LibertàEguale

Digita parola chiave

Presidenza di Libertàeguale, una nota di Petruccioli

Claudio Petruccioli martedì 14 febbraio 2017
Condividi

foto

 

Pubblichiamo una nota di Claudio Petruccioli scritta in vista della riunione di Libertàeguale del 10 febbraio 2017

*** L’esito del referendum ha duramente colpito sia la strategia e la politica riformista, sia la leadership riformista. Nello stesso tempo ha rivelato, con il 40% dei SI la consistenza dell’elettorato disponibile ad una politica riformista e come minimo non ostile alla leadership riformista di Matteo Renzi; è una forza minoritaria in una prova referendaria ma assai consistente per una azione efficace di una sinistra riformista di governo. Noi dobbiamo esaminare con grande attenzione ambedue i punti che costituiscono una necessità per la credibilità e il rilancio di una azione riformista: la leadership riformista e il programma riformista. E fare scelte precise sull’uno e sull’altro fronte.

*** La leadership. Renzi ha subito un pesante ko che autorizza la domanda se egli sia ancora in condizione di ricoprire efficacemente il ruolo di leader; inoltre i suoi comportamenti dopo il referendum non esprimono con chiarezza quali siano le sue intenzioni né quale sia il livello di autostima e di fiducia in sé stesso. Tuttavia il rilancio di una azione riformista da parte del PD richiede una leadership chiaramente  visibile e percepita; è questo l’aspetto più importante, più importante anche del fatto che la leadership sia immediatamente vincente. Una leadership del genere non può avere alle spalle la pratica oligarchica dei caminetti; una cosa è l’apertura, l’attenzione che il leader deve dedicare alle opinioni e alle posizioni presenti nel partito, ai contributi che possono rafforzarne l’azione, altro è una dinamica di primus inter pares che lottizza e feudalizza non solo il partito come organizzazione ma lo stesso invaso del consenso che si scompone in segmenti di fatto autonomi. Quel che è accaduto nel centro destra dove, nonostante il predellino, non è avvenuto mai qualcosa di paragonabile al processo – faticoso ma effettivo – che ha portato all’approdo del PD offre una lezione su cui meditare. La visibilità della leadership, soprattutto in un momento nel quale chi la detiene si trova in seria difficoltà, anche soggettiva, dipende anche dalle scelte e dai comportamenti di coloro che ne comprendono la necessità e l’importanza. I nostri comportamenti verso Renzi non devono essere “indulgenti”, anzi se mai il contrario. Non si tratta di andar dietro alle analisi psicologiche e caratteriali. In politica conta la politica; e la coincidenza fra segreteria del partito e candidatura alla leadership di governo è un fatto politico con forti implicazioni istituzionali. La coincidenza delle due leadership non vuol affatto dire – come alcuni analisti hanno sostenuto – che una è decisiva (quella del governo; ma il discorso vale anche se si indica come decisiva quella del partito) e l’altra è secondaria o derivata. La coincidenza delle due leadership comporta che chi le conquista  sia capace di interpretare sia l’una che l’altra, per quanto di specifico hanno sia l’una che l’altra. Se non mostra queste capacità anche solo su uno dei due fronti, perde la possibilità di esercitare la leadership in sé.

Una leadership di questo genere è dunque più complessa, più difficile, più “pesante” di una leadership solo di partito o solo di governo; quella di riassorbire una nell’altra è una illusione e comporta seri errori, costa alla fine la perdita della leadership. Renzi si è comportato in modo da far sospettare che non abbia compreso questo punto. Su questo il nostro richiamo deve essere esplicito; per il resto, dobbiamo essere ben disposti, perfino “affettuosi” questo sì. La cosa peggiore è se il leader in difficolta si ritrova di fatto solo circondato dalla freddezza e dallo scetticismo degli stessi che pure sono intenzionati a  sostenerlo. D’altro canto, il leader deve capire che per far emergere il “calore positivo” si deve promuovere una verifica della leadership. Se Renzi la evita o non capisce che deve essere lui a sollecitarla sbaglia e rende tutto più difficile.

