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Ma i progressisti devono promuovere la crescita

Mauro Piras lunedì 9 settembre 2019
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di Mauro Piras

 

Ci sono diverse buone ragioni per sostenere il governo che sta nascendo:

– il rispetto della Costituzione e della democrazia parlamentare;

– il rischio che una destra tendenzialmente illiberale stravincesse alle elezioni e portasse l’Italia fuori dalle alleanze europee e atlantiche;

– il difficile contesto economico internazionale;

– l’urgenza di approvare la legge di bilancio.

Tutte queste ragioni hanno spinto il PD a intraprendere la trattativa con il M5S e a far nascere il nuovo governo. Ad assumersi, insomma, una grande responsabilità in nome della stabilità, della crescita e delle istituzioni democratiche.

Ormai il governo è avviato, e sarebbe inutile aprire ancora polemiche. Bisogna guardare avanti. Ma sarebbe anche dannoso dimenticare i dubbi profondi sulla sua nascita che attraversano elettori e militanti. Se vengono rimossi, possono provocare un grave scollamento con la base, rafforzare l’idea della “operazione di palazzo”.

 

Le buone ragioni per opporsi a questo governo

Vanno ricordate quindi anche le buone ragioni per opporsi, dal punto di vista di un militante del PD, a questo nuovo governo.

  1. Il PD va al governo senza avere vinto le elezioni, dopo avere governato ininterrottamente per quasi sette anni. Questo ha due conseguenze negative.

Una per il PD, che dà l’impressione di rinunciare a vincere perché dà per scontata la vittoria della destra. Di doversi arrangiare con le manovre parlamentari per prendere il potere. Questo delegittima il gruppo dirigente del PD, e gli fa perdere voti, perché poi paga le azioni politiche imposte dalla “responsabilità”.

La seconda riguarda la democrazia italiana: il fatto che molte crisi politiche si siano risolte con accordi parlamentari percepiti come rovesciamenti dei risultati elettorali prolunga una grave crisi di legittimità delle istituzioni democratiche, che ha rafforzato le tendenze “populiste” e ha scavato un fossato tra i cittadini e la classe politica.

  1. La seconda buona ragione per disapprovare questo governo è il taglio dei parlamentari che, da solo, non è una riforma costituzionale, ed è giustificato dal M5S in modo del tutto demagogico: ridurre la “casta” e i costi della politica.

Inoltre, che cosa diremo ai 5S quando ci chiederanno di approvare la loro riforma del referendum propositivo, che riduce i poteri del Parlamento e intacca il carattere rappresentativo della nostra democrazia? Accetteremo anche questo? O litigheremo, andando a finire come il governo Lega-M5S?

Infine: per approvare il taglio dei parlamentari si metterà mano anche alla legge elettorale. Ma da quello che si è capito, in senso proporzionale. Il PD sta prendendo questa strada a cuor leggero. Eppure è un tradimento della propria identità, nata intorno al maggioritario.

  1. Nella trattativa per la formazione del nuovo governo il PD è sempre stato ragionevole, i 5S no. Il PD ha dovuto fare un passo indietro su tutto: Conte, il ruolo di Di Maio, il posto da vicepremier. Niente garantisce che i grillini si mostrino ragionevoli, poi, al governo; e il PD rischia di perdere voti, mentre il M5S si rafforzerà, come sta già accadendo in questo giorni.

Ma ormai il governo è partito, è inutile recriminare. Sbaglia chi, sulla base di queste critiche, lascia il partito.

 

Tre linee direttrici da seguire

Che cosa si deve fare quindi? La cosa più importante è seguire delle linee direttrici fondamentali che rafforzino l’identità del PD. Queste linee sono tre.

