LibertàEguale

Digita parola chiave

Contratti a termine, meglio agire sulle proroghe che sulle causali

Marco Leonardi lunedì 2 Luglio 2018
Condividi

Il dibattito sui contratti a termine si ripete ad ogni nuova pubblicazione di dati sui nuovi contratti da parte di Inps o sul numero degli occupati da parte di Istat. Ma un punto fondamentale non è stato abbastanza sottolineato: il problema non riguarda tanto l’incidenza dei contratti a termine nell’occupazione quanto piuttosto la lunghezza delle transizioni da un contratto a tempo determinato ad uno a tempo indeterminato. In altre parole il problema non è quante persone sono in un contratto a tempo determinato in un dato momento, ma quanto ciascuna persona rimane occupato in un contratto a termine.

 

La lunghezza delle ‘transizioni’

L’Italia si distingue dalla media Europea non tanto per l’incidenza dei contratti a termine (il 15% è comunque ormai sopra la media se si tiene conto anche della diffusione dei contratti a termine nel settore pubblico) quanto per la lunghezza delle transizioni cioè per il periodo in cui mediamente una persona rimane in contratti a termine che in Italia è maggiore che negli altri paesi europei (solo il 20% dei lavoratori a termine viene stabilizzato da un anno all’altro in Italia). Lo era prima del Jobs Act ed è tornato ad esserlo oggi (il tasso di transizione è diventato più favorevole ma solo nel 2015 quando ci sono state tante trasformazioni).

 

Tre modi per limitare i contratti a termine

Vi sono tre modi per porre dei limiti ai contratti a termine: contenere le proroghe e ridurre la durata massima dei contratti, aumentare i costi del tempo determinato rispetto al tempo indeterminato e rimettere le causali. Tralascerei la possibilità di reintrodurre la causale per i contratti a termine perché la sua abolizione ha determinato il risultato molto positivo del crollo del contenzioso giudiziario. Le causali sono state sostituite opportunamente da limiti quantitativi per i contratti a termine del 20% della forza lavoro. Se il problema è la lunghezza delle transizioni sembra opportuno ridurre la durata massima dei contratti o il numero di proroghe e allinearci agli altri paesi europei dove la durata massima di un contratto a termine è 24 mesi (e non 36) e il numero delle proroghe è 2 o 3 (e non 5 come da noi). L’alternativa di agire sui costi avrebbe lo svantaggio di colpire anche quei contratti molto brevi, che sono perlopiù veri contratti a termine (oggi spesso in sostituzione dei voucher), e non contratti a termine ripetuti che invece nascondono un contratto fisso. A questo riguardo lo studio di Bruno Anastasia di Veneto Lavoro mostra che un terzo delle unità di lavoro effettivo in Veneto nasconderebbe posti fissi (sono contratti a termine sempre rinnovati in una stessa azienda). Una riduzione della durata massima e/o delle proroghe eviterebbe i contratti a termine più lunghi o reiterati per un periodo lungo di tempo e poi magari ripetuti anche dopo i 3 anni.

Oggi con la somministrazione e il cambiamento delle mansioni a volte si aggirano i limiti dei 36 mesi. Sarebbe opportuna una stretta che dicesse: massimo 24 mesi nella stessa impresa come somma di termine e somministrazione.

 

Un complemento al Jobs Act

La limitazione dei contratti a termine è un naturale complemento del Jobs Act. L’intento del Jobs Act non era quello di prevedere contratti a tempo indeterminato per il primo impiego quanto quello di accelerare le stabilizzazioni. Questo obiettivo è stato raggiunto solo per un breve periodo di tempo ma ora che l’emergenza occupazione è finita è necessario rimetterci in linea con gli standard europei anche considerando che la liberalizzazione del contratto a termine ha prodotto la “fiammata iniziale” dell’aumento dell’occupazione. Ora occorre agire sulla qualità del lavoro e insistere sul contratto a tempo indeterminato.

Tags:

Lascia un commento

L'indirizzo mail non verrà reso pubblico. I campi richiesti sono segnati con *

Privacy Preference Center

Preferenze

Questi cookie permettono ai nostri siti web di memorizzare informazioni che modificano il comportamento o l'aspetto dei siti stessi, come la lingua preferita o l'area geografica in cui ti trovi. Memorizzando l'area geografica, ad esempio, un sito web potrebbe essere in grado di offrirti previsioni meteo locali o notizie sul traffico locale. I cookie possono anche aiutarti a modificare le dimensioni del testo, il tipo di carattere e altre parti personalizzabili delle pagine web.

La perdita delle informazioni memorizzate in un cookie delle preferenze potrebbe rendere meno funzionale l'esperienza sul sito web ma non dovrebbe comprometterne il funzionamento.

NID

ad

Statistiche

Google Analytics è lo strumento di analisi di Google che aiuta i proprietari di siti web e app a capire come i visitatori interagiscono con i contenuti di loro proprietà. Questo servizio potrebbe utilizzare un insieme di cookie per raccogliere informazioni e generare statistiche sull'utilizzo dei siti web senza fornire informazioni personali sui singoli visitatori a Google.

__ga
__ga

other