*** La prova che la leadership di Renzi, ancorché lesionata è ancora necessaria per una politica riformista e per il consolidamento del PD come sinistra di governo, la abbiamo dai comportamenti dei suoi nemici che sono poi gli stessi che contrastano (non da oggi) la nostra linea e i nostri propositi. Continuano ad attaccare Renzi perché vogliono cancellarlo dalla scena; alcuni solo politicamente (chiedendone la resa alla oligarchia) altri anche personalmente. Per esempio è evidente che D’Alema eviterebbe di andarsene dal PD solo se Renzi sparisse dalla circolazione. Se lo fanno fuori hanno vinto loro. A noi non basta, però, la reciproca, che Renzi cioè resti comunque. Se Renzi resta segretario ma offusca la propria leadership riformista rassegnandosi ai meccanismi oligarchici, la possibilità di una effettiva politica riformista da parte del PD subisce un altro colpo. Noi abbiamo bisogno di Renzi che conferma e rafforza il carattere riformista della propria leadership a cominciare dal modo in cui esercita la leadership. Se la annacquasse per restare in sella dovremmo porci il problema se non sia conveniente che entro il PD si esprima, pur in minoranza, una posizione nettamente riformista a prescindere da Renzi.

*** Una posizione nettamente riformista può dover decidere di collocarsi in minoranza all’interno del PD qualora ciò appaia necessario per non perdere l’efficacia che scaturisce dalla riconoscibilità. Ma non si porrà mai il problema di uscire dal PD, come fanno continuamente, da quando esiste il PD, segmenti della sinistra-sinistra[1].  Il motivo è molto semplice: il PD, con tutti i limiti e le provvisorietà che manifesta ha però un ancoraggio fortissimo: ha individuato il territorio e le finalità della sinistra riformista di governo e lì si è collocato, quel territorio lo ha occupato e picchettato anche se, all’interno, l’urbanizzazione e le opere connesse sono molto in ritardo. Tutti lo vedono, ed è sulla base di questa “collocazione” che raccoglie simpatie e consensi (oltre che ostilità, naturalmente). Ecco il motivo per cui da “sinistra” si può pensare di separarsi dal PD, mentre a nessun riformista una eventualità del genere passa per la testa. Il PD in sé, per come è collocato, è funzionale alla sinistra riformista di governo. Quelli che si sentono estranei a questa collocazione erano (sono) disposti a farne parte a condizione che a gestirlo sia quella che considerano la “sinistra doc”, quella di provenienza Pci. Se non c’è questa “garanzia”, il PD diventa inaccettabile. Come si vede il problema coinvolge anche la leadership di Renzi ma, in realtà, è molto più impegnativo.

