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L’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà

Maria Romaniello mercoledì 20 maggio 2015
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Italia1Un divario territoriale profondo, caratterizzato non solo da un forte dualismo economico, ma anche e, soprattutto, sociale. È questo il quadro fornito dal rapporto Svimez che descrive un Sud lacerato da una profonda regressione dal punto di vista sociale, economico, culturale e civile. Un Sud che, stando al rapporto, è a rischio desertificazione umana e industriale.
Uno scenario allarmante, in cui le profetiche parole di Giuseppe Mazzini diventano di profonda attualità: “l’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà”: si rende quindi necessario ripartire proprio dal Mezzogiorno per dare un nuovo impulso alle politiche di crescita dell’intero Paese. Ma ripartire dal Mezzogiorno significa valorizzare anche le eccellenze già presenti nel territorio, come l’industria agro-alimentare e quella manifatturiera.
Così, attraverso la concentrazione su alcuni obiettivi prioritari, le politiche di rilancio del sistema economico e produttivo del Mezzogiorno devono essere coerenti con le potenzialità e caratteristiche dei singoli territori. La programmazione infrastrutturale deve fondarsi su una concentrazione settoriale delle risorse che privilegi il completamento degli snodi di collegamento essenziali e incentivino le potenzialità strategiche con i Paesi del Mediterraneo. La politica industriale deve fondarsi sulla promozione delle energie rinnovabili, delle tecnologie e delle infrastrutture immateriali, con incentivi alle imprese che privilegino soprattutto l’alta capacità di innovazione. A questi obiettivi si collega la necessità di assicurare la valorizzazione e il sostegno della ricerca funzionale allo sviluppo di nuove tecnologie e progetti industriali innovativi. Maggiore attenzione dovrà inoltre essere prestata alla qualità della formazione e alle ricadute in termini occupazionali, con misure che permettano di arginare il fenomeno migratorio dei cervelli e il depauperamento del capitale umano disponibile. Infine, un maggiore impegno deve essere riservato alla valorizzazione del patrimonio culturale, paesaggistico e turistico del Sud riservando una parte delle risorse alla promozione dei grandi poli di attrazione.
Questi sono gli impegni assunti dal Governo con le mozioni approvate il 14 aprile scorso dall’Aula della Camera. Le nove mozioni, sui cui il Governo ha espresso parere favorevole, non solo rappresentano una chiara condivisione di tutte le forze politiche di superare l’atavica questione del Mezzogiorno, ma sono anche il segnale che il rilancio del Sud rappresenta una priorità nell’agenda politica del governo ed una necessità per la ripresa della stessa economia italiana.
Nel Programma Nazionale di Riforma , allegato al Documento di Economia e Finanza 2015, c’è uno specifico capitolo sul Mezzogiorno che individua nei fondi strutturali europei e nel Fondo di coesione e sviluppo le quasi esclusive fonti di spesa di investimento. Tale aspetto è stato richiamato da entrambi i rami del parlamento che nelle risoluzioni approvate sul DEF, il 23 aprile scorso, impegnano il Governo a dedicare “specifica attenzione al rilancio delle aree sottoutilizzate, segnatamente nel Mezzogiorno, con un più efficiente e rapido utilizzo delle risorse dei fondi strutturali attraverso la predisposizione di interventi volti a rafforzare la capacità progettuale, la trasparenza nelle procedure, la governance e i processi di valutazione ex-ante ed ex-post dei progetti”. In tal senso viene richiamata la necessità di un utilizzo qualitativamente più efficace delle risorse per sostenere le politiche di sviluppo territoriale, ma è proprio la gestione di tali fondi che, oggi, appare molto problematica. Infatti, come già delineato da Amedeo Lepore , il riparto di competenze sui fondi europei e le quote di cofinanziamento nazionale è frammentato tra più organi decisionali: una frammentazione che rischia di minare proprio quello sforzo di realizzazione di un piano programmatico complessivo di sviluppo strategico per il Mezzogiorno.

Appassionata di diritto costituzionale comparato e Unione Europea, ha frequentato il Master in European Political and Administrative Studies presso il College of Europe e conseguito il dottorato di ricerca presso l’IMT Institute for Advanced Studies di Lucca, con una tesi focalizzata sull’attività dei parlamenti nazionali in Europa e, in particolare, sul ruolo delle Seconde Camere. Dopo varie attività svolte in giro per l’Europa, tra cui un periodo di ricerca presso il Dipartimento di Diritto Pubblico dell’Università di Maastricht (UM), attualmente collabora con la cattedra di Public Law presso l’università Luiss Guido Carli ed è consulente presso la società Nomos Centro Studi Parlamentari, dove svolge attività di monitoraggio legislativo nel settore energetico.