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Industria 4.0: la competitività e i rischi del dualismo economico

Luigi Gentili martedì 10 luglio 2018
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di Luigi Gentili

 

L’industria 4.0 segna un passo avanti nelle politiche di sviluppo economico. Investire nell’innovazione tecnologica, infatti, è fondamentale per mantenere elevati i livelli di competitività. Questo vale sopratutto per l’Italia dove il divario produttivo che la separa dai Paesi economicamente più forti, con il tempo, si è allargato. Basti considerare un indicatore economico fondamentale: la produttività del lavoro. In Italia, negli ultimi vent’anni (1995-2015), questa è cresciuta solo del 5% mentre negli USA è aumentata del 40%, in Francia, in Gran Bretagna e in Germania di oltre il 30%. Nel 2015 si assiste addirittura ad una inversione di tendenza, con un calo del 0,3% della produttività a fronte della crescita media nell’Eurozona dell’1% circa.

 

Aumentare la produttività

Data la drammaticità in cui versa il sistema industriale italiano, invertire il trend diviene una priorità. Da qui la politica governativa, volta ad incentivare l’industria 4.0. Gli incentivi fiscali adottati hanno contribuito a far lievitare gli ordini di macchine utensili. Nel primo trimestre del 2017, in Italia, l’aumento è stato del 22% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E’ indubbio quindi che una politica industriale 4.0 ha i suoi vantaggi: essa stimola l’economia. L’industria 4.0, se sostenuta, consente di migliorare la flessibilità, la qualità e la velocità dei processi produttivi. Consente altresì di migliorare il livello stesso della produttività del lavoro.

 

La tecnologia può creare occupazione

A dispetto di chi teorizza una vasta “disoccupazione tecnologica”, l’aumento della produttività del lavoro, dovuta all’industria 4.0, può creare nuova occupazione. Le imprese possono essere messe nella condizione di creare nuovi posti di lavoro. Non si tratta di utopia, ne tanto meno di retorica. L’industria 4.0 può facilitare il flusso di re-shoring , ovvero il ritorno in patria di imprese che in precedenza hanno delocalizzato le proprie attività all’estero. Con l’aumento della produttività del lavoro, infatti, viene meno la necessità di risparmiare sui costi del personale. Questi ultimi avranno un’incidenza inferiore sui costi totali. Delocalizzare non sarebbe più conveniente, con un evidente recupero del livello di competitività rispetto ai Paesi a basso costo del lavoro.

 

I rischi da evitare

L’industria 4.0 comporta però anche dei rischi. La politica industriale, se non gestita adeguatamente, può creare nel medio-lungo periodo un effetto “boomerang”. Ciò avviene quando si intraprendono misure di politica economica miopi, orientate ad avere dei benefici solo nel breve termine. Non si tratta tanto dei finanziamenti erogati a pioggia, ormai da tutti considerati inadeguati. Il problema sopraggiunge piuttosto quando i finanziamenti sono orientati verso particolari tipologie di imprese, ritenute già in possesso di una dotazione tecnologica o di capitale. Questo orientamento provoca un dualismo economico negativo. A lungo andare, verrebbe a crearsi una spaccatura tra un gruppo ristretto di imprese avanzate tecnologicamente e attive sui mercati internazionali e la maggioranza delle aziende meno dinamiche e più conservatrici.

La diseguaglianza tra queste due realtà produttive tende ad allargarsi. Chi non è in grado di adattarsi perde il treno, e non si trova più neanche a poter lottare per la sopravvivenza. Il rischio di creare un mondo a due velocità va allontanato. Occorre ri-formulare tutte quelle politiche discriminatorie che sul fronte economico appaiono inadeguate per affrontare i problemi reali delle imprese tradizionali. A livello locale, ad esempio, le politiche discriminatorie sono molto frequenti, con conseguenze negative per intere filiere produttive o settori economici. Basti pensare all’arretratezza diffusa nei modelli di business delle imprese. A Roma e nel Lazio ciò è particolarmente evidente. Eppure i tentativi di proporre soluzioni innovative, 4.0, avvengono. Come dire, gli “effetti perversi” di una pianificazione poco avveduta lanciano i loro segnali.

Sociologo e saggista, esperto di tematiche economiche, mass media e politiche industriali. Ha insegnato in diversi corsi di laurea e formazione post-universitaria, e ha svolto attività di support management per imprese e istituzioni. Tra i suoi ultimi libri pubblicati: “Il potere della leadership” (Armando Editore) e “Lo shock politico” (Rubbettino).

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