*** Dalle precedenti considerazioni scaturisce una indicazione molto importante anche per il posizionamento politico che il PD deve assumere nella prossima competizione elettorale. Con la sconfitta nel referendum e il conseguente spostamento dal maggioritario al proporzionale (cancellazione del ballottaggio) la “vocazione maggioritaria” viene colpita e potrebbe perfino sembrare che si debba archiviarla. Perché? Dobbiamo dirci chiaramente che anche noi, talvolta, abbiamo affidato la “vocazione maggioritaria” ai meccanismi istituzionali e, soprattutto, elettorali; come se questi ultimi – i quali senza alcun dubbio possono agevolarne o ostacolarne la traduzione in atto – bastassero invece da soli per metterla in pratica e consolidarla. L’esperienza (italiana, ma non solo italiana) insegna che non è così. Ci possono essere meccanismi elettorali e istituzionali fortemente maggioritari che non riescono tuttavia a neutralizzare le tendenze centrifughe e le spinte alla frammentazione fra le forze politiche che compromettono in radice ogni “vocazione maggioritaria”; all’inverso, anche meccanismi proporzionali non rendono impossibile perseguire e affermare una “vocazione maggioritaria”. La quale, in condizioni elettorali e istituzionali “avverse” sarà affidata esclusivamente  – questo sì – alla chiarezza politica e strategica e alla determinazione della forza che ad essa aspira. Il PD, in quanto sinistra riformista di governo è, comunque, l’asse portante e la forza guida di una più ampia convergenza necessaria per esprimere una maggioranza e un governo. Che questa sia non una petizione di principio o una pia aspirazione risulta dai fatti: a parte M5S forza antisistema e tendenzialmente totalitaria (per come si è espressa fin qui) sia sul centro che sul centro-destra c’è una confusione e uno sparpagliamento di cui non si intravede la conclusione. Solo il PD mantiene un suo profilo e una sua funzione molto evidenti, anche al di là della leadership di Renzi. Che questo non venga messo in discussione neppure dalle grandi difficoltà attualmente incombenti, conferma la bontà e la solidità del Progetto. Certo, il Progetto va poi attuato e incarnato, ma non ne va sottovalutata la forza intrinseca; che, al momento, sulla scena politica italiana, solo il PD ha. Ne consegue che, programma a parte, il PD deve presentarsi in decisa, esplicita e motivata contrapposizione sia rispetto ai grillini sia rispetto alla sinistra-sinistra (esterna e anche “interna”) qualunque forma assuma. Alla base va posta una semplicissima alternativa: verità > demagogia, realtà>fantasia, responsabilità>irresponsabilità; con queste opposizioni si colpiscono insieme i grillini e i sinistri. Durante la campagna elettorale non parlerei di altri, in particolare di Berlusconi. I risultati saranno quelli che saranno; con il proporzionale le conseguenze si traggono dopo il voto. L’importante è che il PD tenga fermo e renda evidentissimo il proprio ruolo. Se si sarà raggiunto un consenso elettorale adeguato, gli altri – sia chi sia – si aggiungeranno dopo. Per questo penso che sia negativo per il PD qualunque discorso preliminare sulle “coalizioni”. Un conto è fare una lista aperta ad altri non PD che accettano, però la strategia della sinistra riformista di governo (per esempio Pisapia); altro è legarsi (facendo addirittura primarie di coalizione) ad una coalizione che sarebbe inevitabilmente problematica e motivata esclusivamente dal raggiungimento del premio, come è stata quella di Bersani nel 2013, con gli esiti che conosciamo.

*** Programma Penso che si debbano indicare pochi punti (5/6) proposti come obiettivi sui quali ci si impegna in modo assoluto e che vanno poi dettagliati nel modo più preciso possibile. Ma l’importante per la raccolta del consenso largo è la chiarezza degli obiettivi e la determinazione nel raggiungerli. Questi obiettivi possono essere racchiusi in coppie di risposte alternative che proiettano sul piano programmatico il posizionamento politico di cui ho trattato al punto precedente. Indico qui di seguito alcuni temi, da considerare assolutamente non esaurienti, utili soprattutto per trasmettere l’idea che io ho di “programma”

