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Ecco perché da politologo voto Sì

alberto-bitonti venerdì 2 dicembre 2016
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“Sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso piú conveniente andare dietro alla verità effettuale della cosa che alla imaginazione di essa. E molti si sono imaginati republiche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero. Perché egli è tanto discosto da come si vive a come si doverebbe vivere, che colui che lascia quello che si doverebbe fare impara piú tosto la ruina che la perservazione sua”. Con queste poche righe, Machiavelli stabiliva nel Principe l’autonomia della politica dalla religione e dalla filosofia, per fondare quella scienza della politica (o politologia) che, da allora, cerca di descrivere e capire i fenomeni politici per quello che sono, senza farsi condizionare da visioni ideologiche (opinioni a prescindere), che nulla hanno a che fare con la realtà effettiva delle cose. Una lezione di metodo utile sia per gli studiosi che per gli stessi politici.

Nel dibattito intorno alla riforma costituzionale, appare oggi estremamente fruttuoso ricordare questo insegnamento. E anzi, un divertissement per i lettori più appassionati può essere proprio quello di setacciare gli argomenti usati da entrambi i fronti, distinguendo l’ideologia dagli argomenti seri e di merito. Di solito si ricorre alla prima proprio quando mancano i secondi. Fateci caso. Laddove l’ideologia “anti-renziana” – o “renziana” parimenti – prevale, non vi può essere alcun proficuo dibattito, ed è un peccato considerando l’importanza dell’argomento.

Nella maggior parte dei casi mi sembra che i fautori del No siano guidati dall’opposizione al Governo Renzi (un fatto contingente) più che da qualsiasi critica di merito sulla riforma (qualcosa di più importante rispetto alla contingenza, che riguarda il funzionamento della nostra democrazia): attenzione a non lasciarsi confondere dunque.

I critici che invece difendono riforme “perfette” o (a loro dire) migliori di questa sembrano inseguire la “imaginazione” di processi di revisione costituzionale, e non la “verità effettuale” di una riforma che di fatto è stata approvata dal Parlamento tra mille ostacoli, e sulla quale è necessario chiedersi: migliora lo stato delle cose rispetto a prima o no? Terze ipotesi non sono sul tavolo, quindi inutile difendere un No in base a future “perfette” immaginarie riforme, molto difficili da realizzare nei fatti.

Una seria analisi politologica parte inoltre dal rifiuto del formalismo e dell’ipocrisia: non guardare alla formalità o alla superficie delle cose, ma analizzare il reale funzionamento di istituzioni e regole. Due esempi:

  1. Il modello parlamentare della nostra Costituzione prevede la centralità dell’Assemblea rispetto al Governo. I fautori del No dicono che la riforma sbilancia questo rapporto a favore del Governo. Ma guardiamo nei fatti come funziona questo rapporto con la vecchia Costituzione: nel periodo 1996-2013, le leggi di iniziativa parlamentare hanno rappresentato tra l’11 e il 20% del totale delle leggi approvate in ogni legislatura, quelle di iniziativa governativa tra il 76 e l’88%. Qualora non bastasse, pensate agli eccessi negli anni nell’uso della decretazione d’urgenza e delle questioni di fiducia. Ebbene, non è più costituzionalmente corretto prevedere formalmente, come fa il nuovo art. 72, la possibilità di un percorso preferenziale per i ddl che il Governo giudica essenziali per il proprio programma, con l’istituzione del voto a data certa? In tal modo si formalizzerebbe – limitandola – una prerogativa di fatto oggi abusata. Il nuovo testo concretamente appare dunque più rispettoso del ruolo del Parlamento rispetto alla vecchia versione.
  2. Alcuni dicono che il problema è il combinato disposto della riforma con l’Italicum, perché i partiti (e i loro leader) “nominerebbero” la maggioranza dei Deputati. Tuttavia, al di là di ogni ipocrisia, in qualsiasi sistema elettorale i partiti (e i loro leader) hanno di fatto una forte prerogativa di questo tipo. Anche con collegi uninominali, chi sceglie infatti il candidato da far correre in ogni collegio (pensate al gioco dei collegi sicuri o meno sicuri)? Un altro esempio in cui la conoscenza scientifica di un fenomeno può aiutare a combattere pregiudizi o opinioni infondate.

Questi sono alcuni dei motivi per cui, da politologo, il 4 dicembre voterò Sì.

Professor of Politics presso IES Abroad Rome, PhD in Scienze politiche, Fellow della School of Public Affairs all’American University di Washington DC e docente di Metodologia delle Scienze Sociali alla LUISS Guido Carli di Roma. Si occupa di open government, lobbying, public affairs, innovazione politica. Il suo ultimo libro è Lobbying in Europe. Public Affairs and the Lobbying Industry in 28 EU Countries (Palgrave Macmillan 2017). Attivista per diverse organizzazioni che promuovono la trasparenza nel mondo politico. Dirigente locale del PD a Roma e membro della commissione nazionale del PD sulla forma partito. Su Twitter è @albertobit.

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