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di Tommaso Nannicini

Quando ci lascia una persona la cui intelligenza, la cui ironia e la cui generosità sono ricordate da tutti, ci sono due sfere che si sovrappongono. C’è il dolore e la dolcezza dei ricordi di chi con lui ha condiviso una vita. E c’è il dolore e la dolcezza dei ricordi di chi con lui ha condiviso un’idea, una passione. Col rispetto dovuto alla prima sfera — e mandando un forte abbraccio a tutti i suoi familiari, i suoi affetti, i suoi amici e compagni di una vita — provo a trasmettervi il ricordo di chi con Luigi Covatta ha condiviso un bel po’ di pacchetti di sigarette e un bel po’ di idee.

La prima volta che ho incontrato Gigi era l’estate del 1992, avevo 18 anni ed ero tutto emozionato perché un compagno socialista di Montevarchi mi aveva portato a Roma a una riunione dove c’era anche il mio idolo di allora, Giuliano Amato. Siamo finiti a pranzo a casa di Covatta e di quel pranzo ricordo tutto. La bottiglia di Heineken nel cestello per il ghiaccio, le sigarette sempre accese. Ma soprattutto ricordo che a un certo punto, parlando con gli altri compagni, mi ha indicato dicendo: non avete capito, l’unico che può portarci qualche voto è lui.

Ovviamente non era l’apertura di credito verso un giovane senza arte né parte che non conosceva, e che voti non ne aveva, né allora né oggi. Ma era un messaggio agli altri: guardate, non avete capito, qui sta cambiando tutto, sta crollando tutto, e non salveremo le nostre idee, la nostra politica, continuando a fare quello che facevamo ieri; contando le nostre tessere, mettendo insieme capi brigata che saranno presto reduci più che combattenti.

L’ultima volta che ci siamo parlati, poco dopo Pasqua, mi ha trasmesso la stessa sensazione, trent’anni dopo. Mi diceva che i webinar di Mondoperaio erano andati bene, che c’erano gruppi Facebook di giovani da ingaggiare e valorizzare, i giovani della FGS da portare dentro ai lavori della rivista.
In Gigi l’apertura al nuovo e ai giovani non era né nuovismo né giovanilismo. Delle nuove esperienze vedeva con lucidità tutti i limiti, spesso molto simili a quelli delle vecchie, nella sostanza se non nella forma: il velleitarismo, le ambizioni mal riposte, i personalismi, i passi falsi. Ma quei limiti non erano mai — come capita a tanti — l’alibi per dire a un giovane: lascia perdere la politica. Come se non possa più esserci la politica dopo di te, dopo quella che hai conosciuto, che hai fatto tu e che, pur con tutte le cicatrici che ti ha lasciato, ti ha reso felice.

Come quegli amori che restano forti anche se vissuti a distanza, in Gigi c’era sempre l’apertura verso nuove energie, verso una nuova voglia di fare politica. Nella consapevolezza che solo da nuove esperienze (e da nuovi errori) possono germogliare semi che tengono viva un’idea, un ideale, una passione.

Radici e ali. Io credo che il modo migliore per onorare la sua lezione sia proprio questo. Trarre linfa da quelle radici di cui lui è stato una parte così importante per tutti noi, e provare a volare — o sognare di volare — ancora un po’ come ci ha insegnato lui.

In tanti luoghi e in tante forme, ma anche con Mondoperaio: la rivista fondata da Pietro Nenni, ma tenuta in vita da Luigi Covatta (e dall’inseparabile Gennaro Acquaviva). Quando farlo era terribilmente difficile, quando a molti sembrava solo una forma di accanimento terapeutico. Alla rivista Gigi ha dedicato tanta della sua intelligenza, della sua ironia, della sua cultura e delle sue ultime energie. A noi il compito di farne tesoro.

Grazie Gigi. È stato bellissimo fumare idee insieme a te.

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