  1. Apertura > chiusura = E’ il primo discrimine, che si proietta in tutte le scelte programmatiche. Oggi, che si guardi il mondo, gli spostamenti di persone, gli scambi di merci, di idee, di informazioni e conoscenze, fino ad arrivare – in casa nostra agli ordini professionali, alle riserve corporative di ogni genere, si propone l’alternativa apertura > chiusura. Il PD deve presentarsi, su tutti i piani in tutte le occasioni, come la forza che vuole le aperture, agisce per crearle e che combatte, al contrario, le chiusure. Deve farlo non in modo superficiale, ingenuo, offensivo per le preoccupazioni diffuse fra le persone. Le aperture comportano dei rischi che possono minacciare la sicurezza; perseguire le aperture richiede perciò necessariamente anche azioni efficaci a tutela della sicurezza. Le aperture creano difficoltà più pesanti a chi si trova in condizioni di più bassa produttività e professionalità, con strutture amministrative e logistiche a un basso livello di efficienza. Devono, perciò, essere accompagnate da impegni e progetti per innalzare la produttività, la professionalità, per migliorare il livello degli apparati amministrativi e delle reti logistiche. La apertura è, in sostanza, anche un necessario stimolo e un metro di misura per procedere a effettive riforme che incidano sulla produttività, sulle professionalità, sulle strutture di supporto. Senza l’apertura prevarrebbero la ripetitività, la stagnazione; e i ritardi relativi di oggi non farebbero altro che accrescersi.
  2. Europa sì > Europa no. E’ il banco di prova più evidente e impegnativo della alternativa apertura > chiusura. In tutta Europa la sinistra riformista di governo dovrebbe proporsi come forza alla testa della scelta Europea, per lo sviluppo del processo di integrazione e unificazione europea. I problemi sono tanti; segnalo qui che vengono poco conosciuti e studiati anche nel PD. Va bene la diffidenza verso la burocrazia e la tecnocrazia di Bruxelles, ma purché si conoscano i meccanismi, le procedure, i processi decisionali che sono oggi – per quanto complicati e talvolta assurdi – alla base del funzionamento dell’Europa che c’è, come c’è. La battaglia per l’Europa non si fa solo con una – assolutamente necessaria – forte scelta politica ma anche con una conoscenza puntuale delle cose concrete; la si fa da dentro e in base alla capacità di star dentro. Forse è arrivato il momento, con Trump e dopo la Brexit, con l’addensarsi minaccioso dei “sovranisti” (parola da cancellare per far posto a quella più precisa e politicamente incisiva di “nazionalisti”) di lanciare un ossimoro che può, tuttavia, far presa: nazionalismo europeo. Intendo, con ciò, non la creazione, in coincidenza con l’Europa, di uno spirito di appartenenza paragonabile a quello che ha accompagnato la formazione degli stati nazionali; intendo la valorizzazione della unità dell’Europa (prima ancora che dell’Unione Europea, vedi il discorso di Draghi a Lubiana) come condizione per una presenza dignitosa, costruttiva e conveniente nell’odierno concerto globale; e come condizione, anche, per la vitalità e la riconoscibilità delle “piccole patrie nazionali” cui ciascuno di noi appartiene e che non è prevedibile tramontino.
  3. Inclusione > esclusione. E’ la vera faglia di scissione che attraversa le società mature dell’Europa e non solo. Certamente è stata evidenziata dalla globalizzazione; ma è l’effetto di processi molto complessi. Pesano, senza dubbio, le differenze economiche e anche la crescita delle diseguaglianze; le quali, però, più che sul terreno strettamente materiale creano disagio e ripulsa dal punto di vista psicologico e culturale. Non pesa tanto la maggiore o minore capacità di accedere a beni e servizi, quanto il divario nel padroneggiare la propria vita, nelle condizioni che influiscono sulla dignità personale. E’ lungo questa frontiera che ci si considera esclusi o inclusi. Il conflitto e la separazione riguarda la coscienza e considerazione di sé, la cultura, le idee. Un approccio economicistico – come è quello della sinistra-sinistra – non coglie il problema, non parla. Qui il riformismo è chiamato alla sua prova più ardua, perché deve evitare anch’esso di precipitare nel vuoto dell’ideologismo, mostrandosi capace di cogliere le aspettative e le domande in tutto il loro spessore, che definirei “umano”. Adesso sta tornando di moda il ragionamento sui “meriti e bisogni” che offre certamente anche oggi riferimenti utili. Tuttavia, se sul lato dei bisogni le risposte sono – in teoria – abbastanza semplici, perché si tratta di fronteggiare e – per quanto possibile – ridurre fino ad eliminare gli svantaggi, le penalizzazioni più pesanti, le