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Alle riforme serve un partito

Marco Martorelli giovedì 24 settembre 2015
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Le riforme servono al Paese, alle riforme serve un partito

Proviamo a ragionare a partire da un paradosso: le riforme sono necessarie al Paese, mentre i partiti no.

Tra venti-trent’anni quello su cui rifletteremo assieme ai nostri figli e nipoti non sarà la tenuta delle forme partitiche come le abbiamo conosciute nel novecento o in questi anni di transizione, bensì l’efficacia dell’azione dei governi nell’aver consentito all’Italia di preservare e sviluppare il benessere da Paese avanzato a cui sono approdati i nostri padri. Prendiamo, ad esempio, il rapporto che intercorre tra le riforme del governo guidato da Matteo Renzi ed il Partito democratico.

Non v’è dubbio che un giorno i nostri figli giudicheranno il governo di Matteo Renzi su istruzione, lavoro, razionalizzazione del processo legislativo, politica europea ed internazionale e non sulla minore o maggiore armonia all’interno degli organismi politici e dei gruppi parlamentari del Partito democratico, di cui il governo è espressione.

Un partito –ad esempio il Partito democratico – è uno strumento e non un fine, né tantomeno una comunità presunta-solidale di persone (cfr. “ditta”). Un partito – ad esempio il Partito democratico – è uno strumento che serve al Paese nella misura in cui è in grado di sviluppare cultura di governo ed elaborare e convogliare consenso su politiche orientate al miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini.

Un partito che antepone a questa mission di governo e riformatrice l’autoconservazione è destinato – nella più preferibile delle ipotesi – ad estinguersi, salvo sopravvivere come corpo estraneo e parassitario all’interno della società.

Sono, queste considerazioni, funzionali a teorizzare un totale asservimento della funzione del partito all’orizzonte contingente di governo o, quando all’opposizione, di governo-ombra? No, per niente.

All’opposto, i quasi due anni di esecutivo Renzi dimostrano in modo esemplare quanto ad un’azione di governo riformista e modernizzatrice sia necessario l’apporto e il sostegno di un partito almeno altrettanto riformista e modernizzatore. Come ha ben notato il nostro presidente Enrico Morando  nel presentare la XVI Assemblea annuale di Libertàeguale , in questi mesi il Partito democratico non si è dimostrato sempre all’altezza del compito di partito di sinistra di governo, principalmente a causa del fatto che “quel lavoro di effettiva costruzione del nuovo partito, dotato di una nuova cultura politica, quello, è ancora in larghissima misura da fare”.

Quale partito serve alle riforme

Se quindi le riforme servono al Paese ed alle riforme serve un partito, c’è da chiedersi quale partito serva alle riforme e da dove far partire quel lavoro di “effettiva costruzione” che possa portare – ad esempio – il Partito democratico ad essere un partito che serva alle riforme e quindi al Paese.

Provo a indicare alcune priorità, senza alcuna pretesa di esaustività.

A mio avviso è il caso di fondare il Partito democratico sui quasi tre milioni di elettori che nel dicembre 2013 si sono messi in fila per votare alle primarie per la leadership del partito e che rappresentano il vero “giacimento di senso e consenso” costitutivo del Pd: quasi tre milioni di elettori che hanno interpretato il nesso di funzione del segretario di partito come naturale candidato premier, proprio in nome di un partito che serva alle riforme.

Fondarsi su questo giacimento significa anzitutto – sembra banale ma così non è affatto – attendere ad un lavoro accurato e trasparente di inventario e messa a sistema dei dati di contatto reperiti, in modo da potere entrare in efficace relazione (mediante strumenti come le newsletter o i social network) con i milioni di persone interessate al partito al punto da voler concorrerne alla determinazione del segretario e candidato premier.

Il Pd deve fondarsi come partito di questi quasi tre milioni di elettori, ed articolarsi ai vari livelli territoriali ed istituzionali con una struttura adeguata (come ha notato intelligentemente Antonio Funiciello l’antitesi struttura pesante vs struttura leggera è completamente fuorviante)a metterli in costante e biunivoca relazione con gli eletti nelle liste del partito.

Altro pilastro di un partito che potremmo definire “a vocazione riformista di governo” dovrebbe essere, come ha sottolineato sulle nostre pagine Alberto Bitonti  la formazione, selezione e promozione dei “migliori talenti verso gli incarichi politici e pubblici”. Riprendendo il blairiano “education, education, education” potremmo parafrasare con un “formazione, formazione, formazione”: un partito orientato ad una strategia organica che vada dal reclutamento dei “migliori talenti” nelle scuole e nelle università, alla condivisione delle conoscenze e competenze, fino all’attenzione per il “lifelong learning” degli eletti e dei dirigenti di partito.

È su queste basi – a partire da una campagna di sostegno al disegno di riforma costituzionale elaborato dal governo Renzi – che siamo pronti, come Libertàeguale, a dare il nostro contributo perché il Partito democratico consolidi il proprio percorso di partito che servendo alle riforme, serva anche al Paese.

Direttore di Libertàeguale. Lavora per un importante gruppo bancario italiano, ha collaborato a progetti del gruppo Reti nell’ambito della comunicazione e delle relazioni istituzionali ed è stato vicepresidente nazionale della Fuci. Twitter: @marcomartorelli

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