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Nannicini: ricominciamo dalla politica

Redazione lunedì 13 marzo 2017
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Pubblichiamo l’intervento di Tommaso Nannicini al Lingotto 2017

 

Matteo Renzi ci ha giustamente esortato a sentirci eredi e non reduci. A non chiuderci nel recinto della nostalgia, per disegnare mondi nuovi restando fedeli ai valori che hanno sempre ispirato le tante tradizioni del centrosinistra italiano. Ma, come ci insegna Massimo Recalcati, l’eredità va conquistata. I reduci hanno almeno dalla loro il vantaggio di aver combattuto qualche battaglia. Gli eredi non hanno meriti di per sé, se li devono conquistare sul campo. Perché un’eredità si può mettere a frutto, ma si può anche dissipare. E non possiamo non sentire il peso della responsabilità del mandato che chiediamo, dell’eredità che ci candidiamo a prendere in mano.

Durante la prima segreteria di Matteo Renzi, leader del Partito Democratico e Presidente del Consiglio, abbiamo avuto un’occasione di cambiamento importante, del partito e del Paese. Adesso, ne chiediamo un’altra, perché? Questa è la domanda a cui dobbiamo dare risposta a partire da questa nostra tre giorni e dal lavoro che faremo nella battaglia congressuale.

Se dovessi pensare al marchio di fabbrica del nuovo corso del Pd guidato da Renzi, indicherei quello di aver messo al centro il tema del “ritorno della politica”. Di una politica che ci mette la faccia. Di una politica che non si rassegna che le decisioni siano prese altrove. Di una politica che non si rassegna al declino di un Paese e si sforza di risolvere qualche problema.

Perché, di fronte a un problema, i populisti hanno la tentazione di cercare subito un colpevole, ma i riformisti, testardi, cercano una soluzione.

Tutto questo dopo anni di politica debole. Debole verso certe burocrazie autoreferenziali, debole verso l’Europa, debole verso gli editori di certi giornali. Dopo anni in cui i nodi strutturali di questo Paese si aggrovigliavano mentre noi ne parlavamo ai nostri convegni, dopo anni in cui si assopiva la fame di futuro, fosse per il calo degli investimenti o della natalità.

Investimenti, natalità, fame di futuro. Tutte cose che producono effetti lentamente, ma quando li producono c’è ormai poco da fare. Se non rimboccarsi le maniche, invertire la rotta e aspettare che questo cambio di rotta produca gli effetti positivi.

Ma che cosa ha prodotto questo ritorno della politica? Ha prodotto una stagione di riforme incisive, a trecentosessanta gradi, che il governo Gentiloni sta portando avanti. Senza quel ritorno della politica, senza quella visione, senza quel consenso nelle primarie prima e nelle elezioni europee dopo, sarebbe stato difficile portare a casa il Jobs Act, la riduzione della pressione fiscale su famiglie e imprese, le unioni civili, il reddito d’inclusione e molte altre misure.

Però non possiamo accontentarci di questo elenco della spesa, delle riforme di quella stagione di governo e di questa. Dobbiamo essere consapevoli di quali sono limiti contro i quali ha finito per sbattere questo ritorno della politica: una frammentazione del quadro politico, ma anche problemi strutturali che non abbiamo saputo risolvere. Il primo elemento ci dice che non dobbiamo rassegnarci alla democrazia consociativa, quella delle decisioni prese in stanze chiuse dopo il voto. I secondi ci dicono che dobbiamo cambiare qualcosa nel nostro approccio. Abbiamo sottovalutato che molte decisioni sfuggono ormai ai governi nazionali, alla politica nazionale. E che di conseguenza deve esserci un maggiore investimento politico rispetto all’Europa, le istituzioni territoriali, i governi regionali e la burocrazia. Dobbiamo investire adesso su un ritorno della politica, della bella politica, non solo rispetto alle scelte di governo, ma anche in Europa, nel rapporto con le Regioni e nel rapporto con cittadini e corpi sociali.

Che vuol dire tutto questo? Vuol dire iniziare da quello che abbiamo messo al centro delle linee programmatiche per il percorso congressuale: Europa e partito.

