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Cambiare l’Italicum produce solo incertezza

Mario Rodriguez martedì 26 luglio 2016
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Secondo alcuni autorevoli osservatori, in presenza di un contesto politico tripolare, il ballottaggio previsto dall’Italicum potrebbe dar vita a governi a bassa legittimazione perché il partito o lo schieramento vincente potrebbe avere raccolto al primo turno solo un terzo dei consensi e al ballottaggio potrebbe vincere anche solo con un 20, 25% degli elettori totali.
Per contrastare questa condizione si propone l’abolizione del ballottaggio e un’altra legge elettorale che attribuisca al dibattito parlamentare successivo alle elezioni il compito di trovare una maggioranza sufficiente a formare un governo anche senza il vincitore. Anzi, le due minoranze che si associano godrebbero di una maggiore la rappresentatività. Quindi se si da valore alla rappresentatività questa potrebbe sembrare la soluzione migliore.
Si discute quindi tra due modalità di scelta del governo: una che non esiste ancora e basata sull’auspicabile (ma non certa) “larga convergenza” in Parlamento tra eletti che rappresentano un numero cospicuo di elettori; l’altra prevista dalla legge attualmente vigente che attribuisce la scelta del governo direttamente ai cittadini attraverso il ballottaggio anche se con il rischio che a vincere sia un partito o schieramento che raccoglie il consenso di una quota minore di elettori. A me la seconda ipotesi non appare non soltanto preferibile ma soprattutto la più percorribile.
La domanda da porsi però è se quella larga convergenza in Parlamento che sarebbe necessaria per questa nuova legge elettorale sia possibile oggi allo stato delle cose.
A me pare assai difficile – come abbiamo verificato negli ultimi decenni – che intese impegnative (come quelle che attengono le istituzioni) possano essere raggiunte in Parlamento dopo campagne elettorali tra partiti che si sono combattuti facendo delle differenze tra loro l’aspetto qualificante della loro proposta. E oggi con tre schieramenti elettoralmente equivalenti la convergenza è ancora più difficile perché il primo che appaia (anche se non si dichiara) disponibile a un’intesa rischia di rimanere schiacciato dagli altri due.
L’auspicata convergenza tra visioni e culture politiche credo possa essere raggiunta più probabilmente prima e durante una campagna elettorale concepita come competizione tra partiti o schieramenti a vocazione maggioritaria. E questo anche se a competere ci fossero tre schieramenti e non due. Ne guadagnerebbe certo la trasparenza dell’intesa e il livello di informazione degli elettori chiamati a scegliere il governo e non i partito o il candidato.
A me pare che l’attuale tripolarismo italiano sia frutto di molti anni di stallo nel sistema politico, di un bipolarismo muscolare e ideologico inserito in un sistema politico rigido e fragile incapace di metabolizzare le spinte di cambiamento ed esposto quindi a fratture. Il terzo polo nasce perché le spinte generatesi nella società non hanno trovato un canale di sfogo nelle istituzioni rappresentative e hanno esondato dando vita a una nuova formazione politico elettorale.
Il tripolarismo è quindi la conseguenza della mancanza di volontà, dell’incapacità o dell’impossibilità di raggiungere proprio quelle “larghe convergenze” tra i due schieramenti che negli anni dello stallo sono state sollecitate da molte parti autorevoli e sempre inascoltate.
Se la necessità di una riforma della rappresentanza che solo una “larga convergenza” avrebbe permesso fosse stata condivisa dalle maggiori forze politiche in campo probabilmente non saremmo giunti al tripolarismo.
Per questo l’appello ad una maggiore lungimiranza che spinga le forze politiche ad affrancarsi dai meccanismi di corto respiro che regolano (tutti) i giochi di potere in quanto tali è essenziale ma non basta. Ci vuole un meccanismo che renda più conveniente impegnarsi sia per l’inclusione che per la distinzione, un meccanismo che determini comunque una scelta. Per questo non puntando a tutti costi sul ballottaggio e apprezzando il senso della disponibilità al miglioramento della legge e l’atteggiamento tenuto in queste ultime settimane dal presidente del Consiglio temo che mettere in discussione l’Italicum senza la certezza di raggiungere un chiara intesa parlamentare produca solo altra incertezza e scollamento dagli elettori.

Ha fondato MR & Associati Comunicazione una società di consulenza oggi specializzata nel campo della web reputation. Consulente di comunicazione pubblica e politica, è docente a contratto all’Università di Milano. È autore con Nicolò Addario di “Comunicare la politica”, Monduzzi Editoriale, 2016, e ConSenso – “La comunicazione politica tra strumenti e significati”, Guerini e Associati, 2013. Collaboratore del “Il Riformista” e “Europa”, membro del Comitato scientifico della rivista “Comunicazione Politica”, edita da Il Mulino. Ha curato l’edizione italiana de “La rivoluzione silenziosa” di R. Inglehart, “I Neoconservatori” di P. Steinfel e “L’uso pubblico dell’interesse privato” di C. Schultze.

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