rischia di vedere sempre più vacillante il quadro italiano.

Dopo il contributo positivo fornito alla rapida riaggregazione e assunzione di responsabilità dell’Europa e l’impegno fattivo mostrato nella prima ondata della pandemia, il governo ha smarrito la strada maestra, perdendosi. Perciò, sarebbe auspicabile un’interpretazione per nulla minimalista dei problemi da affrontare e una capacità di tradurre in scelte strutturali l’iniziativa per il rilancio dell’Italia. Il tentativo di costruire speditamente e con accortezza un programma di fine legislatura, in grado di superare i limiti palesi dell’azione di governo e di rispondere in modo adeguato all’urgenza di riforme e investimenti, è da apprezzare.

Tuttavia, non si può pensare a una “realpolitik” in sedicesimo, nelle condizioni date e in mancanza di una poderosa proiezione in avanti come quella realizzata da Bismarck un secolo e mezzo fa. Andrebbero piuttosto aggrediti i temi incompiuti del Recovery Plan, sapendo che altri Paesi hanno già risolto i problemi di gestione e coordinamento, affidandoli a strutture collegate a uno dei vertici dell’esecutivo (Presidente del Consiglio o Ministro dell’Economia) e hanno elaborato programmi credibili. L’Italia, giunta a uno stato generale di spossatezza, appare un Paese per metà progredito e per metà arretrato, non solo territorialmente, ma in relazione ai processi di trasformazione digitale e ambientale. Dunque, deve rimettersi in piedi e ricominciare a correre.

Il nuovo schema di governo deve definire le questioni, ancora aperte e determinanti per la ripresa, di una guida ordinata per l’attuazione e il monitoraggio del Piano, di un’indicazione puntuale dei progetti di riforma e della misurazione del loro impatto, di un coordinamento tra i grants e loans comunitari e i fondi per la coesione. Un nuovo governo, senza maggioranze rimediate e instabili, è la condizione per un cambiamento di fondo.

L’accettazione della logica del “primum vivere” significherebbe l’affermazione di soluzioni vischiose e la rinuncia a un impegno di innovazione del Paese, indispensabile per intraprendere un’opera di ribaltamento della crisi. Al programma, dunque, si deve affiancare una direzione qualificata e rappresentativa, dotata di forza autonoma e per sua natura indisponibile al compromesso. Insomma, quello di cui abbiamo bisogno è un governo autorevole e di svolta, a cominciare dalla sua composizione, che possa trarre dalla lezione della pandemia l’impulso decisivo a un solido europeismo e a una grande opera di mutamento del modello di sviluppo nazionale nell’interesse e per il futuro dell’Italia.

 

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