Serve più Europa e soprattutto serve più politica in Europa, una politica che sa orientare e ritrovare la missione del progetto europeo, superando il senso di estraneità dei cittadini che non si sentono coinvolti.

Serve un partito. Un partito che si faccia carico di radicare le riforme nel Paese. Un partito che elabori, dialoghi e dia battaglia sulle idee. Un partito che selezioni e formi una classe dirigente radicata nella società. C’è molta voglia di costruire tutti insieme questo progetto politico: non è un caso che il gruppo di lavoro che ha fatto registrare il maggior numero di iscrizioni in questa tre giorni sia stato quello sulla forma-partito.

Un po’ di esempi per uscire dall’astrattezza di questo ragionamento.

Sul lavoro, dobbiamo prendere atto che il Jobs Act ha introdotto elementi di novità importanti ma è ancora un cantiere aperto. Un cantiere aperto che ha bisogno per essere concluso di un investimento sul pezzo mancante. Certo, abbiamo cambiato paradigma: siamo passati da politiche che finanziavano la disoccupazione a politiche che cercano di finanziare l’occupazione. Dopo un milione di posti di lavoro persi durante la crisi ne abbiamo recuperati 700mila. Non è solo merito di quelle riforme e, in ogni caso, non basta, ma il mercato del lavoro, nonostante una ripresa fragile, si è rimesso in moto soprattutto grazie al Jobs Act.

Non solo: abbiamo esteso le tutele. Il Jobs Act ha introdotto un’assicurazione contro la disoccupazione tra le più inclusive ed estese d’Europa, più di quelle tedesche e francesi, e per la prima volta gli ammortizzatori sociali italiani non trattano meglio i lavoratori anziani a scapito dei giovani. Per la prima volta, tutti hanno gli stessi diritti.

C’è un “ma”, però. C’è un “ma” importante. Sulle politiche attive, sulla formazione permanente, sull’obiettivo strategico di estendere le protezioni del lavoratore sul mercato, di non lasciare nessuno solo di fronte alle intemperie di un mercato sempre più dinamico, siamo ancora troppo indietro, nonostante il lavoro prezioso del presidente dell’Anpal Del Conte. Abbiamo sottovalutato alcune resistenze burocratiche che frenano l’implementazione delle riforme, abbiamo sottovalutato la frammentazione dei sistemi regionali.

Da lì dobbiamo ripartire. Dobbiamo ripartire con una discussione franca, politica. Come partito, come comunità. Se questa è la direzione – proteggere i lavoratori nel mercato – e se il nuovo articolo 18 – come ci ha detto ieri Gigi Petteni – è la formazione permanente, dobbiamo capire, regione per regione, dove i servizi sono ancora troppo disegnati per chi forma piuttosto che per chi si forma, dove le risorse vengono dirottate su alti impieghi, dove si annidano inefficienze che rendono questa promessa di tutele nel mercato ancora troppo sbiadita e lontana.

I lavoratori non si proteggono cantando “Bandiera rossa” ma chiedendosi perché su 263 regioni europee la Toscana, per esempio, è al 217esimo posto per l’efficienza dell’alta formazione e al 183esimo per l’efficienza dei servizi al lavoro. Di questo dobbiamo parlare: di come proteggiamo e formiamo i lavoratori di fronte al progresso tecnologico e alle sfide di un mercato che cambia.

Lo stesso vale per la povertà. Lo stesso vale per la battaglia sull’inclusione sociale. Per la prima volta abbiamo introdotto un reddito minimo di ultima istanza che vuole essere un percorso di attivazione sociale. È stato un primo passo nella direzione giusta ma non basta: dobbiamo fare il secondo in maniera più incisiva e più forte. Per far capire che rischio e protezione non sono necessariamente in contrasto tra loro: abbiamo sì bisogno di innovazione, abbiamo bisogno di persone che si mettono in gioco e rischiano, abbiamo bisogno di acrobati che fanno salti spettacolari e disegnano nuove traiettorie, ma è chiaro che le acrobazie sono belle e spericolate le fai solo se c’è la rete di protezione. Solo se chi cade sa che deve solo alzarsi e riprovare.

