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Caro Calenda, ecco la vera autocritica da fare

Marco Campione sabato 5 ottobre 2019
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di Marco Campione

 

Questo intervento prende solo spunto dalla dichiarazione di Calenda che ha fatto molto parlare di sé per come è stata riportata da HuffPost. Nelle ore successive, peraltro, Calenda stesso ha chiarito che il suo pensiero è stato riportato in modo riduttivo e che si riferiva al caso specifico di Embraco, che sta delocalizzando senza alcun rispetto per il destino dei lavoratori.

 

Calenda populista? No, popolista

Le posizioni di Calenda, hanno sorpreso molti, ma sono chiaramente argomentate nel suo libro, il cui sottotitolo ben riassume il punto politico dell’eurodeputato di Siamo Europei: capire la paura e ritrovare il coraggio. È una posizione che non condivido del tutto, ma con la quale è fondamentale (per un liberale, ovunque collocato) confrontarsi.

Appare dunque una caricatura del pensiero di Alesina e Giavazzi quella che emerge dal virgolettato calendiano, ma è altrettanto caricaturale il tentativo di collocare Calenda tra gli alfieri del populismo. La sua la definirei piuttosto una posizione “popolista”, nel senso che ritiene che aver indugiato troppo su certe posizioni abbia rotto il “rapporto sentimentale” del riformismo con il proprio popolo, per non parlare di quello altrui. Se vogliamo, un concetto analogo a quello espresso da Minniti (lui però si riferiva anche, anzi soprattutto, a temi più sociali che economici) all’inizio della sua campagna congressuale, poi abortita. Ma anche un concetto molto simile a quello sostenuto da personalità come Gentiloni, nel momento in cui hanno deciso di chiudere con Renzi per sposare Zingaretti.

 

Il PD e i 5S: il lavoro uno dei temi chiave

Nel PD, prima delle due “scissioni” (Calenda e Renzi), si potevano individuare schematicamente diversi atteggiamenti verso i 5S, tutti assolutamente legittimi: chi considera archiviata la stagione riformista, foriera di quella rottura con il popolo, e vuole allearsi stabilmente con i 5S vuoi perché pensa abbiano ragione (la cosiddetta sinistra interna, forse Zingaretti), vuoi per non finire tagliato fuori dalla competizione per il governo (Franceschini, forse Zingaretti); chi vuole riconnettersi con l’elettorato che ha lasciato il PD per i 5S (non escludendo quindi una alleanza, eventualmente anche stabile) per “convertirlo” ad un riformismo che “ha imparato la lezione” (Gentiloni, Minniti, Martina, forse Zingaretti); chi rifiuta il populismo grillino, nonostante questo fondi il proprio consenso esattamente sulle stesse premesse, seppur declinate rozzamente (Calenda, Richetti, forse Zingaretti); chi considera i 5S sostanzialmente antitetici e non “convertibili” (Renzi, Giachetti, forse Zin… no, qui Zingaretti no).

Gli ultimi due gruppi sono usciti. Spetta a chi è restato nel PD su posizioni da sinistra liberale dimostrare che chi ha abbandonato lo ha fatto troppo presto. E si dovrà confrontare non solo con Italia Viva, ma anche con Calenda, che peraltro sul discrimine che ho sommariamente descritto sopra ha posizioni assai più affini a quelle della maggioranza congressuale.

Ed è esattamente in campi da gioco come quello del mercato del lavoro che si giocherà la partita. Lo hanno ben capito quelli che vogliono l’alleanza stabile con i 5S: ecco perché al di là delle intenzioni di Calenda, in un pezzo importante del PD e nel poco che sopravvive a sinistra del PD l’affermazione è stata presa alla lettera e salutata come un ritorno a casa del figliol prodigo.

 

L’operaio e le App

La dichiarazione è in due parti. La prima: “Una delle più grandi cazzate che abbiamo raccontato è che non si salvano i posti di lavoro, ma si salva il lavoro. Per cui pensiamo che un operaio di cinquant’anni che ha passato la vita a fare impianti può andare a lavorare nell’economia delle App. Queste cazzate le abbiamo sostenute, io le ho sostenute, per 30 anni”.

E fin qui in effetti non si può che dargli ragione: dice cavolate chiunque sostenga che un operaio cinquantenne che fino a ieri faceva impianti possa cambiare radicalmente lavoro… senza formazione adeguata, senza ri-motivazione, senza un progetto di formazione individualizzato, senza che nessuno abbia arricchito (anche mentre lavorava agli impianti) il suo portfolio di abilità , competenze e conoscenze… In sintesi, senza politiche attive del lavoro e senza formazione continua del lavoratore, quel discorso è monco, è una cavolata appunto.

 

Alesina, Giavazzi e l’operaio Embraco

La parte sulla quale dissento è invece la seconda. Calenda ha infatti dato la colpa delle cavolate suddette agli editoriali di Alesina e Giavazzi. Con tutto il rispetto, io credo che quegli editoriali sostenessero cose un po’ meno caricaturali e che se qualcuno li ha assimilati nella versione caricaturale la colpa non sia degli autori. Secondo HuffPost, Calenda avrebbe detto: “Quando Giavazzi e Alesina scrivevano sul Corriere che non bisognava salvaguardare il posto di lavoro ma il lavoro, io dicevo ‘oh che gran figata’. Poi quando ho avuto davanti l’operaio della Embraco ho capito che era una gran cacchiata”.

