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Renzi, il Pd e il futuro della vocazione maggioritaria

Renzi, il Pd e il futuro della vocazione maggioritaria

di Michele Salvati

 

 

 

La sconfitta del referendum

La sconfitta del referendum e l’eliminazione del ballottaggio sono stati i due eventi che ci hanno condotto alla miserevole situazione in cui ci troviamo. Una vittoria referendaria e il mantenimento del ballottaggio avrebbero consentito ad una forza politica dotata soltanto di egemonia socio-culturale relativa la conquista di una assoluta egemonia di governo.

Macron già disponeva dell’impianto costituzionale ed elettorale che consentiva questo risultato. Renzi doveva crearlo ex novo, nel mezzo di una dura battaglia per lo spostamento del partito su una linea politica ad esso in buona misura estranea, soprattutto alla componente ex-comunista. Se fosse passato il referendum, o anche se la sconfitta fosse stata meno netta, gli effetti politici di trascinamento probabilmente si sarebbero fatti sentire sulla sentenza della Corte e la stessa minaccia dei 5Stelle sarebbe stata meno pericolosa: …niente ha successo come il successo!

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Che cosa vuol dire “vocazione maggioritaria”

Ma è inutile perderci in elucubrazioni e piangere sul latte versato. Il problema che dobbiamo porci d’ora innanzi non è tanto quello dell’ostilità delle forze politiche presenti in questo Parlamento alle riforme istituzionali di Renzi: Petruccioli ne ha fatto un’ottima analisi su MondOperaio. Il problema è perché queste forze sono riuscite a mantenere un sostanziale controllo sui loro elettorati quando si è arrivati al referendum.

E bisogna allora intendersi sulla nostra “vocazione maggioritaria”: che cosa vuol dire? Nelle condizioni attuali credo che nessuno di noi avesse in mente il mito del “partito della nazione”, un partito che da solo potesse raggiungere i consensi della Democrazia Cristiana nell’immediato dopoguerra. “Vocazione maggioritaria” è il carattere di un partito di sinistra che (a) esprime la più convincente interpretazione delle possibilità di progresso e giustizia sociale del nostro paese in questa fase storica; (b) per le sue dimensioni e la sua credibilità si pone come egemone in un arco di forze ampio e potenzialmente maggioritario; (c) riesce a sottrarre consensi al tradizionale blocco del centrodestra.

La semplice “vocazione” resta un’aspirazione soggettiva sterile se non va insieme a effettivi incrementi di egemonia socio-culturale, che si riflettono in maggiore consenso elettorale. Sbaglio a ritenere che passi in avanti verso una effettiva vocazione maggioritaria- nei tre campi (a),(b) e (c)- ne abbiamo fatti pochi?

 

Il M5S: un caso singolare in Europa

Dobbiamo allora chiederci per prima cosa perché sembri così difficile spostare i confini tra le forze di centrosinistra e di centrodestra, confini sfondati in anni recenti, sia a destra che a sinistra, dalla travolgente avanzata dei 5 Stelle. I 5S sono parte di un fenomeno diffuso in quasi tutti i paesi europei e dovuto al disagio dei ceti dotati di minori risorse professionali e culturali nell’attuale fase di globalizzazione.

Sono però anche un caso singolare in Europa, non facilmente associabili alla tradizionale divisione tra destra e sinistra (a differenza di quasi tutti gli altri populismi europei) e non spiegabili se non si tiene conto della precedente crisi di Tangentopoli –anch’essa unica in Europa- e poi dall’ossessione giustizialista e antiberlusconiana della sinistra. Crisi e ossessione che, alimentate dal disagio economico-sociale, hanno oggi fatto dell’”onestà” e della lotta alla corruzione il valore politico supremo per un’ampia sezione dell’elettorato, un puro veicolo del disagio e delle insoddisfazioni della “gente”.

Difficile dire se e quando inizierà il loro declino. Io sono convinto che un declino ci sarà, ma che una fine come quella di “Italia dei valori” non è ancora in vista e la sbornia populista, questa volta, sarà più lunga da smaltire.

 

Alcune domande sulla mancata egemonia del Pd

Ma torniamo a Renzi: perché non è riuscito a spostare i confini, a conquistare segmenti importanti dell’elettorato di centrodestra e a contenere l’esodo verso i 5Stelle? Perché non è riuscito a sovra-compensare le inevitabili perdite degli elettori di sinistra più tradizionalisti? Perché nelle intenzioni di voto siamo tornati ai livelli di Bersani 2013 o ancora più bassi? (Veltroni nel 2008, con un messaggio politico simile a quello di Renzi, aveva ottenuto risultati migliori: ma allora non c’era ancora stata l’ondata dei 5Stelle, che ha rubato voti sia al CD che al CS). Dobbiamo rassegnarci a consensi elettorali intorno al 25% o meno? Perché il PD non riesce a rendere culturalmente egemone un messaggio che, al tempo stesso, sia basato su un’analisi convincente della situazione in cui si trova il nostro paese e dunque giustifichi riforme incisive? Ma sia anche –qui c’è un eco veltroniana- ricco di speranza per il futuro e sia soprattutto compreso e accettato dagli italiani? Queste sono le domande di fondo che dovremmo porci.

