La Costituzione e gli (inconsapevoli) etologi

La Costituzione e gli (inconsapevoli) etologi

di Ranieri Bizzarri

 

Settant’anni fa, esattamente il 22 Dicembre del 1947, veniva approvata la Costituzione italiana. Il 1° Gennaio del 1948 entrava in vigore. Le belle storie politiche mi sono sempre piaciute, e questa ne è un esempio.

 

L’ambiguità del concetto di lavoro

L’art.1 della Costituzione ha sempre avuto un rilievo speciale. E’ nota la discussione su quella formulazione “Repubblica democratica fondata sul lavoro” che fu approvata, in seguito all’emendamento Fanfani, con pochi voti di scarto rispetto alla formulazione “fondata sui lavoratori” proposta dalle sinistre. L’ambiguità del concetto “lavoro” è sembrata a taluni una mezza concessione dello stato liberale e democratico alla dottrina marxista; altri ne fanno discendere un diritto di tutti i cittadini ad avere un lavoro. Non entro certo nel dibattito costituzionale, non sono un costituzionalista. Da scienziato, vorrei provare però formulare un’ipotesi diversa, quasi scherzosa, ma che –a mio parere- ha qualche elemento di verità.

E se i nostri Padri Costituenti, a partire da Fanfani, fossero stati degli inconsapevoli etologi?

 

Il principio della selezione naturale

Mi spiego meglio. Su questo pianeta c’è ormai vita da alcuni miliardi di anni, ed essa si è evoluta secondo i rigidi canoni della selezione naturale. Ovvero: ciascun organismo trasmette alla propria prole in parte o tutta la propria informazione genetica, ma saltuariamente avvengono alcuni errori. Se l’errore favorisce il nuovo individuo nella competizione per le risorse, esso permane nel codice genetico; altrimenti scompare assieme all’individuo. Com’è facile capire, la selezione naturale genica ha innato carattere individuale, e la sua indubbia azione va conciliata scientificamente con l’altrettanto indubbia presenza di fenomeni cooperativi tra gli organismi. Qualcuno ha identificato un livello di “gruppo” della selezione, ovvero ha spostato la competizione dall’individuo al gruppo. Oltre che avere emuli pessimi dal punto di vista sociale e politico (tipo il nazismo), questa interpretazione della selezione naturale non è corretta. Cerchiamo di capire perché seguendo un classico esperimento etologico che considera organismi con comportamenti ideali, geneticamente determinati, da “falchi” e “colombe”.

Se un falco trova una colomba, quest’ultima scappa subito, nessuno si fa male ma il falco si accaparra tutto il cibo. Due falchi, invece, combattono sempre al limite, finchè uno si ritira ferito gravemente. Infine, due colombe si minacciano a lungo, finchè una cede e se ne va. Supponiamo ora di avere un gruppo di sole colombe. Metà vincerà le contese, metà saranno sconfitte, ma nessuna si farà davvero male ed entrambe perderanno solo un po’ di tempo invece di riprodursi e cercare altro cibo. Sembra una buona soluzione, vero? Ma che succede se nella popolazione, per caso, nasce un singolo che si comporta da falco? Il falco, combattendo solo contro colombe vincerà sempre accaparrandosi tutto il cibo. Di conseguenza, il falco comincerà rapidamente a riprodursi, e in breve si troverà a competere sanguinosamente con altri falchi. E’ facile intuire che alla fine si stabilirà un equilibrio, in cui parte degli organismi si comportano come falchi e parte come colombe. In questa configurazione, ciascun individuo ottiene meno cibo e rischia di più fisicamente di un gruppo fatto di sole colombe! Ah, come sarebbe bello un mondo dove tutti si mettono d’accordo ad essere solo colombe… Sfortunatamente la cooperazione genica è cieca, e dunque indifesa di fronte alla prepotenza; una selezione naturale che fa sopravvivere il gruppo delle colombe non esiste.

 

Cooperazione e altruismo

Gli esempi lampanti di cooperazione in natura sono tutti più o meno riconducibili ad alcuni effetti specifici come la parentela (accudire i figli significa proteggere anche i propri geni) che si sovrappongono alla selezione individuale. Invero, esistono alcuni fenomeni sociali negli animali superiori, ma il vero animale sociale e cooperativo è l’uomo. Noi uomini creiamo società strutturate, noi diamo rilevanza alla cooperazione e all’altruismo. Noi ne abbiamo ricevuto un vantaggio tale che abbiamo colonizzato (e spesso devastato) a piacimento il pianeta. E’ lecito domandarsi il perché.

Non c’è una risposta univoca, ma possono essere identificati alcuni fattori fisiologici e culturali. Il primo, ed il più evidente, è la nostra capacità di trasmettere informazioni attraverso un linguaggio complesso. Una società cooperativa ha bisogno di “regole” da “insegnare” alle generazioni e agli altri membri del gruppo, per massimizzare il vantaggio cooperativo e punire chi devia. Saper disegnare su un muro di una caverna come si caccia un bufalo, insegnare la formula del metano nell’aula di chimica, leggere una sentenza in un tribunale, tutte assolvono allo stesso obiettivo: implementare il vantaggio della cooperazione. Col linguaggio abbiamo coscienza che essere tutti “colombe” è un vantaggio, insegniamo ad esserlo e penalizziamo chi diventa falco.

Ma il secondo fattore è proprio il lavoro, ossia la comprensione che perdere tempo e energia  fare qualcosa non immediatamente a proprio vantaggio (se faccio bulloni non posso mangiarli!), aumenta il benessere del proprio gruppo sociale. I primi ominidi, secondo l’antropologo Michael Tomasello, crearono prima un rapporto cooperativo basato sul lavoro in gruppi molto piccoli (io mi metto davanti al bufalo e tu lo infilzi), spesso parentali; poi si crearono le prime microsocietà e città; infine, abbiamo realizzato il contratto sociale e lo Stato moderno. Insomma, il concetto di lavoro (e non i singoli individui lavoratori) è alla base della cooperazione che regge le nostre società, più o meno complesse. Non si potrebbe dirlo meglio: tutti gli Stati democratici, inclusa l’Italia, sono fondati sul lavoro, e il marxismo non c’entra proprio nulla. Magari viene voglia di trasferire questo concetto anche alla Costituzione dei futuri Stati Uniti d’Europa, se mai li faremo.

Chissà se i Padri Costituenti, così impegnati ad affermare la propria visione del mondo dopo la tragedia della Guerra e l’eroismo della Resistenza, non sarebbero stati felici di sapere che in fondo erano, inconsapevolmente, anche degli straordinari etologi.

 

ranieribizzarri

Ranieri Bizzarri è ricercatore del CNR in ambito biofisico e biochimico, e docente alla Scuola Normale e all’Università di Pisa. Coltiva, quasi per tradizione familiare, la passione per la politica riformista. E’ membro della segreteria del PD di Pisa

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