vere e proprie miserie (una questione, essenzialmente, di risorse disponibili), qualcosa di più bisogna aggiungere sul versante dei meriti. Coloro che avvertono di più l’esclusione sono coloro che, per condizioni oggettive (materiali, territoriali ecc.) e soggettive (culturali, familiari) sono e si sentono più vicini alla frontiera della inclusione senza riuscire, però, a superarla. E’ lì che si concentra ai massimi livelli l’esasperazione e l’ira sociale; lì deve concentrare la sua attenzione e i suoi sforzi il riformismo. Vanno aperti e allargati varchi, vanno tracciati e resi agibili percorsi che consentono di superare quella barriera, che rendono possibile entrare nell’area della inclusione. Va fatto per tutti, ma bisogna cominciare e renderlo visibile e apprezzato per quelli più vicini fra gli esclusi che sono – di regola – quelli più capaci e attrezzati e, anche, quelli più incazzati. Se si aprono i flussi migliorerà non solo la condizione e lo stato d’animo di coloro che riescono a passare, ma anche di quelli che sono in attesa e che riprendono a sperare se vedono che “si apre una strada”. Come di fronte alle barriere di filo spinato erette da Orban.
  4. Il banco di prova più impegnativo per verificare la efficacia dei provvedimenti riformisti di inclusione sono i giovani. Sono infatti loro che premono alle soglie della inclusione con evidenti atout sia di carattere anagrafico che culturale e professionale; e sono loro che soffrono di più della esclusione; esclusione il cui costo è pesante anche per l’intera comunità nazionale. Lì si deve cominciare, lì si verificheranno i successi e gli insuccessi. Lì, però si deve fare anche una forte battaglia ideale. Ai giovani non va lisciato il pelo nel senso dell’assistenzialismo e della deresponsabilizzazione. Il riformismo deve far loro un discorso chiaro: loro sono esclusi, incontrano ostacoli spesso insormontabili alla inclusione per una ragione di fondo: perché le chiusure che garantiscono privilegi, corporativismi e rendite sociali sono in Italia forti al punto da impedire ad una intera generazione di accedere alle attività produttive e remunerative sotto il profilo materiale e spirituale. Essi vengono tenuti nella condizione di essere mantenuti dai vantaggi parassitari che le generazioni dei loro genitori e nonni continuano a lucrare, o dalle rendite che i patrimoni accumulati consentono. Così si rovinano loro e l’intero Paese. L’alleanza che il riformismo deve proporre ai giovani è: noi faremo di tutto per aprire varchi, per studiare e realizzare politiche che consentano loro il passaggio dalla esclusione alla inclusione, ma loro devono assumersi precise responsabilità per far prevalere le aperture sulle chiusure.
  5. I servizi = senza aggredire questo ambito ogni ragionamento sulla riduzione della spesa è monco e/ velleitario. D’altro canto i servizi raccolgono ormai la maggior parte dell’occupazione e anche una riflessione e un intervento sulla quantità e la qualità dell’occupazione non può prescinderne. La sinistra, compresa quella di governo, non ha mai fatto davvero suo il criterio per cui anche nei servizi “dalla società tutto il possibile dallo Stato quando è necessario”. E’ il momento di farlo. Bisogna distinguere fra responsabilità pubblica per la diffusione e la qualità dei servizi e gestione pubblica diretta dei servizi. Si devono introdurre nei servizi, in tutti i servizi, anche quelli socialmente più delicati e sensibili, come la scuola, la sanità, le assistenze criteri di gestione economica e meccanismi di concorrenza e competizione fra tutti i soggetti operatori, fra tutte le aziende, non tutte necessariamente pubbliche ma coinvolgendo anche quelle pubbliche. Oggi diciamo “servizio pubblico” o “pubblico servizio”. Sarebbe bene ragionare in termini di “servizi per il pubblico”, a sottolineare che il servizio è finalizzato, sempre, alla soddisfazione del cittadino utente. Si deve perciò superare – con un processo che sarà lungo ma che si deve cominciare ad enunciare e ad avviare – il concetto stesso di “impiego pubblico” e di “pubblico impiego”. I lavoratori anche in aziende di proprietà pubblica o in settori a prevalente presenza della gestione statale, vanno considerati come gli altri, che godono degli stessi diritti e rispondono agli stessi doveri, contrattualmente definiti e giuridicamente garantiti. Una esperienza molto ricca, dalla quale si possono trarre preziose indicazioni è quella realizzata nel settore dei servizi durante i governi laburisti di Tony Blair. Ne parla diffusamente lui stesso nella sua autobiografia ma sicuramente è utile uno studio ravvicinato e specializzato. In particolare nel campo della istruzione universitaria e superiore ma anche nel servizio sanitario i risultati ottenuti sembrano importanti e incoraggianti.