 

1- Civilizzare il linguaggio politico

Da molto tempo l’Italia subisce un linguaggio politico violento, irrispettoso dell’avversario, insultante nei confronti delle persone. Queste deriva è iniziata già in epoca berlusconiana, ma si è incattivita da quando i protagonisti sono diventati i grillini e la nuova destra salviniana. I 5S hanno una grande responsabilità, perché si sono sentiti legittimati, nelle loro aggressioni verbali, dalla loro visione manichea e intollerante della politica. Questa stagione va chiusa con una mossa forte: imporre un linguaggio politico equilibrato, rispettoso dell’avversario anche quando le divergenze sono forti. Non bisogna più cadere nell’errore, come è successo, di inseguire chi usa questo linguaggio perché “altrimenti si perde”: è un grave segno di debolezza. Chi è forte nelle proprie convinzioni non ha bisogno di abbassarsi a questo livello. Deve imporre il proprio linguaggio, quello della correttezza, del rispetto e della tolleranza.

 

2- Difesa della democrazia rappresentativa

Nei confronti della democrazia diretta, la sinistra ha un problema: si sente in colpa. Perché la vede come un ideale, per quanto irrealizzabile. Quindi non riesce ad assumere con forza la difesa della democrazia rappresentativa contro la democrazia diretta. Invece è quello che va fatto. La democrazia diretta si è sempre realizzata come il dominio di una minoranza organizzata su una maggioranza silente. La democrazia rappresentativa, invece dà diritto di voce a tutti. Certo, ha molto limiti e c’è molto da fare. Ma la via d’uscita più democratica non è la democrazia diretta.

Ecco perché, come detto, ci vorrebbe molta più cautela sul taglio dei parlamentari e sulle riforme costituzionali. E una riflessione seria sui sistemi elettorali, evitando una deriva di comodo verso il proporzionale, dal momento che la democrazia rappresentativa vive della realizzazione delle sue promesse, e maggioranze frammentate e governi deboli non le realizzano, come mostra tutta la storia repubblicana.

 

3- Promuovere la crescita

Questa voce, in sé banale, va sottolineata, perché un partito progressista deve essere capace di inserire le misure per l’equità sociale, che lo caratterizzano a sinistra, all’interno di una visione dello sviluppo economico. Non può esserci una giusta redistribuzione delle risorse senza crescita della ricchezza. Quando la crescita si ferma, la distribuzione avviene a risorse sempre più scarse, e quindi diventa più ingiusta, perché i rapporti di forza hanno l’ultima parola.

Il governo precedente ha promosso misure che andavano nel senso della redistribuzione senza tenere conto degli effetti sulla crescita. Un esempio eclatante è il reddito di cittadinanza, che ha confuso la lotta contro la povertà e quella contro la disoccupazione, provocando tutti gli squilibri a cui abbiamo assistito, e togliendo risorse agli investimenti. Un altro è il cosiddetto “decreto dignità”, che ha rallentato i contratti a tempo determinato, favorendo forme contrattuali precarie meno tutelanti per i lavoratori. Tali misure sono state pensate solo da lato dell’equità, e non anche dell’efficienza economica. Invece un partito progressista deve sapere tenere in equilibrio entrambi i lati, perché sa che se le misure di equità vanno contro gli equilibri economici producono il loro contrario, cioè l’ingiustizia. Non c’è giustizia sociale senza crescita della ricchezza.

 

Conclusione

Il PD e il M5S in questo momento stanno attraversando una crisi di identità, e anche per questo si alleano. Al governo, saranno attaccati duramente, ogni giorno, da chi esibisce invece una identità muscolare. Il PD deve porsi urgentemente il problema di darsi un’identità comune, e per farlo deve individuare alcune linee direttrici minime che possano essere condivise da tutti. Secondo me sono le tre indicate. Se non lo fa, finirà come si è augurato Travaglio nell’articolo che ha scritto per spingere i militanti 5S a sostenere l’alleanza: un PD “sbiadito e diviso” sarà fagocitato dai 5S.

 

Insegna Filosofia e Storia al Liceo Castelnuovo di Firenze. Si occupa di filosofia politica e politica scolastica. Ha scritto saggi su Rawls, Habermas e i fondamenti della democrazia liberale. Ha pubblicato diversi interventi sulla scuola su il Mulino, Le parole e le cose, Internazionale, Rivista dell’Istruzione, Scuola7, La scuola e l’uomo. Coordina il Forum Scuola PD di Firenze. E’ tra i fondatori del gruppo “Condorcet. Ripensare la scuola”.

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