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Reddito minimo e la via italiana all’occupazione

Francesco Paolini giovedì 24 marzo 2016
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È stata finalmente tracciata la via italiana al reddito minimo (RM). Dopo venti anni di attesa, “un milione di famiglie riceverà 320 euro al mese”, ha confermato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. Il piano è contenuto nel disegno di legge delega in materia di contrasto alla povertà approvato a gennaio. Dunque, entro sei mesi dal via libera del Parlamento arriveranno i decreti attuativi. Si tratta di un importante passo avanti visto che il nostro Paese era rimasto da tempo l’unico nell’UE insieme alla Grecia a non prevedere uno strumento di sostegno al reddito di ultima istanza.

Il governo punta a coinvolgere 280 mila famiglie (1.150.000 persone). Le risorse necessarie, poco più di un miliardo di euro, sono reperite attraverso il riordino delle prestazioni assistenziali. Il che è una buona notizia visto che riduce la discrezionalità e la categorialità delle misure adottate fino ad ora nel contrasto alla povertà, che ha finito per favorire uno sviluppo duale del mercato del lavoro, diviso tra tutelati e sottotutelati. Ma il bacino dal quale pescare contiene 600 milioni. Si tratta delle risorse stanziate nella legge di Stabilità per la SIA, il sostegno per l’inclusione attiva (380 mln) e per l’ASDI (220 mln), l’assegno che interviene quando si esaurisce la NASPI (l’indennità di disoccupazione). Occorre, dunque, individuare le risorse mancanti.

L’altro aspetto rilevante della legge delega riguarda il fatto di vincolare il SIA, istituito dal governo Letta, all’obbligo di “mandare i figli a scuola e accettare un’occupazione”. In effetti, il SIA al pari del RM ha una natura selettiva (al contrario del reddito di cittadinanza erogato a tutti incondizionatamente) ed è ancorato a due aspetti. Primo, l’accertamento di specifiche condizioni economiche (attraverso l’ISEE), anche se è complesso e costoso individuare la platea di potenziali beneficiari, visti gli alti livelli di evasione ed elusione fiscale. E’ pur vero che la verifica delle reali condizioni darebbe alle amministrazioni locali la possibilità di avviare un sistematico monitoraggio dei soggetti in stato di bisogno e accrescere, così, le probabilità di ricorrere a percorsi individuali efficaci. Secondo, l’attivazione sul mercato del lavoro. Il problema è che mediamente i Centri per l’impiego non sono nella possibilità di strutturare programmi di (re)inserimento professionale vista la debolissima dinamica della domanda di lavoro, specialmente nel Mezzogiorno.

Alle peculiarità dell’economia italiana si aggiungono, poi, le tendenze a livello europeo. Mal comune, mezzo gaudio? La difficoltà di attivare i disoccupati è sempre più diffusa anche tra i Paesi dell’UE. La crisi cominciata nel 2008 ha messo in evidenza che l’idea di coniugare flessibilità (in entrata e in uscita) e sicurezza sociale funziona in presenza di elevati tassi di crescita, che favoriscono un aggiustamento stabile del mercato del lavoro mediante la creazione di nuovi posti e un’elevata rotazione. La vulnerabilità della flexsecurity a rilevanti shocks negativi tende, invece, ad avere un impatto significativo sulla finanza pubblica e a produrre disoccupazione strutturale. L’evidenza empirica, infatti, dimostra come soltanto una quota dei posti di lavoro persi in una fase recessiva sia successivamente riassorbita. Allora si capisce come l’idea di tutelare la persona piuttosto che il posto di lavoro possa apparire oggi teoricamente condivisibile, ma praticamente sbagliata. La conferma proviene dalla recente esperienza di Paesi Bassi e Germania, che si sono concentrati sul mantenimento dei livelli occupazionali. Puntando, ad esempio, sulla riduzione dell’orario di lavoro compensata da un sussidio pubblico e sulla banca delle ore lavorate, che ha consentito alle imprese di modificare l’orario di lavoro in relazione alle dinamiche del ciclo mediante il ricorso alle ore di straordinario accumulate durante le fasi espansive e accantonate nella banca. Così operando, oltre a garantire l’erogazione del medesimo salario mensile indipendentemente dalle ore lavorate, si riducono le esternalità negative indotte dall’eccessivo turn-over dei lavoratori che deprime l’incentivo a investire in formazione da parte delle imprese e rende più complessa la conciliazione tra tempi professionali e privati-familiari.

Resta comunque il fatto che i numerosi problemi connessi all’attivazione dei disoccupati (in particolare nelle aree più economicamente depresse) non mettono in discussione l’opportunità dell’iniziativa del governo. Che prevede per la prima volta in Italia uno strumento di RM per combattere le forme più estreme di povertà sulla base di un approccio universalistico. E’, tuttavia, importante che l’esecutivo dia seguito agli obiettivi di far crescere nel tempo sia l’indennità sia la platea di beneficiari (si comincia dalla famiglie con minori), fino a coinvolgere tutti i soggetti stimati in povertà assoluta (4.102.000) dall’Istat nel 2014. Sarebbe, inoltre, auspicabile affrontare la disomogenea legislazione prodotta dalle Regioni negli ultimi due anni. Senza dimenticare che il RM è uno strumento contro la povertà e l’esclusione sociale. Per creare occupazione è innanzitutto necessaria una strutturata politica industriale di medio-lungo periodo, capace di imprimere un’accelerazione alla crescita e, così, alla domanda di lavoro. In questo senso le politiche di RM per avere un concreto effetto occupazionale, soprattutto laddove il bisogno è maggiore, devono essere accompagnate da un piano di rilancio economico. E’ questo che occorre davvero al Sud. Oltre ad investimenti in infrastrutture, istruzione-formazione e sicurezza.

Giornalista ed esperto di politiche del lavoro, attualmente è consulente per il Formez

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