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La prova del potere (e la rivoluzione italiana)

Antonio Preiti mercoledì 27 maggio 2015
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potereÈ oramai lunga la bibliografia sul “fenomeno Renzi”. Sono libri quasi tutti “gossippari”, intenti a “scoprire” l’arma segreta, anzi il segreto delle armi, che lo hanno portato al potere in un tempo così breve: pagine e pagine si accumulano nell’esercizio (vano) di scoprire la relazione decisiva, l’incontro cruciale, il network misterioso alla base del suo successo. Quelle che non si vedono, sono le cose più evidenti: la sua abilità soggettiva e la sua necessità oggettiva.

Da dove nasce la necessità? Aiuta molto a capirlo il libro di Giuliano da Empoli, (“La Prova del Potere”, Mondadori, 2015). Il Paese con le sue (inevase) possibilità di rinascita è lo scenario dentro cui l’esperienza di Renzi si muove. Il libro descrive un paese vecchissimo, non solo anagraficamente, ma culturalmente. Un paese che vive di rendita e pensa programmaticamente che la conquista delle posizioni di monopolio (personali e di categoria) sia l’unico obiettivo della classe dirigente. È formidabile nell’esemplificare come le rivoluzioni di questo inizio di secolo, da quella digitale e della globalizzazione, offrano al nostro Paese opportunità che nessuno avrebbe potuto immaginare. E come queste si sbriciolino nell’insipienza di quella che un tempo Gramsci avrebbe definito l’intellettuale collettivo del paese (la sua classe dirigente) e che da tempo ha rinunciato a quest’ambizione. Ecco allora che dove meno te l’aspetti, afferma da Empoli, proprio dalla generazione “bambocciona”, nasce la determinazione a creare il proprio destino e con questo, quello del Paese.

La fenomenologia renziana nasce dall’insopportabilità di una classe dirigente immarcescita. Tutto quel parafrasare sulle esigenze di questo o di quel settore, di questa o quella categoria, si traducevano (e si traducono ancora oggi, disperatamente) nella costituzione di rendite di posizione, argomento che conoscono bene i soggetti intermedi della rappresentanza, che ora patiscono quell’inflazione di organismi fatui, inconcludenti e senza necessità, che l’ha affondati. Oggi l’anti-retorica chiede a tutti di dimostrare la propria utilità.

Una classe dirigente che programmaticamente ha creato il deserto intorno a sé, con un istinto di sopravvivenza incattivito dalla percezione di aver sprecato il mandato ricevuto. Questa classe dirigente non s’aspettava eredi, anzi il “giusto erede”, come dice da Empoli, riprendendo Recalcati, cioè colui che prova a reinventare il passato per costruire il futuro. La classe dirigente aveva immaginato, con liturgia da faraone, che porta con sé nella tomba-monumento i suoi averi e le speranze degli altri, un tramonto meno traumatico. Per questa classe dirigente il passato, invece di essere il capitale per il futuro, è l’àncora di salvezza contro il cambiamento. Viene in mente una citazione di J. Lopreato, antesignano della sociobiologia, da Austin, Texas: “L’Italia è stata sempre dedicata al passato, la banca degli antichi ceti, e chi vuole rompere questa catena deve cozzare contro forze brutali, brutalmente.”

Anche la riscoperta della leadership, come soluzione all’enigma dell’immobilismo, perché l’atto comprende la riflessione, e perciò cancella la retorica “buonista”, secondo cui prima c’è la riflessione, la comparazione, la discussione e infine la decisione. No, la leadership è intelligenza agita, un’attenzione eccezionalmente ben sintonizzata, è la fine della scissione tra pensiero e azione. Non è l’intelligenza a posteriori, ma l’indispensabile intuizione dell’inespresso e del possibile, che si agita dentro le forze vive della società.

Giuliano da Empoli descrive in maniera elegante ed efficace l’attitudine reliquiale con cui la classe dirigente nazionale vede il nostro patrimonio culturale. Ricorda le risate di Sartre su un titolo che riportava (già allora!): “Salvare la cultura”, come manifesto imperativo di tutta l’intellighenzia del Paese. La cultura non si salva, si fa, rispondeva Sartre. E così l’Italia intera ha senso perché nel mondo ha ancora una funzione essenziale da svolgere, e il Paese può restare (tornare a essere) florido perché ne ha la possibilità. Questa promessa non si realizza nel vuoto pneumatico dell’assetto del potere così com’è, ma nasce dentro una temperie che dobbiamo pur vivere. Dentro una necessità. È così evidente. Altro che gossip.

Economista, è membro del Consiglio di amministrazione dell’Enit. È cresciuto al Censis, ha lavorato per Luiss management, Università di Bolzano, Agenzia del turismo di Firenze, Comune di Firenze, Banca Imi e altri ancora. Blogger per Huffington Post, collabora con il Corriere della Sera. Svolge professionalmente di studi e ricerche per Sociometrica. Twitter @apreiti

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