Se il riferimento di Calenda e di chi lo sta usando per ribadire certe tesi è a quella che chiamavamo flexicurity, la definizione va data tutta, soprattutto se la si vuole criticare: non va tutelato il posto di lavoro, ma il lavoro E il lavoratore. Altrimenti quale sarebbe l’alternativa? Mantenere i posti di lavoro, sussidiando a debito e nazionalizzando le aziende che non riescono a stare sul mercato? Tipo Alitalia, tanto per fare un esempio sul quale anche Calenda è intervenuto spesso. Ma l’errore più grosso è considerare tutto questo figlio di un impianto liberista, quando si tratta delle politiche messe in campo dalle più avanzate socialdemocrazie europee.

 

La vera autocritica da fare

L’autorcritica da fare è piuttosto quella cui accennavo sopra. Dove sono le politiche attive del lavoro? Dov’è la formazione continua? Il primo intervento organico in quella direzione da parte di un governo di centrosinistra è stato il Jobs Act, A.D. 2014; un intervento tardivo e che è stato prima lasciato a metà del guado dalle indecisioni della maggioranza preoccupata dal consenso che stava venendo meno, poi in parte smontato dall’ideologismo che sottostava al cosiddetto Decreto Dignità del precedente governo Conte. Queste sono state le “cazzate”, che hanno lasciato soli i lavoratori.

I cambiamenti sempre più veloci che si susseguono in tutti i campi ci impongono di finalizzare in modo più puntuale gli investimenti per la formazione lungo tutto l’arco della vita e per le politiche attive, impedendone un uso improprio dovuto ad una impropria identificazione di questi strumenti con gli ammortizzatori sociali. Il lifelong learning acquista valore anche rispetto a temi sociali (quali la riduzione delle disuguaglianze) e di crescita civile (quali la responsabile consapevolezza di nuovi diritti e l’impegno nella costruzione degli strumenti per farli riconoscere), ma, soprattutto, è la via maestra per rafforzare la qualificazione dei cittadini che da una riorganizzazione del sistema educativo nel suo complesso possono aspettarsi di essere finalmente messi in condizione di avere opportunità e strumenti permanenti.

Non è più sostenibile un sistema basato su una separazione netta tra una fase della vita nella quale si accumula il sapere necessario per le fasi successive e altre fasi nelle quali, al massimo, lo si aggiorna. 

Se vogliamo personalizzare e divertirci con l’inutile esercizio del senno del poi, la cavolata è stata non scegliere Ichino o Nannicini come Ministro del Lavoro, non cogliere fino in fondo i segnali importanti che venivano dal mondo sindacale (il contratto dei metalmeccanici sul portfolio del lavoratore, per fare un esempio), non supportare adeguatamente le scelte che maturavano in altri ministeri (l’alternanza scuola-lavoro, mai adeguatamente difesa dai “big” del partito), non aver dato ascolto a chi chiedeva un vero rilancio della formazione post secondaria non universitaria…

L’elenco sarebbe tanto lungo quanto poco mainstream, perché vale per il lavoro quello che ripeto spesso per l’istruzione: errori ne abbiamo fatti, ma pressoché nessuno di quelli che sono passati alla storia come tali lo era davvero.

 

Riconnettere il riformismo con il popolo

Questa la sfida dei riformisti, dei liberali, ovunque collocati.

Non prestare il fianco a una polemica postuma su Alesina e Giavazzi (magari usando in modo strumentale le parole di Calenda), ma ragionare laicamente di cosa manca al lavoro cominciato nella scorsa legislatura. Una prima sintesi, la trovate ad esempio qui.

Basta a riconnetterci con il popolo? Non lo so, ma certamente consente di parlare di cose concrete. Che di solito al popolo non dispiacciono, se trovi le giuste modalità e la giusta leadership per veicolarle. Ma questo è un altro discorso.

Esperto di politiche per l’Education, ha lavorato nell’azienda che ha fondato fino a quando non ha ricoperto incarichi di rilievo istituzionale. Approdato al MIUR con il Sottosegretario Reggi, è stato Capo della Segreteria dei Sottosegretari Reggi e Faraone e ha lavorato nella Segreteria del Ministro Valeria Fedeli. Ha collaborato alla stesura de La Buona Scuola, il “patto educativo” che il Governo Renzi ha proposto al Paese. Ha scritto di politica scolastica su Europa, l’Unità e su riviste on line del settore. Il suo blog è Champ’s Version

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1 Commenti

  1. Enzo Pisanu sabato 5 ottobre 2019

    Serve una scuola ed una formazione adeguata alle nuove tecnologie e innovazioni tecnologiche. Serve un piano Marshall EUROPEO,per un ripristino idrogeologico territoriale ed ambientale,che permetta di reinserire quei milioni di operai espulsi dalle crisi delle fabbriche che chiudono o ristrutturano con le nuove tecnologie che si ritrovano over cinquant’enni, che non possono essere riqualificati.

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