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Censis: le radici del ‘cattivismo’ italiano

Antonio Preiti giovedì 13 dicembre 2018
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di Antonio Preiti

 

Scorrendo le pagine e le tabelle dell’ultimo Rapporto Censis, la cosa che colpisce di più, più ancora del “cattivismo” degli italiani, è la spietatezza dei numeri che ci inchiodano davanti ai problemi. La psiche di massa è fondamentale, e chi non la capisce oggi non può fare politica, né vendere prodotti. La psiche collettiva non è però il frutto autoreferente della psiche stessa, perché rispecchia situazioni oggettive, cioè la realtà. Viene in mente James Hillman, con il suo Cento anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio, che sosteneva come la psiche personale non sia staccata dal mondo esterno. Così noi, per capire le radici e le fondamenta del “cattivismo”, dobbiamo capire la realtà che ci sta intorno.

Per una volta, anziché provare a dare gerarchia e interpretazione al tutto, conviene mettere in fila alcuni punti che il Censis sgroviglia lungo le pagine del Rapporto. Così, nudi e crudi, saranno più comprensibili.

 

1. Le ambizioni negate

In Italia su 100 persone, solo 23 hanno una condizione economica e sociale migliore di quella dei genitori. È una novità della storia italiana: abbiamo vissuto nella speranza, e poi nella realtà, di migliorare sempre e comunque lo status di partenza, qualunque esso fosse. È una sicurezza scomparsa. Ecco una radice del “cattivismo”. La notizia però non è neppure questa, il punto è che siamo ultimi in Europa nella capacità di far star meglio i figli rispetto ai genitori. È possibile che si parli solo di pensioni? Non stiamo aggravando il male?

 

2. Gli ultimi europeisti

Se si votasse oggi per rimanere o no in Europa, il 66% degli Europei vorrebbe restare. Lo vorrebbe l’83% degli Svedesi e l’85% degli irlandesi, ma anche il 72% degli spagnoli e persino il 61% dei greci. Nordici e mediterranei uniti a restare. E noi? Da noi solo il 44% – e siamo gli ultimi, proprio gli ultimi – vuole restare in Europa. Possibile che sbaglino tutti, ricchi e poveri, calvinisti e cattolici, paesi grandi e paesi piccoli, tranne noi?

 

3. Poca ricchezza dal lavoro

Quant’è la ricchezza prodotta che arriva dal lavoro, e non da rendite o altro? Nel 1975 in Italia il contributo del lavoro alla ricchezza nazionale era del 61,5%, oggi è appena sopra il 50%, il che significa che la metà del reddito arriva da affitti, pensioni, ecc, non dal lavoro. In Francia è del 63%, negli Stati Uniti del 60,3%. Siamo sicuri che la prima cosa da fare in Italia non sia proprio favorire, in tutti i modi possibili, il lavoro piuttosto che altri tipi di reddito?

 

4. Meno uguali

Il coefficiente di Gini è l’indicatore usuale che misura la disuguaglianza sociale. Più ci avviciniamo a 100, massima è la diseguaglianza. Nel 2007 in Italia era al 32,9, adesso è al 35,4, siamo diventati una società con più diseguaglianze: un’altra radice del “cattivismo”. Nelle due società che vengono viste come le più competitive e le più “crudeli” (il liberismo, ecc.), cioè gli Stati Uniti e l’Inghilterra, l’indice di Gini è rispettivamente 41,0 e 33,2. Il che significa che in Inghilterra c’è meno diseguaglianza che in Italia. Ci siamo inventati uno Stato che entra dappertutto e gestisce oltre la metà del reddito nazionale per “attutire gli effetti sociali del liberismo”, e ci troviamo con più diseguaglianza del Paese più liberista del mondo. Vogliamo ancora più Stato? Siamo sicuri che sia la cosa giusta?

