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Ceccanti: “Renzi come Franceschini, serve una tregua per fare le riforme”

Redazione lunedì 30 aprile 2018
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di Elisabetta Graziani, LaPresse

 

Stefano Ceccanti, costituzionalista e deputato Pd, commenta la proposta avanzata da Matteo Renzi di un governo per scrivere insieme una legge elettorale e le riforme costituzionali. Idea diversa da quella di Maurizio Martina che indica tre punti da cui partire basati su povertà, lavoro e tasse. Ceccanti è uno dei due parlamentari ad aver depositato una proposta di legge per riformare la Costituzione in senso presidenziale (l’altro è il senatore Tommaso Cerno).

 

D. Professore, l’idea di Renzi di un esecutivo per scrivere insieme una legge elettorale e le riforme costituzionali è simile a un patto costituente proposto dal ministro dei Beni culturali?

R. Sono varianti dello stesso tema. C’è una corrispondenza tra quello che sostiene Renzi e quello che ha detto mesi fa Dario Franceschini con la sua ipotesi di patto costituente. Noi sul piano locale abbiamo regole che nessuno mette in discussione, mentre sono incerte e mobili sul piano nazionale: abbiamo avuto quattro leggi elettorali diverse negli ultimi anni. Il primo problema ora è trovare una legge elettorale stabile che permetta all’Italia di essere governata e secondo me un modello valido è quello presidenziale francese.

 

D. Come?

R. Se questo è l’obiettivo e le coppie possibili di minoranze non si mettono insieme per formare una maggioranza, allora occorre rimettere tutto nelle mani del Presidente della Repubblica per trovare una formula condivisa e far ripartire la legislatura. Per fare questo occorre un periodo di tregua. E’ evidente che non si può fare se Salvini e Di Maio insistono per fare i premier e andare a governare oppure se minacciano nuove elezioni. E’ evidente che, se si andasse al voto in autunno, gli elettori constaterebbero l’incapacità dei cosiddetti vincitori di trovare un accordo. Ma secondo me il Presidente Mattarella può avere gli strumenti per convincerli.

 

D. Centrodestra e Pd potrebbero dare vita insieme a una maggioranza e magari sostenere un governo del Presidente?

R. Mi sembra difficile. Berlusconi propone di fare un Governo delle minoranze, trovando in Parlamento i numeri necessari. Fin qui, però, i Presidenti della Repubblica non hanno adottato questa prassi, tranne una volta nel caso Andreotti. Ma in quell’occasione il Capo dello Stato aveva ricevuto rassicurazioni precise che in aula la maggioranza ci sarebbe stata. Al momento non vedo questa eventualità.

 

D. Martina, riferendosi a Renzi, ha detto che è impossibile guidare un partito in queste condizioni. E sostiene che non sia possibile una gestione collegiale del Pd. Lei è d’accordo?

R. Bisogna partire dall’Italia: il Pd è uno strumento per il bene del Paese, non viceversa. Il Pd deve servire all’Italia, l’importante e che lo faccia, collegialità o meno. E se si parte dall’Italia, si deve constatare che la linea di Renzi e Franceschini non ha alternative migliori. Io non capisco le critiche, se non ci sono alternative.

 

D. Lei non crede che l’elettorato potrebbe non capire questo insistere del Pd sulle riforme costituzionali dopo la sconfitta al referendum del 4 dicembre?

R. Io ribalto la prospettiva. Noi, in seguito alla bocciatura del referendum costituzionale, non abbiamo più parlato di questi temi sui quali – seppure sconfitti – abbiamo preso il 40% dei ‘sì’ e siamo passati da quel 40% al 20% scarso del 4 marzo. Forse un limite della campagna elettorale è stato proprio non ribadire la necessità di quelle riforme.

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