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Andrea Sgrulletti mercoledì 20 maggio 2015
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milibandI partiti di sinistra devono tenere i sindacati fuori dalle stanze in cui si determinano le politiche che i primi sottopongono al giudizio degli elettori.

In Europa le leadership dei partiti di sinistra che si rendono subalterne ai sindacati risultano spesso vincenti nelle competizione interne, ma perdenti alle elezioni politiche generali.
E’ questo un trend di lungo periodo che ha a che fare con il modo di produzione capitalistico post-fordista che, nel Vecchio Continente, ha sensibilmente ridotto, laddove non smantellato, le grandi fabbriche attorno a cui era organizzata la vita sociale, facendo venir meno la classe operaia in quanto tale. La terziarizzazione dell’impiego, sottoposta a tensione dagli sviluppi tecnologici; la flessibilità necessaria del lavoro, laddove non di rado degenerata in vero precariato; i flussi migratori, che offrono forza lavoro a basso costo: tutti questi ed altri fattori hanno determinato una nuova polarizzazione tra coloro che restano inclusi nel godimento del benessere e coloro che ne sono esclusi (o avvertono la minaccia). Rispetto a questa nuova polarizzazione i sindacati patiscono un gap di rappresentanza senza precedenti, risultando diffusamente difensori di tutele e garanzie poste a vantaggio di una parte sempre più ridotta della popolazione.
Questo processo si è dispiegato precocemente in Gran Bretagna, dove, non casualmente, dagli anni ’80 ad oggi l’unica proposta politica del Labour Party risultata fortemente gradita al popolo di Sua Maestà è stata quella affermata da Tony Blair in permanente polemica con le Trade Unions. D’altronde, è proprio Oltremanica che le sottoculture giovanili hanno prodotto, già trent’anni fa, le prime cesure con la sottocultura della classe operaia, protagonista delle battaglie sociali della generazione precedente. Alla luce di queste considerazioni, purtroppo per chi scrive e probabilmente anche per chi legge, la sconfitta dei Laburisti era abbondantemente prevedibile.
I partiti di sinistra devono tenere i sindacati fuori dalle stanze in cui si determinano le politiche che i primi sottopongono al giudizio degli elettori. Ne va della loro possibilità di vincere le elezioni e di accedere così al governo, condizione essenziale, checché se ne dica, per cambiare le società in cui i partiti operano. I sindacati, dal canto loro, devono uscire dall’agone politico ed assumere più propriamente una funzione di rappresentanza di interessi legittimi, prioritariamente rispetto alle parti datoriali, diventando altresì interlocutori critici di ogni esecutivo, ma sempre nel merito delle questioni che condizionano direttamente il lavoro e le condizioni di vita dei lavoratori rappresentati, non già su quello delle politiche di sistema o di settore. Ne va della loro stessa sopravvivenza, perché la loro funzione di rappresentanza, così com’è oggi, è posta radicalmente in questione nel senso comune della gente.

Romano, lavoratore precario, già segretario del Circolo del Partito Democratico di Tor Bella Monaca – Torre Angela e del Municipio VI (ex VIII) di Roma.