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Francia: una politica moderna e riformista è possibile

Elisa Filippi e Piero Messina mercoledì 16 Dicembre 2015
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regionales   Ad un mese esatto dall’orrore che ha insanguinato Parigi e che ha colpito tutti noi, una maggioranza non scontata di francesi ha, con dignità e nel modo unico e meraviglioso proprio delle vere democrazie, negato al Front National il governo, foss’anche, di una sola Regione. Con una reazione degna di una Nazione matura e responsabile i cittadini francesi hanno voluto evitare il rimedio peggiore del male. Resta tuttavia una realtà il fatto che quasi sette milioni di francesi aderiscono oramai al discorso del FN, mentre pochi di più restano fedeli all’idea che il PS possa ancora salvare la Francia. Non solo: la Francia è divisa anche geograficamente con il FN che prende il Nord (la terra della figlia di Delors, Martine Aubry) e avanza in tutto l’est ed il sud.

Il cosiddetto “patto repubblicano” ha funzionato? I tragici scenari di guerra civile evocati da un sempre più teso Manuel Valls hanno chiamato i repubblicani francesi, di destra come di sinistra, “alle armi”? Le file davanti ai commissariati per ottenere di poter votare per procura si erano formate fin dall’inizio della settimana prima degli appelli di un PS che si trova sguarnito in termini di rappresentanza in numerose Regioni per i prossimi sei anni.

I francesi hanno capito che il rimedio era peggio del male (come le bombe in questi frangenti) e facilitati da una posizione orgogliosa di Sarkozy (mantenere le liste del suo partito anche laddove c’erano delle triangolari) e da quella rinunciataria (regolarmente disattesa da un notabile socialista di regione) del PS si sono messi in fila per votare di nuovo e garantire un governo presentabile alle Regioni. Quasi sette milioni di Francesi hanno scelto comunque il Front National, un partito dalle radici infette, dal presente inquietante e dalla visione erratica e opportunista quando non chiaramente razzista e retrograda.

I Repubblicani di Sarkozy traggono un beneficio insperato, nonostante la loro pochezza programmatica e di leadership. Recuperano quasi i due terzi delle Regioni francesi compresa l’Ile de France strappata da una non brillante Valerie Pecresse ad un grigissimo Claude Bartolone, presidente di Regione uscente e contemporaneamente presidente dell’ Assemblee Nationale (carica che sembra aver messo a disposizione dopo la sconfitta). Un buon viatico per le Presidenziali del 2017, ma anche una trappola per un movimento in crisi di visione per una Francia stretta – per dirla con Marine Le Pen – tra i “patrioti” e i “globalizzati” e spesso poco avvezzo al rispetto delle regole. Il regolamento dei conti che si è aperto nei Repubblicani all’indomani di quello che poteva sembrare un risultato onorevole la dice già lunga sulla capacità di tener conto del messaggio inviato dal popolo transalpino.

In casa socialista, saltano all’occhio due dimensioni, in parte distinte tra loro. La prima quella della “premiership” ci dice che la parabola politica del PS di Hollande e Valls sembra al punto più basso. L’impennata di gradimento dei due leader a seguito della risposta muscolare agli attentati e al successo casalingo della COP21 rischia di tornare a vacillare: lo slancio repubblicano suscitato dalla barbarie terrorista non dura nel tempo, e soprattutto non basta da solo a rispondere alle tensioni sociali, all’anemia economica e alla debolezza dell’esecutivo che ha mostrato le proprie fragilità.

Tuttavia, il risultato finale di queste regionali fa emergere anche un’altra dimensione perché l’esito è paradossalmente migliore di quello atteso per il PS. Esiste ancora un speranza per poter dare alla società francese e in prospettiva a quella Europea un contributo moderno, fattivamente e efficacemente riformatore, progressista, in grado di scardinare i lucchetti che ingabbiano l’economia, di ridare valore e spazio all’iniziativa privata creatrice di ricchezza e occupazione preoccupandosi di rimettere in moto il meccanismo di promozione sociale. A cominciare dalle periferie di Parigi, Marsiglia, Rennes (e Bruxelles) che sono il vero fronte della guerra al terrorismo. Terrorismo che nessuno può, ne deve, immaginare di giustificare, ma che innegabilmente si nutre anche di coloro che non hanno saputo cogliere le opportunità offerte dalla nostra società. O ai quali dette opportunità sono state negate. Dopo aver investito pesantemente nelle infrastrutture e nella riabilitazione urbana delle periferie è tempo di sollevare il velo delle condizioni di esclusione immateriale. Non è sociologia, non è cercare scuse a ciò che deve essere inescusabile: è governare la società moderna guidati dai principi di eguaglianza delle possibilità, certezza dei diritti e anche dei doveri di ciascuno.

L’obiettivo per i socialisti e i democratici europei deve essere oggi quello di ricomporre in maniera pratica e teorica, la frattura tra i “globalizzati” da una parte e i “patrioti” e gli “esclusi” (spesso combacianti) dall’altra. La risposta sta in un’azione di riformismo progressista praticato nei fatti, aperto alle critiche, deciso nell’agire. Se la sinistra che scimmiotta la destra perde, non vorremmo mai più trovarci ad avere la destra come unica alternativa per la Repubblica.

 

 

 

 

pi Piero Messina

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