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La sfida del riformismo istituzionale

Stefano Ceccanti mercoledì 20 maggio 2015
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parlamentoQuesta associazione ha accompagnato sin dall’inizio con vigore il riformismo istituzionale del centrosinistra di Governo, quale si è espresso in particolare nelle Tesi 1 e 4 dell’Ulivo del 1996, a sua volta frutto del movimento referendario degli anni ‘90.
Gli obiettivi di quel riformismo istituzionale sono stati due, strettamente intrecciati tra di loro, entrambi per certi versi di ritorno alle origini del disegno costituzionale.
Il primo è stato quello di ritornare all’ordine del giorno Perassi, prima approvato e poi eluso dall’Assemblea Costituente a causa della rottura di Governo della Primavera 1947. Ossia una forma di governo parlamentare con governo autorevole, legittimato direttamente dagli elettori per l’intera legislatura. Quello che la sinistra democratica francese aveva chiamato forma di governo neo-parlamentare, intendendo quel particolare assetto venutosi a creare nel Regno Unito, affiancando il dato giuridico del rapporto fiduciario tra maggioranza e Governo con quello politico di un’apertura al mandato elettorale da parte dei cittadini arbitri.
Il secondo è stato quello di realizzare il disegno di Stato decentrato con forte cooperazione tra livelli di Governo, in particolare tra i legislatori: non a caso il progetto di Costituzione deliberato dalla Commissione dei Settantacinque prevedeva come snodo fondamentale la composizione mista del Senato, con un terzo dei componenti eletto dai Consigli regionali.
Se queste sono le premesse culturali e se questi sono i criteri, al di là di alcuni limiti specifici dovuti all’esigenza di maggioranze parlamentari più larghe, come l’eccesso di preferenze e la soglia di sbarramento più bassa del dovuto, non stupisce che Libertàeguale veda con estremo favore sia l’entrata in vigore della legge 52 del 2015, il cosiddetto Italicum, sia la riforma costituzionale in itinere, essendo sin d’ora pronta ad attivarsi in un eventuale referendum finale di approvazione.
Queste saranno le priorità di lavoro dei prossimi mesi, perché, senza questi nuovi incentivi istituzionali (nuovi, ma che riprendono intuizioni antiche), sarebbe in pericolo sia l’approvazione sia l’implementazione delle riforme di cui il Paese ha bisogno in ambito economico e sociale. Solo con la chiusura della transizione istituzionale, inoltre, sarà possibile per il Partito democratico dare vita ad uno stabile e lungo ciclo riformista, ciclo che l’Italia non ha finora avuto, salvo forse nella prima legislatura repubblicana e che ha solo potuto intravvedere in alcuni atti del primo centrosinistra storico all’inizio degli anni ‘60 e nel primo Governo dell’Ulivo del 1996, oltre che nella fase attuale.

Vicepresidente di Libertà Eguale e Deputato del Partito Democratico, eletto nel collegio di Pisa e Livorno. Professore di diritto costituzionale comparato all’Università La Sapienza di Roma.
Già presidente nazionale della Fuci, si è occupato di forme di governo e libertà religiosa. Tra i suoi ultimi libri: “La transizione è (quasi) finita. Come risolvere nel 2016 i problemi aperti 70 anni prima” (2016).

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