Per questo dobbiamo estendere il reddito di inclusione, che finalmente è legge, a tutte le persone sotto la soglia di povertà. È quello che ci chiede l’alleanza contro la povertà, è la cosa giusta da fare. Ma allo stesso tempo dobbiamo essere consapevoli che un reddito non basta. Che la nostra visione di contrasto alla povertà si basa sull’attivazione sociale, ancora prima che lavorativa. Su una rete di servizi che siano in grado di prenderti e attivarti prima socialmente e poi trovandoti un lavoro.

L’onere della prova di questa sfida di riforma sta dalla nostra parte. Se pensiamo che non basti un reddito di stampo assistenzialistico – anche se ci vuole anche un trasferimento monetario – dobbiamo caricarci sulle nostre spalle la capacità di discutere su come rendere efficienti e veri questi servizi di attivazione sociale, coinvolgendo i Comuni e soprattutto il terzo settore.

Di questo e molto altro abbiamo discusso nei seminari e nei gruppi di lavoro.

Qualcuno ci ha preso un po’ in giro per questa forma di autopartecipazione, chiusa in queste stanzette. Ovviamente non ci illudiamo che solo da qui esca il programma di governo, ma questo è un inizio. Un inizio importante in cui abbiamo registrato tanta voglia di guardarsi nel viso, di discutere, di guardare avanti.

Tutti i gruppi hanno lavorato molto bene. Ma se è vero che dobbiamo continuare con più incisività nel solco di una protezione inclusiva, che sa dare una seconda chance a chi resta indietro ma che sa far andare avanti chi può correre, dovremmo leggere con particolare attenzione le proposte che arrivano dai gruppi Welfare, Fisco e Lavoro di cittadinanza. Per esempio per introdurre un sistema di assegno familiare universale, sulle linee del lavoro impostato da Stefano Lepri al Senato, superando due iniquità del nostro sistema: il fatto che gli incapienti e il lavoro autonomo siano fuori dall’area di questa protezione. Quel lavoro autonomo il cui Statuto abbiamo appena portato in porto.

Un’altra proposta da approfondire riguarda forme di deduzione che attivino il lavoro femminile, che non è solo un problema di equità di genere, ma anche un grande giacimento di crescita “estensiva” che possiamo attivare subito, insieme al Mezzogiorno, in attesa che le riforme strutturali favoriscano la ripresa della produttività e dell’innovazione.

E poi l’attenzione ai giovani: per ridurre il carico fiscale soprattutto per loro, per andare incontro al desiderio di emancipazione, sul lavoro e nella realizzazione dei propri piani di vita. Non si tratta di aumentare le tasse sui meno giovani, ma solo di ridurle di più per i giovani quando ci saranno spazi per una riforma strutturale dell’Irpef.

Infine, il tema del fisco. Un fisco più moderno, e una discussione sul fisco che va in Europa, inizia a cementare un’Europa politica.

Noi in Europa dobbiamo portare i temi dell’inclusione sociale e della lotta all’insicurezza, ma anche quello della fiscalità. Basta un’Europa che parla solo di regoline sul deficit: parliamo anche di competizione fiscale, di lotta ai paradisi fiscali, di armonizzazione della base imponibile sui redditi d’impresa per far sì che la difesa del modello sociale europeo si basi su un fisco armonizzato e comune.

Non dobbiamo tassare i robot e il progresso tecnologico come ci invita a fare Bill Gates, perché vorrebbe dire fermare l’innovazione, ma casomai tassare Bill Gates. Capire tutti insieme, in Europa e a livello internazionale, come tassare chi dal progresso tecnologico trae, legittimamente, profitti in un’economia sempre più immateriale.

Queste sono solo alcune delle cose di cui abbiamo discusso in questi bei tre giorni.

È solo l’inizio: se moltiplicheremo questo metodo, raccoglieremo gli spunti di merito che sono arrivati, apriremo una discussione forte tra di noi (con gli iscritti e con gli elettori), se faremo tutto questo all’interno di un progetto politico che sappia coniugare merito e bisogno, libertà e sicurezza, per un nuovo progetto per l’Italia e per l’Europa, se faremo tutto questo partendo da qui, riusciremo davvero a conquistare la nostra eredità.

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