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Nella città-laboratorio un nuovo modo di abitare

Alfonso Pascale lunedì 7 Settembre 2015
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territorioNegli Usa si è avviato un nuovo ciclo di sviluppo industriale fondato su internet e sulla robotica e, naturalmente, su una trasformazione totale del lavoro e su forme nuove dell’abitare. Il governo cinese ha varato un programma di costruzione di nuove città dove si trasferiranno entro il 2020 cento milioni di contadini che lasceranno le campagne. I nuovi centri urbani che stanno per nascere non saranno le metropoli fordiste che si sono sviluppate in Occidente tra l’800 e il 900 ma città-territorio che assorbono gli antichi conflitti tra città e campagna in nuovi equilibri, in nuove modalità dell’abitare, mettendo insieme tecnologie digitali, robotica, biotecnologie.

La bioeconomia si fonda sull’utilizzo multifunzionale di risorse biologiche per la produzione di alimenti, mangimi, energia, ecc. L’agricoltura di precisione è utilizzabile a tutte le altitudini e in tutti i settori. La visione IoT (internet degli oggetti) è applicabile nell’agroalimentare, nel turismo, nell’artigianato, nei servizi socio-sanitari, nell’industria culturale. Queste tecnologie connettono aree urbane e rurali, creando un continuum di opportunità. Insomma, dove la crisi viene affrontata seriamente, s’investe in sviluppo e innovazione.

Noi invece interpretiamo il made in Italy come un’arma fintamente protezionistica. Coltiviamo miti autarchici pensando di far leva esclusivamente sui beni storico-culturali e ambientali e sulle tipicità. Come se l’industria fosse finita con la conclusione del ciclo fordista e la città fosse esaurita con la fine della metropoli. La rivoluzione tecnologica in atto può aprire una nuova prospettiva allo sviluppo dei territori italiani e alla loro presenza nei mercati internazionali. L’agroalimentare può partecipare attivamente al salto tecnologico che si sta realizzando. Si tratta di invertire l’ordine di priorità tra sviluppo e coesione sociale, anticipando la seconda come premessa del primo per civilizzarlo. Bisogna puntare sulla responsabilità delle classi dirigenti locali che devono poter scegliere poche cose da fare e farle bene. Combattendo le povertà, l’evasione scolastica, il disagio giovanile, l’esclusione sociale. Mettendo fine alla corruzione e alle mafie. Si tratta di ridisegnare completamente il rapporto tra legame con il territorio e presenza nei mercati internazionali che non sono strategie alternative. Occorrono politiche industriali per l’internazionalizzazione fondate sull’innovazione sociale, sul “fare squadra” in Italia e all’estero, sul superamento di inutili e costose incombenze burocratiche, sulla nostra capacità di favorire processi di interscambio culturale prima ancora che commerciale, sulla costruzione di reti diffuse e collaborative tra pubblico e privato e sul rendiconto alle comunità territoriali dei risultati conseguiti.

Il problema del Sud è dentro la crisi dello Stato e dell’idea nazionale, in corso dalla metà del ‘900 in tutta Europa, che l’Ue non ha saputo finora superare e compensare in un nuovo quadro etico e politico di uguale forza ideale. E così viviamo il paradosso di una realtà europea in cui la forza di un persistente nazionalismo degli Stati e delle opinioni pubbliche europee si accompagna a una crisi sempre più diffusa, politica e ideale, dello Stato e dei valori nazionali, che in alcuni Paesi (Spagna, Gran Bretagna, Belgio, Italia) è particolarmente forte. Un paradosso che in Italia si tramuta in una erosione senza precedenti di ogni capacità di agire come sistema-Paese e in una fragilità estrema nel confronto europeo che ci impedisce di svolgere un qualsivoglia ruolo sovranazionale.

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