 

Il nostro paese fatica a crescere

Quanto all’analisi “convincente”, per i suoi aspetti economici essa è facilmente disponibile (ad esempio in Emanuele Felice, Ascesa e declino, e in molti altri incluso chi scrive). Il nostro paese fa fatica a crescere e a soddisfare le aspirazioni dei suoi cittadini per l’influenza di due cause, una internazionale ed una interna, e per la fatica dell’Unione Europea a trasformarsi in una unità politica capace di influenzare le grandi decisioni internazionali e a giustificare alla luce dell’output di governo il suo, per ora inevitabile, gap democratico.

Inutile sottolineare che sulla causa internazionale –sull’architettura del sistema economico mondiale- un paese non egemone può influire ben poco; può però influire sugli indirizzi dell’Unione Europea, se è credibile e riesce a costruire alleanze efficaci.  

 

L’impatto della globalizzazione nei paesi avanzati

La causa internazionale è presto detta: il passaggio, evidente soprattutto a partire dagli anni 90 del secolo scorso, ad un regime di politica economica internazionale radicalmente diverso da quello –per noi benefico- disegnato a Bretton Woods e prevalente per tutti i “trenta gloriosi”: si è trattato di una vera grande svolta del capitalismo, quella cui ci si riferisce con i termini “neoliberismo” e “globalizzazione”. In sostanza: in un contesto di libera circolazione dei capitali e di cambi flessibili (o regolati da accordi regionali) crescono maggiormente i paesi più competitivi, o per effetto dei minori salari, o di una superiore capacità tecnologico-organizzativa o per il concorso di entrambe le cause.

I paesi industrialmente avanzati, quelli che erano stati maggiormente avvantaggiati dai “trenta gloriosi”, devono adattarsi a tassi di crescita minori di quelli che avevano conosciuto nel passato, ma, nei più competitivi tra di essi, ancora sufficienti a sostenere adeguate istituzioni di Welfare. Anche in questi ultimi si registrano però forti perdite relative di reddito e di opportunità di lavoro stabile nei ceti professionalmente e culturalmente più deboli e nelle aree territoriali meno favorite.

E si registrano soprattutto intollerabili squilibri nella distribuzione della ricchezza a favore dei ceti avvantaggiati dai caratteri tecnologici e finanziari di questa fase della globalizzazione: di qui la protesta e la crescita di movimenti populistici. Nei Paesi industrialmente avanzati, ma meno competitivi, il fenomeno dell’ingestibilità politica di questa situazione è di solito più accentuato.

 

Italia: l’eredità delle riforme mancate

Se ora spostiamo il nostro esercizio di realismo alla situazione interna, non possiamo che constatare una grande varietà di situazioni. Limitandoci all’Italia, e prescindendo da debolezze di più antica data, l’origine della crisi in corso può essere fatta risalire alle mancate riforme nella seconda metà del periodo per noi più favorevole, nell’ultima parte e poco oltre i “trenta gloriosi” (grossomodo 1963-92), quando ancora gli effetti per noi più dannosi del neoliberismo e della globalizzazione non si facevano sentire appieno.

Mancate riforme sia sul piano della gestione della politica macroeconomica (e dunque inflazione, subito seguita dall’accumulazione di un insostenibile debito pubblico). E mancate riforme sul piano microeconomico e strutturale (perdita delle grandi imprese e nanismo aziendale diffuso, amministrazione pubblica inefficiente, scuola e università in crisi, assetto costituzionale e regionale inadeguato, Mezzogiorno sussidiato….).

Insomma, siamo arrivati all’appuntamento col nuovo e più severo regime di politica economica internazionale in condizione di grande debolezza, mascherata sino a fine secolo da una crescita stimolata da disavanzi pubblici e poi dalla grande svalutazione del periodo 1993-95: le riforme degli ultimi anni del secolo (Amato, Dini, Ciampi, Prodi, Draghi) non sono bastate a colmare il ritardo e a invertire la rotta del declino. Coll’ingresso nella moneta unica, ma non a causa di questa, il nostro distacco dai paesi europei con cui solitamente ci confrontiamo non ha fatto che aumentare.