  6. Finisco, ma per sottolinearne in realtà l’importanza primaria, indicando la necessità di una strategia precisa, convincente e rapida per ridurre drasticamente il debito al disotto del 100% del Pil. Se questo obiettivo non c’è, o viene enunciato in modo retorico e propagandistico, senza la dovuta concretezza e verificabilità, non si può parlare in Italia di un programma riformista di governo. Solo a condizione di porsi e realizzare questo obiettivo possono riaprirsi in Italia gli spazi per la crescita. Se il peso del debito resta invariato nessuno potrà elevarsi in modo significativo al di sopra di una gestione del galleggiamento se non del declino.
  7. Due note a margine. La prima riguarda le riforme costituzionali. Ovviamente una linea riformista non può lasciarle cadere o accantonarle a seguito dell’esito del referendum. In primo luogo perché le riforme (quelle approvate dal Parlamento ma anche altre) sono necessarie per dare robustezza e slancio all’Italia. Sappiamo, peraltro che questa è la convinzione di una larga parte degli italiani, come risulta da tanti sondaggi d’opinione svolti prima e dopo il referendum; il cui esito negativo – è ormai appurato anche da analisi tecniche, come quelle di Segatti – è stato determinato dall’assoluto prevalere di motivazioni politiche generali. Si deve, dunque, confermare con forza la volontà di proseguire nel tragitto per realizzare queste essenziali riforme. La correzione che bisogna introdurre riguarda l’approccio e la procedura per avviarle e portarle alla approvazione. Anziché farsi condizionare dalle richieste di “organicità” che pure hanno qualche fondamento, si devono proporre riforme puntuali, sulle quali si può realizzare un largo consenso, al fine di raggiungere la maggioranza qualificata dei due terzi delle Camere. E anche nel caso in cui questo quorum non venisse raggiunto e si dovesse andare al giudizio popolare la scelta di merito sarebbe chiara e potrebbe più facilmente favorire l’approvazione della riforme. Per fare un esempio: introdurre una modifica semplicissima all’art. 94 per cui il Governo anziché “avere la fiducia delle Camere” debba averla solo dalla Camera dei deputati non dovrebbe incontrare molte contrarietà in Parlamento, ma soprattutto potrebbe facilmente raccogliere il consenso maggioritario in un voto popolare. Si è riflettuto poco sull’art. 138. E’ congegnato in modo tale da consentire modifiche alla costituzione anche importanti purché “puntuali”; rende invece particolarmente difficile per non dire impossibile una riscrittura ampia che possa apparire come una modifica all’impianto stesso o (come dicono alcuni) all’”anima” della costituzione.
  8. Seconda nota a margine, sul sindacato. Sarebbe opportuno un capitolo, forse più culturale che programmatico, che affronti la “questione sindacale”, allargandosi magari anche a quelli che vengono chiamati “corpi intermedi”, almeno a quelli che sono organizzazioni di interessi sociali omogenei. La sinistra riformista di governo si batte certo contro i conservatorismi e le chiusure sindacali; ma non è contro i sindacati – né contro altre forme di organizzazione degli interessi sociali. Anzi, pensa che il riformismo è più forte e incisivo se ci sono sindacati forti, autonomi, legati ai lavoratori capaci di inserirsi con i loro punti di vista e con i loro obiettivi nelle politiche di rinnovamento che sono necessarie.

 

[1] Uso questa espressione generica; in realtà da questa parte c’è da scontare il mancato chiarimento che riguarda il Pci. Sono ancora molti, anche fra coloro che vogliono essere “sinistra di governo” se non addirittura riformisti che quando parlano di sinistra e pensano alla sinistra lo fanno in riferimento all’archetipo del Pci considerato il solo modo possibile di far vivere la sinistra. Non sorprendiamoci; non solo D’Alema o Bersani ma molti altri pensano – o forse è più esatto dire “sentono” –  così. Più che il “comunismo” o l’”antagonismo” conta in questi casi l’esperienza storica del Pci che non si riesce ad archiviare, psicologicamente prima ancora che intellettualmente. E’ un problema che richiede di andare molto a fondo e che va affrontato con un paziente e lungo lavoro culturale e ideale; ma che – dobbiamo saperlo – incide sulle vicende politiche quotidiane anche del PD

Politico e giornalista, fa parte della presidenza di Libertàeguale. È stato parlamentare del Pci/Pds/Ds per cinque legislature. Presidente della Commissione di vigilanza Rai dal 2001 al 2005 e Presidente del consiglio d’amministrazione della Rai dal 2005 al 2009.

Tags: