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Autonomia rafforzata. E se non fosse #SpaccaItalia?

Marco Campione giovedì 14 Febbraio 2019
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Complice la scelta (suicida o omicida?) degli ambienti governativi di far trapelare le prime bozze di intesa tra lo Stato e le regioni interessate, il dibattito sull’autonomia rafforzata richiesta da Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna ha preso una brutta piega. La propaganda sia dei favorevoli che dei contrari si basa ormai unicamente sul nodo delle risorse. I contrari urlano alla “secessione dei ricchi”, con tanto di hashtag #SpaccaItalia, dall’altra parte i governatori leghisti Zaia e Fontana hanno tutto l’interesse a far credere che si stanno battendo per trattenere sul territorio dove vivono le tasse pagate dai loro elettori, in mezzo il “povero” Presidente dell’Emilia-Romagna, Bonaccini, schiacciato tra il marchio dell’infamia secessionista nonostante non sia affatto interessato ai residui fiscali e l’impossibilità di far emergere il buon senso della sua proposta guidata dal proverbiale e sano pragmatismo emiliano (“solo” 15 materie, non vuole gestire il personale e altre differenze significative). Già questo dovrebbe bastare per capire che si è individuato il terreno dello scontro più congeniale alla Lega, quello dove perfino le realtà più serie si mettono a discutere se il cosiddetto residuo fiscale della Lombardia ammonti davvero a 40 miliardi e non siano invece 12. Aggiungo che sarebbe più interessante ed utile concentrarsi sulle materie che si vogliono trasferire; prendiamo ad esempio tutela ambientale e infrastrutture: le richieste di Lombardia e Veneto sono -perfino ai miei occhi non pregiudizialmente ostili- davvero eccessive.

Ma ormai cosa fatta, capo ha. E il fatto è che il dibattito si sta sviluppando esclusivamente sulle risorse e quindi per ora eviterò di parlare delle cose importanti e proverò a sviluppare anch’io un ragionamento sul tema, coltivando la speranza che, archiviato il capitolo risorse economiche, restino la voglia e il tempo di discutere di tutto il resto. Andiamo con ordine (chiedo scusa agli esperti per una dose di approssimazione “giornalistica”): se assegno la competenza su alcune materie alle regioni, devo dare loro anche le risorse economiche, strumentali, umane per poterla esercitare. Tutti dicono che il metodo della spesa storica per assegnare le risorse (quella utilizzata per le materie già di competenza regionale) non va bene. Lo dicono sia le regioni nelle loro delibere con le quali hanno avviato la procedura prevista dal Titolo V della Costituzione; e lo dice chiaramente anche la SVIMEZ quando spiega come la spesa storica danneggi il Sud. Dunque il primo punto fermo (forse l’unico) è che tutti concordano sul fatto si dovrebbe approfittare del processo in atto anche per superare la spesa storica e che il passaggio dal criterio della spesa storica (che è quello che piace al MEF, per ovvie ragioni) deve essere fatto gradualmente (ma sui tempi torno in conclusione). I criteri alternativi sono sostanzialmente due: le tasse pagate oppure i fabbisogni (entrambi possono essere declinati in modi diversi, più o meno “radicali”). Nel chiedere più autonomia, il Veneto ha sempre spinto per usare il criterio delle tasse pagate sul territorio (bontà loro chiedono di trattenere “solo” il 90% di quelli che vengono chiamati nella vulgata i “residui fiscali”). Le regioni più equilibrate propendono per i fabbisogni (di solito invocano la definizione dei LEP, livelli essenziali delle prestazioni). Personalmente reputo il fabbisogno l’unico criterio accettabile e l’unico previsto dalla Costituzione , ma per l’onestà intellettuale che devo ai lettori mi tocca segnalare che non in tutti i settori il criterio del fabbisogno penalizzerebbe il nord. Prendete i docenti ad esempio: attualmente sono quasi esclusivamente assegnati alle regioni in base al numero delle classi, non al numero degli studenti.

Come dicevo in principio, i tifosi di entrambe le parti soffiano sul fuoco delle risorse, ma se ci liberiamo dei panni del tifoso capiamo che è in realtà uno specchietto delle allodole. Perché è vero che le bozze di accordo con Veneto e Lombardia che sono circolate mettono la questione tra i nodi non ancora risolti, ma è anche vero che la Costituzione vigente è ancora appunto vigente e che il MEF non può accettare un meccanismo che nel tempo farebbe esplodere la spesa pubblica. Non a caso, secondo HuffPost si sarebbe trovata la quadra tra Stato e Regioni sui cosiddetti residui fiscali. Come? Togliendo ogni riferimento ai residui fiscali: le regioni non riceveranno un euro in più di quanto ricevono oggi, con buona pace dei “secessionisti” veneti e -forse- lombardi. Tutto risolto? In realtà Zaia non sarebbe soddisfattissimo, quindi a questo punto possono succedere tre cose: se Zaia non firma non c’è il provvedimento (la Lombardia non può firmare senza il Veneto e il governo non può firmare solo con l’Emilia-Romagna); se c’è il provvedimento non c’è la cosiddetta “secessione dei ricchi”; se il governo per assurdo dovesse cedere e introduce qualsiasi forma di “secessione dei ricchi” il provvedimento sarà cancellato dalla Consulta. 

Che spazi di manovra politica ci sono per chi si oppone al governo e/o agli eccessi di Zaia? Tendenzialmente solo due: fare da sponda ai Cinquestelle per aiutarli ad affossare l’autonomia rafforzata; oppure sfidare la Lega dicendo ai suoi elettori del nord che sta rischiando di far saltare tutto per una battaglia di principio: insistere con il residuo fiscale porterebbe ad affossare il provvedimento in aula (serve maggioranza assoluta e i voti di Lega e FI non bastano) oppure alla Consulta. Se l’opposizione (possibilmente PD e FI insieme) facesse politica si intesterebbe la battaglia contro i residui fiscali, cercando sponde nei Cinquestelle sì, ma non per affossare il provvedimento, bensì per pretendere un provvedimento molto chiaro su questo punto. Capisco che molti possano essere tentati dalla prima strada perché è più facile, più comunicabile. E non va sottovalutato il fatto che lo è in particolare per un PD che nella classe dirigente si sta “romanizzando”: a prescindere dal giudizio sui programmi, non v’è dubbio, infatti, che il PD romano dopo il 3 marzo avrà molto più potere di oggi, chiunque vinca il congresso, Zingaretti o Giachetti, ma anche Martina, visto il ruolo forte di Orfini.

La prima strada è veramente più semplice, ma porterebbe non solo a perdere voti al nord, ma anche al sud, perché sarebbero i Cinquestelle ad intestarsi la vittoria. Dunque resta la battaglia contro i residui, optando per il criterio dei fabbisogni. Che però a mio avviso non vuol dire limitarsi a sostenere “l’autonomia rafforzata va bene, ma si devono prima definire i LEP”. Perché non mi convince questo approccio? Intanto perché personalmente declinerei i fabbisogni in modo leggermente diverso, ma anche prendendo per buono il criterio, la posizione non mi convince perché questa assomiglia troppo ad un modo per rimandare. Per rimandare alle calende greche, però. Quindi? Siccome -come dicevo sopra- il passaggio dalla spesa storica ai fabbisogni dovrebbe essere graduale, non c’è ragione per fermare tutto in attesa della definizione dei LEP (li aspettiamo da quasi vent’anni!). Si scriva chiaramente nell’intesa che il criterio è quello dei fabbisogni e che mai potrà essere quello fiscale. E si mettano due “clausole di salvaguardia”, una economica (le regioni non potranno mai avere più di quanto ricevono oggi per quelle materie) e una politica (in attesa della definizione dei fabbisogni vale la spesa storica).

Come si vede, se nel porre la questione si è in buona fede, elementi per andare oltre ce ne sono. Che ne dite se riponiamo nel cassetto lo specchietto per le allodole e passiamo a discutere delle cose importanti? Sgombrato il campo dal “secessionismo”, l’autonomia rafforzata è utile o no? Per quali materie? Conviene anche al Sud chiedere più “poteri”?

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