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di Ranieri Bizzarri

 

novax

 

Sin dalle sue origini, la sinistra politica e i partiti “progressisti” si sono proposti come i depositari ideali della rivoluzione scientifica e del metodo di interpretare la realtà che con essa si è affermato.

 

La sinistra ha sempre associato conoscenza scientifica e progresso sociale

I filosofi della Rivoluzione Francese, oltre ad essere in molti casi scienziati essi stessi, interpretavano la scienza come una forza di liberazione e di civilizzazione capace di garantire il progresso indefinito della Società, se solo l’azione politica fosse stata sviluppata su base razionale.

Ancora nel 1946, John Dewey, uno dei filosofi alfieri del progressismo americano, si esprimeva così: “una gran parte dei mali rimediabili della società attuale sono dovuti allo sbilanciamento nell’applicare il metodo scientifico alla realtà fisica rispetto alla realtà umana”.

In breve, la sinistra politica ha sempre associato la conoscenza scientifica al progresso sociale, una correlazione peraltro verificata dall’evoluzione tecnologica e dalla sua capacità di liberare larghi strati della popolazione dal giogo della povertà e dalla malattia. Tutto bene dunque? Non necessariamente. E’ sin troppo facile ricordare che quando ci si è proposti di fondare una società dell’eguaglianza materiale e sociale su basi scientifiche, si sono evocate e realizzate feroci dittature. Ma il punto non è questo: la sinistra di governo ha da tempo abbandonato il materialismo scientifico applicato alla società.

 

Il rapporto critico tra prassi riformista e metodo scientifico

Le criticità delle relazioni tra prassi politica riformista e metodo scientifico risiedono altrove. Il primo fattore da considerare è che scienza e tecnologia possono generare diritti, ma non garantiscono automaticamente eguale accesso ad essi. Se, da buoni riformisti, riteniamo che la giustizia sociale sia la base di quella “ricerca della felicità” che ogni uomo deve poter perseguire, l’accesso reale alla conoscenza ed alla tecnologia è un problema che ci dobbiamo porre in ogni atto di governo. Molti problemi bioetici hanno tutti la medesima caratteristica: il progresso delle conoscenza disvela un fatto precedentemente ignoto (es: una diagnosi medica basata su uno screening genetico), e/o rende possibile una pratica prima inaccessibile (es: la fecondazione assistita).

Preciso compito del legislatore riformista è: 1) verificare se l’ampliamento di conoscenza generi realmente un nuovo diritto e 2) operare perché la sua estensione sia regolata in termini di giustizia sociale.

Il primo punto è il più difficile, perché mette in gioco l’aspetto etico del patto sociale. Ma la politica riformista fa della “negoziazione” anche dei “principi non negoziabili” una chiave di lettura e di prassi necessaria di fronte alla complessità della società.

Per esempio, la legge sul biotestamento non è solo una “riforma”, ma è anche il modo con cui la sinistra di governo mantiene inalterato il benefico legame tra progresso della conoscenza e progresso sociale.

 

Conoscenza e nuovi diritti

Un altro aspetto del problema merita considerazione. Quando si viene al cuore dell’approccio scientifico moderno alla realtà, ovvero alla descrizione dei fatti in termini di distribuzione e probabilità di cause ed effetti, affiorano problemi e resistenze anche in coloro che non sono ostili alla scienza come forza di progresso.

Molti oppositori dei vaccini non negano l’effetto benefico del vaccino; semplicemente, sono spaventati dai suoi “effetti collaterali”, che valutano solo in relazione alla loro gravità (percepita) senza considerare che la probabilità reale del loro verificarsi li rende irrisori rispetto ai rischi connaturati all’esistenza reale. In tal caso, la paura individuale è tramutata in un sedicente diritto che fa premio nei confronti dell’aspetto sociale (distributivo) della diffusione epidemica. Una madre no-vax una volta mi ha detto: “so che la probabilità è bassissima, quasi nulla, ma se poi capita una reazione avversa grave a mio figlio? Lo capisce, è mio figlio!”.

Ecco, l’incapacità di farsi carico dell’evanescente, ma pur intrinseca aleatorietà del reale (è molto più probabile incorrere in un incidente mortale, ho risposto io), il ricondurre ogni fatto in una logica parascientifica di causa-effetto perfettamente determinato, ha un solo sbocco: il rifiuto delle giuste armi del progresso, l’adozione insensata della logica precauzionale e il conseguente impoverimento culturale e materiale della società. E questa logica causa-effetto determinista ha anche un sapore moralistico che attrae e può divenire un elemento deleterio di lotta politica.

La scienza determinista “buona” associa una pratica ben definita (es: il metodo Vannoni), magari tenuta nascosta da “autorità conniventi e colpevoli”, ad un effetto figlio del desiderio (es: liberarsi dalle malattie neurodegenerative).

Questo modo di ragionare ha buona fortuna tra i populisti, ma non è raro osservare la credenza nel determinismo scientifico anche tra persone di buonsenso e riformisti. Nel 2016 il consiglio regionale della Toscana ha votato a favore della eliminazione dell’olio di palma, sulla base di un principio precauzionale non suffragato certo da dati statistici.

 

Diffondere il sapere scientifico spiegare, coinvolgere

Tornando alla prassi riformista, vi è un solo modo per garantire i diritti derivanti dalla conoscenza: diffondere il più possibile il sapere scientifico in maniera semplice ed efficace, alleandosi con chi fa della ricerca scientifica il proprio mestiere; spiegare i termini delle questioni, in particolare l’aspetto probabilistico delle questioni ed il rapporto costo/beneficio, utilizzando un approccio empatico; coinvolgere i cittadini nelle scelte.

Questo significa che le politiche di divulgazione della conoscenza, in primis a livello scolastico ma senza trascurare l’intera comunità, devono essere oggetto di una specifica attenzione e coerente azione legislativa.

Ed i politici riformisti devono sapere che la sfida di saper raccontare e spiegare in maniera efficace aspetti scientifici e tecnologici che riguardano la nostra società e dischiudono nuovi diritti, non è solo un modo per distanziarsi dalla cultura da baraccone del populismo nostrano, ma è anche ottemperare all’idea stessa di politica progressista, così come elaborata più di trecento anni fa.

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