 

Cedere sovranità all’Europa

E l’Unione Europea? E la moneta unica? Non potevano essere grandi occasioni per influire sulle decisioni degli Stati Uniti –pur sempre la potenza egemone- e imporre una globalizzazione più regolata, a difesa di un modello sociale europeo? Potevano, ma sinora non lo sono state. Per poterlo essere il grado di fiducia e di coesione tra i vari stati europei, e di fraternité tra i loro popoli, dovevano essere ben maggiori di quanto sono ora e l’Unione si sarebbe dovuta dotare di istituzioni capaci di interloquire come tale, con una voce sola, con i grandi decisori internazionali.

Ben pochi paesi erano però disposti ad accordare le cessioni di sovranità necessarie. Lo stesso vale per i rapporti tra i singoli paesi dell’Unione. Qui gli ostacoli principali sono tre. (a)  La scarsa volontà di molti paesi –soprattutto nell’Est europeo- di rispettare gli obblighi politici che l’appartenenza all’Unione impone mentre traggono profitto dei vantaggi economici che essa consente; (b) la riluttanza e le difficoltà di molti altri, tra cui il nostro, ad affrontare riforme strutturali che consentirebbero un effettivo avvicinamento tra le condizioni economico-sociali dei diversi membri dell’Unione; (c) la “pericolosa ossessione tedesca”, come l’ha definita Jean Pisani-Ferry, nei confronti di una Transfer Union, ossessione solo in parte giustificabile alla luce di (b): non un Euro dei contribuenti tedeschi deve andare a finanziare le inefficienze e i ritardi di altri paesi.

Ed è per questo che le proposte di Macron nel grande discorso della Sorbona sono state una scossa salutare. Così come potrebbe esserlo il disegno costituzionale di Fabbrini, se venisse fatto proprio dal governo italiano. Dunque Europa senza se e senza ma: nulla salus extra Europam.

 

Il governo Renzi: un riformismo serio

Se ci limitiamo all’economia –soltanto una parte, ma una parte importante, della narrazione che il PD deve rendere egemone- queste sono le basi di un discorso di verità ed è innegabile che molte riforme che il governo Renzi ha attuato o impostato hanno dato un contributo importante nella direzione di un riformismo serio e realistico: non tutte, ma il bilancio è nel complesso positivo, come argomenta Macroeconomicus sul numero 2017/5 del Mulino (Renzinomics: un bilancio).

Ma quanto è diffusa la percezione delle difficoltà che un governo riformatore deve affrontare e, di conseguenza, quanto esteso è il giudizio che ad esse devono essere commisurati gli esiti delle sue azioni? In che misura il consenso elettorale discende da un confronto rigoroso tra difficoltà ampiamente riconosciute e rimedi adottati? Un confronto necessario, soprattutto quando i rimedi più idonei contrastano con tradizionali ricette ideologiche, interessi diffusi o semplice quieto vivere: nei confronti di chi parla di riforme –ne parlano tutti- gli atteggiamenti prevalenti oscillano tra il terrore (per chi crede che verranno fatte) e il fastidio (..tanto non verranno fatte).

Si tratta ovviamente di domande retoriche: non è attraverso questi processi mentali che si formano le convinzioni degli elettori e i media non contribuiscono certo a favorirli. Di qui la tendenza, per un totus politicus come Renzi, a rappresentare la situazione in cui siamo in modo assai più roseo di come effettivamente è, ad accusare di pessimismo chi lo critica, e talvolta ad adottare misure più utili ad ottenere consenso immediato che a risolvere problemi importanti.

 

Un conflitto tra analisi e consenso

In conclusione. Il conflitto tra analisi realistica – e conseguenti azioni riformistiche efficaci, anche se talora impopolari e comunque lente a scaturire effetti percepibili- e consenso elettorale è difficilmente evitabile. La seconda gamba di un messaggio elettorale convincente, serio “ma anche” (e ritorna Veltroni) ricco di speranza per il futuro, cammina con difficoltà: nell’immediato ci sono riforme difficili, contestate o non comprese nella loro logica, … poi chissà, provvederà lo stellone italico.

Supplire a questa difficoltà con una retorica ottimistica e con misure mirate a un consenso immediato è una tentazione cui è difficile resistere, se gli elettori non sono persuasi della gravità della situazione e convinti della serietà dell’azione di governo. Meritarsi e guadagnare una “vocazione maggioritaria” nelle circostanze attuali significa proprio convincere gli elettori che la situazione è grave e il governo è serio: siamo sicuri che Renzi ha fatto tutto il possibile per raggiungere questi obiettivi?

Data la difficoltà del compito e i tempi lunghi che esso richiede, egli ha giustamente tentato di garantirsi una maggiore incisività e continuità di governo attraverso le riforme costituzionali ed elettorali messe in campo: uno spostamento verso una maggiore governabilità, date le condizioni di frammentazione elettorale attuali. L’obiettivo non è stato raggiunto. E ora?          

Scritto da Redazione

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