 

5. Le (poche) ore del lavoro

È l’indice più “grezzo” che ci sia, ma nella sua “rozzezza” è il più sostanzioso. Nel 2007 si sono lavorate in Italia 46milioni ore di lavoro e nel 2007, dieci anni dopo, ci si aspetterebbe qualcosa di più, e invece ne abbiamo lavorate 42,7 milioni, quindi abbiamo perso 3 milioni di ore in dieci anni. Se si lavora di meno, da dove può arrivare la ricchezza? Sarebbe una considerazione elementare…

 

6. L’istruzione (e l’allarme) che non abbiamo

Infinità di parole per dire che siamo nella “società della conoscenza”, che chi più sa più cresce, che si vince con il sapere, ma il 46% della popolazione italiana sopra i 60 anni non ha un titolo di studio o al massimo ha ottenuto la licenza elementare. È quasi la metà della popolazione nella fascia d’età più grande. È un’enormità a cui non abbiamo mai pensato e mai pensiamo. Okey, sono gli “anziani”, vediamo allora i giovani. Tra quanti hanno in Italia un’età tra i 15 e i 29 anni, il 24,1 %, cioè un giovane su quattro, non lavora e non studia. In Germania è l’8,5%, in Slovenia il 9,3%, in Portogallo il 10,6%, per farla breve: siamo i primi in Europa per giovani che letteralmente non fanno niente. Altro che società della conoscenza. Non dovremmo occuparci di loro, subito e ferocemente? Preferiamo abolire i compiti nelle vacanze.

 

7. Il gap di laureati

Nella strategia “Europa 2020” c’era l’obiettivo di avere il 40% della popolazione tra i 30 e i 34 anni laureata. Siamo lontani da questo obiettivo, perché siamo fermi al 26,2%, perciò lontanissimi. Non basta, perché la graduatoria ci vede al penultimo posto in Europa (solo la Romania fa peggio). E le nostre università sono meno attrattive, mai tra le prime. Non stiamo distruggendo il nostro futuro, rinunciando alla formazione di vera eccellenza?

 

8. Meno liberi, meno professionisti

Nel 2006 in Italia c’erano 453mila liberi professionisti. È una condizione spesso vista come ideale, con libertà e buon reddito. Dieci anni dopo nel nostro Paese, nonostante la crescita dei laureati, i liberi professionisti sono addirittura diminuiti a 425mila. Caduta delle ambizioni o caduta del mercato? Quale che sia il mix, con meno professionisti abbiamo meno ricchezza: bisognerebbe aumentarne il numero. Avere più persone libere e abbienti non sarebbe la condizione migliore?

 

9. Il lavoro questo sconosciuto

In Italia siamo 52 milioni con età superiore ai 15 anni. Di questi, 14 milioni (età compresa tra 15 e 64 anni) sono persone statisticamente non in attività. Cioè non hanno un lavoro, non sono disoccupati e nemmeno lo cercano, un lavoro. Il tasso di attività italiano (65,4%) è il penultimo in Europa (solo la Grecia sta peggio di noi). Possiamo crescere con solo 22 milioni di occupati su una popolazione di 60 milioni? Può un terzo della popolazione sobbarcarsi il peso dei due terzi? La fisica (e l’economia) direbbero di no.

 

10. Non è un Paese di giovani

In Europa siamo gli ultimi, proprio gli ultimi, per la quota di popolazione con un’età da 0 a 14 anni. Solo il 13% nel nostro Paese ricade in questa fascia d’età. In Irlanda è quasi il doppio (21,1%), ma è superiore anche in Francia (18,3%) e anche nella libertaria Svezia (17,6%). Non si dovrebbe fare tutto il possibile per avere più figli? C’è un indicatore più pessimista del non generare figli?

La carrellata può anche finire qui. Sono scogli enormi che non è facile superare. Bisognerebbe darsi un programma di medio e lungo periodo. Bisognerebbe pensare a vent’anni, non a venti settimane, come ha fatto la Cina, quand’era povera e senza alcuna tecnologia, o come la Germania, quando ha unificato due aree “impossibili” del Paese. Bisognerebbe almeno andare nella direzione giusta, ma non sembra proprio che si stia facendo così. Meno investimenti, meno lavoro, meno compiti a casa sembra, al contrario, la ricetta giusta per andare peggio. E non c’è bisogno di aspettare cent’anni.

 

Economista, è membro del Consiglio di amministrazione dell’Enit. È cresciuto al Censis, ha lavorato per Luiss management, Università di Bolzano, Agenzia del turismo di Firenze, Comune di Firenze, Banca Imi e altri ancora. Blogger per Huffington Post, collabora con il Corriere della Sera. Svolge professionalmente di studi e ricerche per Sociometrica. Twitter @apreiti

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