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Tre domande sulle riforme. Ed una risposta

Enrico Morando venerdì 4 settembre 2015
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  1. Perché abbiamo fatto e facciamo tanta fatica a far passare l’idea che favorire (anche fiscalmente) l’impegno di un privato per sostenere la scuola pubblica del suo quartiere o della sua città – magari quella in cui ha fatto le elementari, prima di diventare adulto ed avere successo economico – sia una buona scelta che può migliorare, in quantità e qualità, la dotazione di capitale umano del Paese? Perché si tratterebbe di “privatizzazione” della scuola pubblica, come gli oppositori della Buona Scuola hanno detto e scritto per mesi? A prima vista, sembrerebbe più fondata la valutazione opposta: poiché saranno organismi e dirigenti pubblici a decidere cosa fare di quel contributo e poiché non è in alcun modo concesso al sottoscrittore privato di intromettersi nella gestione della scuola pubblica, si tratterebbe, alla lettera, di pubblicizzazione di risorse private.
  2. Perché, allora, sono state così flebili le voci che, nel Pd – il partito protagonista del piano la Buona Scuola – si sono levate (circolo per circolo, assemblea per assemblea) per far emergere questo dato di fatto? Perché sono stati così numerosi, anche nel Pd, quanti hanno proposto di introdurre forti condizionalità alla fiscalizzazione degli oneri contributivi per i neo assunti con contratto a tempo indeterminato (… sì, ma solo per le imprese che non hanno ridotto il personale nei tre anni precedenti; sì, ma si preveda in legge che se dopo tre anni licenziano, debbono restituire tutto quello che hanno avuto, con l’aggiunta di una penalizzazione). Nella società della conoscenza, il valore di una impresa è in larga misura determinato dalla qualità del suo personale, cioè da quel misto di sapere e saper fare che caratterizza l’economia del medium tech che ci mantiene tra i protagonisti mondiali della manifattura. Formare questo capitale umano costa, anche all’impresa, oltre che al singolo lavoratore. Perché l’imprenditore dovrebbe scegliere di buttare a mare il suo investimento?
  3. Perché una parte così grande della sinistra – anche di quella di governo – mostra di ritenere che qualsiasi cambiamento dell’assetto politico-costituzionale nel senso della democrazia decidente esponga il Paese ad una deriva di tipo autoritario (il combinato disposta tra legge elettorale “Italicum” e superamento del bicameralismo perfetto come anticamera della autocrazia, dell’”uomo solo al comando”)? Eppure, la sfida mortale del populismo – non importa poi molto se sedicente di destra o di sinistra – dovrebbe far emergere come evidente il vero rischio che abbiamo di fronte: se i riformisti non sono in grado di realizzare un radicale progetto di cambiamento del Paese – e in Italia non lo saranno, se non cambia contemporaneamente l’assetto politico-costituzionale nel senso di favorire la decisione politica, con conseguente applicazione del principio di responsabilità –, la democrazia sarà davvero in pericolo, ma non a causa dell’affermarsi di una troppo “forte” leadership democratica, bensì per il prevalere del populismo.

Tre domande, su temi tra di loro molto diversi. Almeno una parte della risposta, tuttavia, è comune: non è sciolto, nel centrosinistra italiano, il nodo di una effettiva rottura di continuità della cultura politica prevalente.

Abbiamo finalmente fatto il Partito democratico. Con i soliti dieci anni di ritardo, ma l’abbiamo fatto. Col Lingotto, si sono poste le basi di un nuovo paradigma. Ma il lavoro di effettiva costruzione – circolo per circolo – non era neppure iniziato, quando si è democraticamente imposta una scelta di continuità (diamo un senso a questa storia). Poi, dopo il rovescio del 2013, è venuto il mutamento di linea politica (il Pd a vocazione maggioritaria) e di leadership. Ed è stato un congresso di partito – sì proprio un congresso in piena regola, con i suoi riti e la sua “pesantezza” – a creare le indispensabili premesse per la svolta politica in atto nel Paese. Ma quel lavoro di effettiva costruzione del nuovo partito, dotato di una nuova cultura politica, quello, è ancora in larghissima misura da fare.

Noi di Libertàeguale – oggi iscritti e non al Pd – ci siamo nel passato impegnati in un serio sforzo di elaborazione e di battaglia politico-culturale che è risultato molto utile a quanti – ben più influenti di noi nel determinare le scelte dei partiti di centrosinistra – si sono alla fine impegnati per far nascere il Pd.

È vero: a noi piacciono più “le politiche” che “la politica”. Anche nella nostra prossima Assemblea nazionale confermiamo questa vocazione, impegnandoci sul tema troppo trascurato del nuovo modello contrattuale, della partecipazione dei lavoratori, delle nuove regole della rappresentanza. Così come in passato abbiamo compreso che senza un grande partito riformista a vocazione maggioritaria il nostro minuzioso attendere alle singole proposte riformatrici rischiava la sterilità, e ci siamo impegnati a “pensare” il Pd, così ora abbiamo deciso di dedicare gran parte della nostra Assemblea alla ricerca delle condizioni – di cultura politica, di assetto organizzativo, di relazioni con la società – che possono rendere più vitale ed efficace il partito riformista che c’è. Le iscrizioni (a parlare e a lavorare) sono aperte.

Viceministro dell’Economia e presidente di Libertàeguale. Senatore dal 1994 al 2013, è stato leader della componente Liberal dei Ds, estensore del programma elettorale del Pd nel 2008 e coordinatore del Governo ombra. Ha scritto con Giorgio Tonini “L’Italia dei democratici”, edito da Marsilio (2013)

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