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Salvini e Trump, eredi di Hobbes. Serve una cultura politica

Giovanni Cominelli martedì 10 luglio 2018
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di Giovanni Cominelli

 

Se esiste un governo, ma non un’opposizione, restano in piedi i meccanismi giuridico-istituzionali della democrazia, ma la sua sostanza evapora. Nel corso dell’ultimo mese, qualche frammento di democrazia è già evaporato.

Il fatto è che il polo di destra del sistema politico esiste, quello di sinistra è quasi invisibile. Dedurne che la sinistra è scomparsa significa, tuttavia, tirare conclusioni più larghe delle premesse. Perché, almeno nelle società occidentali, la destra e la sinistra non sono poli generati dalla politica, sono dimensioni antropologiche socio-culturali, che hanno espresso rappresentanze politiche. Mentre la maggiore rappresentanza politica della destra si è assestata, almeno provvisoriamente, attorno ad un asse conservatore classico, costituito da sovranismo e securitarismo, la sinistra dispone di troppi “legni storti” – sinistra liberale, sinistra socialdemocratica, sinistra dei diritti, sinistra nazional-sovranista, sinistra assistenzialista, sinistra massimalista… – legando i quali è difficile “trarre qualcosa di dritto”.

La fragilità della politica

Qui ci si propone di avanzare qualche idea di metodo circa la costruzione della politica. Perché questa interessa la condizione di cittadinanza come tale. In effetti, dietro le rapide ascese e i repentini crolli, che hanno caratterizzato gli ultimi cinque anni, si avverte la fragilità profonda della politica, se per politica intendiamo la funzione e il luogo della mediazione pacifica degli interessi, passioni e valori, che costituiscono ogni individuo e le società umane. Le ragioni della sua decostruzione sono state variamente indagate dagli addetti ai lavori.

Ma, poiché la politica è la condizione essenziale della tenuta delle società umane, è lo stare insieme degli esseri umani in una civiltà, vale la pena di interrogarsi sempre di nuovo sulla costruzione della politica.

 

La crisi generalizzata delle ideologie

È accaduto che la crisi del sistema degli Stati comunisti abbia innescato, a catena, una crisi generale delle ideologie del ‘900, a favore del cosiddetto “pensiero debole”. Così ogni idea/progetto di società, di economia, di stato è stato sempre più bollato come ideologico e come totalitario, solo e proprio in quanto progetto.

Dietro stava la supposizione che non era più necessario progettare il futuro, perché il futuro veniva avanti tranquillamente da sé, senza traumi e intoppi. Non era, forse, la fine della Storia? Non era la Mano invisibile che rattoppava automaticamente gli strappi del mondo?

A questo punto la politica si è ridotta a comunicazione leggera, un impasto di personalizzazione e di idee banali – quelle del leader medesimo – che i mass media hanno spacciato per leadership. D’altronde, se la politica è ridotta a comunicazione, i mass-media ne diventano automaticamente i protagonisti. Sono divenuti giornali-partito leggero. E quando la Storia reale ha incominciato a bussare poco educatamente alle nostre fragili porte, le nostre orecchie non hanno retto al rimbombo.

 

Conversazione, non solo comunicazione

Ora che la ricreazione di un neo-liberalismo fatuo è finita, è necessario prendere atto che la politica torna ad essere ciò che è sempre stata: conversazione con il mondo e progetto. Di qui, coerentemente, i programmi. Conversazione, e non semplice comunicazione dall’alto e da fuori.

Per quanto possa sembrare paradossale, proprio nel tempo digitale, in cui ciascuno si pretende come fonte primaria e assoluta di verità e di comunicazione, proprio in questo tempo la conversazione è l’unico strumento in grado di riconnettere ad un livello più complesso i gangli del cervello sociale. Gli strumenti sono quelli antichi e quelli modernissimi.

In termini di organizzazione politica, sono tanto i circoli territoriali, quanto i gruppi di riflessione e di interesse one issue, quanto la Rete. Solo attraverso la conversazione quotidiana con individui e gruppi è possibile cogliere la lunga accumulazione di movimenti impercettibili profondi e invisibili, che d’improvviso emergono e producono un nuovo ciclo politico. La vicenda politica procede per cicli macrofisici, proprio perché la corrente sotterranea ha condensato infiniti movimenti microfisici individuali. Non c’è sondaggio che possa sostituire la conversazione pubblica. Il cui sviluppo è anche il miglior antidoto contro la formazione di grumi di odio e di insocievolezza, tipici delle società umane, caratterizzate, anche prima dell’avvento di Facebook, da “Ungesellige Geselligkeit”, da insocievole socievolezza.

 

L’urgenza di una cultura politica

Conversazione su che cosa? Su un’idea di società e di mondo. Come a dire: dietro la conversazione deve stare una cultura politica. E la cultura politica è un’interpretazione della storia nazionale, prima e dopo l’Unità d’Italia, è la memoria di tutto il ‘900. È una filosofia politica. Sono tradizioni di pensiero e di azione. Senza queste infrastrutture ideologiche consapevoli, la politica si riduce a tattica reattiva. Senza filosofia politica, la politica quotidiana è cieca. E le discussioni all’interno dei partiti, diventano squallidi posizionamenti per il potere.

Per limitarmi qui alla storia del PCI, non sarebbe mai passato, nei primi anni ’40 del ‘900, da qualche migliaio di quadri a partito di massa con milioni di iscritti e di elettori, se alla sua costruzione non avesse presieduto un pensiero forte della storia d’Italia e del futuro del mondo.

La fine di quella visione del mondo non significa affatto la fine di ogni necessario “vedere”. Il troppo lungo addio a quella visione è dovuto esattamente al fatto che i gruppi dirigenti non hanno elaborato una visione alternativa abbastanza forte, fondata nella storia e nella memoria. Il pregiudizio infondato che il comunismo e la socialdemocrazia siano le uniche idee forti possibili e che il liberalismo sia inevitabilmente una visione debole è divenuta una profezia negativa autoavverantesi.

Già sento l’obiezione: Salvini è forse un campione di filosofia politica, di memoria e di storia, di conversazione pubblica? Sì! La sua filosofia politica viene da lontano. Non dal nazismo e dal fascismo come qualche sciocco malpensante ritiene, ma certamente dall’intero pensiero conservatore classico europeo, a partire da Thomas Hobbes e da Hegel. Salvini lo sa? Forse. Ma è certo che questo pensiero si è sedimentato a tal punto nella cultura europea, da diventare un “senso comune”, che Salvini è riuscito a spacciare per “buon senso”.

Trump dispone di una filosofia politica? Certo che sì. Alle spalle ha la robusta elaborazione politologica di Henry Kissinger, a sua volta erede di una grande tradizione classica. Una conclusione pare chiara: che più il mondo entra in subbuglio, più abbiamo bisogno di pensieri “forti”. In mancanza di questi, gli animal spirits prenderanno il sopravvento sulla politica. Quando è accaduto, cento anni fa, il mondo è precipitato nella guerra.

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo.

Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.

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